| 19 agosto 2010 |
| Così si fa |
Finalmente il vero grande allenatore mancato del Milan può sfogarsi! La nuova tattica scelta? Marcatura stretta uomo a uomo. E poi c'è chi pensa che certe esperienze restino ininfluenti, nella vita... Lol!Etichette: comunicazioni di servizio, etologia domestica |
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| 27 gennaio 2010 |
| Proverbi infernali |
"The eagle never lost so much time as when he submitted to learn to the crow."
William BlakeEtichette: etologia domestica |
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| 17 agosto 2009 |
| Calderoli ha ragione! |
E se non ci credete o non siete d'accordo, ascoltate (per fortuna è sottotitolato) questo discorso del Sindaco di Palodimonte, poi mi direte se o italiano, o dialetto, o lo wolof o waru waru del Senegal, ma una qualche ca... di lingua la dobbiamo ben insegnare agli italiani. O no? Ad maiora.Etichette: etologia domestica |
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| 12 agosto 2008 |
| Invecchiare. Forse? |
By the rivers dark I wandered on. I lived my life in Babylon.
And I did forget My holy song: And I had no strength In Babylon.
By the rivers dark Where I could not see Who was waiting there Who was hunting me.
And he cut my lip And he cut my heart. So I could not drink From the river dark.
And he covered me, And I saw within, My lawless heart And my wedding ring,
I did not know And I could not see Who was waiting there, Who was hunting me.
By the rivers dark I wandered on. I lived my life in Babylon.
And I did forget My holy song: And I had no strength In Babylon.
By the rivers dark Where I could not see Who was waiting there Who was hunting me.
And he cut my lip And he cut my heart. So I could not drink From the river dark.
And he covered me, And I saw within, My lawless heart And my wedding ring,
I did not know And I could not see Who was waiting there, Who was hunting me.
By the rivers dark I panicked on. I belonged at last to Babylon.
Then he struck my heart With a deadly force, And he said, ‘This heart: It is not yours
And he gave the wind My wedding ring; And he circled us With everything.
By the rivers dark In a wounded dawn, I live my life In Babylon.
Though I take my song From a withered limb, Both song and tree, They sing for him.
Be the truth unsaid And the blessing gone, If I forget My Babylon.
I did not know And I could not see Who was waiting there, Who was hunting me.
By the rivers dark where it all goes on; By the rivers dark In Babylon.
(Non ce la fanno, i belli muoiono tra le fiamme: sonniferi, veleno per i topi, corda, qualunque cosa........ Si strappano le braccia, si buttano dalla finestra, si cavano gli occhi dalle orbite, respingono l'amore, respingono l'odio, respingono, respingono.
Non ce la fanno, i belli non resistono, sono le farfalle, sono le colombe, sono i passeri, non ce la fanno.
Una lunga fiammata, mentre i vecchi giocano a dama nel parco, una fiammata, una bella fiammata, mentre i vecchi giocano a dama nel parco, al sole.
I belli si trovano all'angolo di una stanza, accartocciati tra ragni e siringhe, nel silenzio, e non sapremo mai perché se ne sono andati, erano tanto belli.
Non ce la fanno, i belli muoiono giovani e lasciano i brutti alla loro brutta vita.
Amabili e vivaci: vita e suicidio e morte, mentre i vecchi giocano a dama sotto il sole... nel parco).
(Che stupore sempre nuovo, il breve calore del sole sulla mia pelle: un tempo in estate eravamo sempre compagni inseparabili!) Perché, cara piccola amica che sbocci ora alla vita e ne scrivi con la saggezza di chi si affaccia ad una realtà nuova, e io ti auguro essa sia più benigna di quanto spesso non accada; piccolo aiuto, per trovare la forza, come un vecchio stupido pugile suonato a forza di botte in testa, di rialzarsi prima dell'ennesima ripresa, che stabilisce la fine del suo ultimo incontro. Ti auguro di cuore di non scoprirlo mai – ammesso sia davvero concesso a un essere umano non scoprirlo: e se lo farai, che esso possa avvenire il più tardi e il più dolcemente possibile). Perché, sai, se non ce n'è più, non ce n’è più, e questo, purtroppo, dà l’autentica, reale e disperata dimensione di tante fantasie e discorsi saggi e altisonanti per alcuni che si ritengono in dovere di giudicare chi è più sfortunato, incolpevole di loro: i maledetti della terra, gli stronzi vampiri che si nutrono della tua anima, e nel web hanno trovato terreno particolarmente fertile, per ingozzarsi del dolore e del bisogno altri, così da dimenticarsi (pagliuzza per trave?!?) del brago suino nel quale, tipo inferno dantesco, trascorrono la loro inutile esistenza. Questa è la vera vita quotidiana, quella che invochiamo il Padre di donarci ogni giorno come se fosse una grande grazia - e lo sarebbe, se solo chi di dovere fornisse il pacchetto completo, comprese fede, speranza e carità. Lasciatemelo dire, così come funziona la faccenda, teodicea o no, è solo una gran triste fregatura senza possibile risposta, e quindi redenzione. Fa solo un gran male. Io non capirò granché di questo mondo di angeli e demoni che si giocano a dadi il dolore della nostra vita – Invidiosi? Ignari? Egoisti maligni? Chi lo sa - so solo che è la realtà quotidiana con la quale fare i conti e, scusate se lo dico con sincerità, ma dopo anni di questa vita...eh beh, uno può anche non avere più risorse, o armi segrete da sfoderare, e aver solo voglia di rialzare ancora una volta il sedere da terra, anche che se lo ritroverà al tappeto nel giro di pochi minuti. O magari, neppure quello… Non è detto siano per forza "quelli belli" - di certo sono i più soli, i più disperati, quelli con meno aiuto e meno sostegno – e già questo, dal mio punto di vista, farebbe sì che questa società – novella Atlantide – sprofondasse in fondo alla Fossa delle Marianne e venisse il tempo di ricominciare tutto da capo, ma per davvero e in modo tutto nuovo. Ma anche se quel tempo non verrà mai, però accontentiamoci di un carrello del supermercato, di fiumi oscuri che non sapremo mai dove potrebbero portarci, di questa disperazione autodistruttiva che, a furia di dai e dai, è quasi diventata un’amica – di certo una compagna di vita. E a ‘fanculo tutto il resto! Non si dice così?Etichette: etologia domestica |
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| 31 gennaio 2008 |
| Come gli americani ci stermineranno |
E la cosa più buffa (si fa per dire) è che ciò non accadrà coinvolgendoci nell’ennesima guerra, ma a causa di una scriteriata politica di disinfezione generalizzata a base di clorinati, ovvero disinfettanti a base di cloro, e antibiotici a gogò. Solo un mese fa l‘ennesimo allarme, pubblicato sulla edizione di dicembre della Environmental Health Perspectives , relativo allo studio degli effetti legati all’uso indiscriminato di queste sostanze come disinfettante da parte delle autorità americane. Problema ben presente agli addetti ai lavori, in particolare a coloro che si tengano aggiornati, ma credo poco conosciuto dall’opinione pubblica italiana e differente dai periodici allarmi circa le epidemie di influenza aviaria, e da quel che ho potuto constatare, cosa ben più grave, ignorato o sottostimato anche da molti tecnologi alimentari e medici nostrani, che mi paiono dotati di informazioni un po' obsolete, tipo ignorare che risultati simili sono stati riscontrati anche in Europa, e quindi i coliformi da un po’ non sono più, ahimè, quelli di una volta, quando già comunque potevano essere causa non solo di una banale tossinfezione alimentare, ma anche di endocarditi. Tanto per dirne una.
Ebbé, e dov’è il problema, direte voi? Il problema è che questo uso “pigro” dei clorinati e degli antibiotici (in fondo basterebbe alternare i vari presidi medico-chirugichi, usati per la disinfezione, in una rotazione intelligente in grado di non consentire a specifici patogeni di avere il tempo per sviluppare resistenza), sta di fatto selezionando ceppi di Coliformi e Salmonelle sempre più agguerriti e temibili, per l’uomo. Perché a furia di mutazioni da parte di appartenenti alla famiglia dell'Escherichia coli, (che, ironia della sorte, è pure un normale ospite, se in debita e contenuta proporzione, dell’intestino umano, e un tempo, un dismicrobismo intestinale a suo favore avrebbe in linea di massima causato una fastidiosa diarrea e poco più), ormai esistono ceppi talmente aggressivi di Coliformi ed Enterobacteriacee (famiglia alla quale appartiene la Salmonella) da provocare anche la morte dell’ospite. Cioè, noi. E contro i quali siamo oggi terribilmente a corto di risorse farmaceutiche, come fra l'altro in genere per tutte le infezioni da Gram-negativi. Anche perché - e qui la parte in causa è una comunicazione del due gennaio 2008 che si riferisce a ricerche della John Hopkins Bloomberg School of Public Healt si è evidenziato come con una allarmante frequenza, l’uso di antibiotici negli allevamenti avicoli abbia selezionato ceppi antibiotico-resistenti ad ampicillina, gentamicina, tetracicline, cicloproxacina e ceftriazone. Ceppi che colonizzano i lavoratori del settore, in particolare coloro che operano nell’ambito del trattamento industriale, dalla macellazione al confezionato, dei polli, e che poi svolgono il ruolo concreto di veicolo di diffusione nell’ambiente, anche semplicemente attraverso le uniformi da lavoro, (ruolo già confermata con ricerche in Maryland e Virginia, ove l‘allevamento industriale dei polli è particolarmente diffuso) di questi ormai indiscutibilmente pericolosi agenti patogeni, resistenti ai principali farmaci dei quali disponiamo per curare le infezioni che provocano. E “la resistenza agli antibiotici ha iniziato a diventare un serio problema per i servizi di salute pubblica mondiali”, anche tenuto conto che secondo la Divisione Malattie Infettive della Facoltà di Medicina della già citata John Hopkins Bloomberg School, “ben più della metà delle medicine antimicrobiche attualmente prodotte in America viene normalmente utilizzata nella produzione di cibo animale. Oltre alla gentamicina, negli Stati Uniti ben altri 16 farmaci antimicrobici sono autorizzati per l’utilizzo nella sola produzione avicola”
Se oltre al crollo delle borse; il bilancio domestico che non torna mai; le bugie di Pinocchio, al solito smentite, nonostante siano state registrate e ascoltabili da chicchessia; la crisi di governo; una assoluzione vergognosa passata nell’indifferenza più totale da parte della società civile; l’effetto serra e il terrorismo, sentivate bisogno di un nuovo motivo per angosciarvi - in fondo, la varietà, anche nella sfiga, è pur sempre un cambiamento potenzialmente gradevole, ho pensato e poi ero stufa di politica... - eccovi accontentati.
Altre che guerre batteriologiche e armi di distruzione di massa...
Mi raccomando, riposate sereni: in fondo, davvero, chi vuol vivere per sempre?
(e se vi chiedete il perché dell'etichetta di questo post, pensate alla colonia di ancora tranquilli Coliformi che è ospite del vostro pancino... ) >:))Etichette: etologia domestica |
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| 31 dicembre 2007 |
| Mah, io la conoscevo con protagonista un elefante... |
E cediamo anche qui a uno dei rituali da animale domestico più diffuso in questo periodo: il letargo? l'accoppiamento? la muta del pelo? Ovviamente no: l'oroscopo! Il mio e quello del signor P.
"Immagina un grosso leone con una cordicella da mezzo metro legata a una zampa posteriore. L'altro capo della corda è fissato a un corto paletto di legno infilato a terra. Il leone pensa di essere prigioniero e non cerca mai di scappare. È nervoso e irrequieto, ogni tanto emette un ruggito lamentoso che è al tempo stesso un ringhio di dolore e un gemito di tristezza. Vorrei che pensassi a questa scena almeno una volta al mese nel 2008, Leone. Ogni volta dovrai chiederti: "Sono io il leone descritto da Rob Brezsny?". E ricordarti sempre che puoi liberarti facilmente dalla corda e fuggire verso la libertà."
Internazionale
PS. nutro qualche dubbio sul finale, che frap immagino al signor P non potrebbe fregare di meno: uno che dorme comodamente 16 ore al giorno scappa dove, e perché mai? Ma il quadro generale è piuttosto realistico, cioè coincide con la mia consapevolezza... ma credo che coincida anche quella di nati di tutti gli altri segni zodiacali, quindi... ;-) Avessi sotto mano il tema di Nata libera, la famosa storia della leonessa Elsa, avrei usato quello, che mi pare ci sarebbe cascato a fagiolo, ma mi accontento di bussare alle porte del Paradiso, sennò, se non si punta al massimo, riconquistare la libertà a che cosa serve?Etichette: etologia domestica |
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| 16 dicembre 2007 |
| Mah... |
Il mondo dei blog è davvero curioso: mi stupisce che fra le molte catene e giochi che regolarmente imperversano nessuno abbia ancora malignamente lanciato quella “Indica i dieci/venti... cento blogger che detesti di più, e perché”. O perché nessuno abbia ancora pensato di aggiungere al suo blog una lista di link, a suo avviso, da evitare. Nonostante la spinosità dell’argomento (per dire, io non parteciperei mai, e non perché non abbia anch’io le mie perplessità al riguardo) sono convinta che questo “gioco al massacro” avrebbe un gran successo. E prego notare, sottolineo l’uso del verbo detestare, perché si tratta di reazioni umorali, di antipatie, e non di questioni supportate in modo razionale o ideologico, almeno nella mia esperienza. Né la cosa deve stupire, credo, dato che accade così anche fuori dal web, e le dinamiche umane restano, a prescindere dai contesti, sempre le stesse. Anche se indubbiamente il Web pare offrire un terreno particolarmente fertile per scatenarle.
Volendoci per comodità attenere a una visione manichea, ho riscontrato che esistono due atteggiamenti prevalenti negli autori di blog: ci sono quelli che, gironzolando, incontrano un blogger che per svariati motivi (è un cafone villano e incivile; è autenticamente cretino; ha posizioni ideologiche incompatibili con le tue; anche se ha velleità letterarie e se la tira all’inverosimile, non riesce a scrivere tre righe senza infilarci una banalità stucchevole o un drammatico errore grammaticale di quelli da penna rossa e blu; capisce metà di quello che legge, e scrive di conseguenza; parla solo di cose che per te risultano noiose e irrilevanti; è particolarmente sgradevole, astioso, acido o presuntuoso o millantatore etc etc) e, folgorati come Paolo di Tarso sulla via di Damasco, sentono che la loro missione salvifica per il mondo è, scovato il “blogger nemico”, sparlarne, censurarlo, malignarci sopra... ignorando apparentemente che, per altri, anche loro possono apparire autenticamente cretini, o presuntuosi, o arroganti, o mortalmente noiosi, o inutili, o patetici etc etc. (Da quando ho constatato il numero di etc, etc. del quale è imbottito lo Zibaldone di Leopardi, non mi faccio più scrupolo, in occasioni informali come queste, ad usarlo anch’io “ad abundantiam”: è terribilmente comodo!).
Poi ci sono i blogger, che leggono, esercitano privatamente la loro analisi critica (il fatto che non la esprimano poi pubblicamente mica vuol dire che non abbiano precise opinioni in proposito a quel che leggono), e semplicemente, credo per educazione e rispetto per l’altro, dato che alla fin fine sempre di blog, e non della salvezza del pianeta stiamo parlando, si allontanano discretamente, alla ricerca di ambienti più interessanti o comunque vicini alle loro esigenze o aspettative o interessi: atteggiamento questo che personalmente ritengo più equilibrato e civile, anche perché mi rendo perfettamente conto che come tutti non piacciono a noi, noi non possiamo certo pretendere di piacere a tutti gli altri.
Ciò non toglie che il blogger astioso, che si assume l’ingrato compito di “angelo vendicatore”, mi faccia sinceramente una gran pena. Mi chiedo infatti dietro alla sua sgradevolezza, seriamente, quali frustrazioni e dolori, quanta bile ingoiata, presumo ben al di là di Internet, che in fondo è solo una “seconda vita” spesso neanche tanto sincera o seria, lo spingano a scegliersi un compito così decisamente sgradevole, e che in tutta onestà si potrebbe tranquillamente risparmiare, dato che nessuno gli chiede di esercitarlo. Tanto più che ritengo nella bloggosfera ci sia spazio doverosamente per tutti, e dato che l’esclusiva della Verità Suprema non credo proprio ce l’abbia nessuno, un minimo di rispetto anche per chi con le sue opinioni o il suo modo di essere non incontra il nostro feeling o le nostre corde emotive, anche se personalmente non ci ha mai fatto nulla, (a meno di considerare il suo semplice esistere un’offesa personale! il che mi sembra, con tutta la buona volontà, francamente esagerato) sarebbe un gran bell’esercizio di civiltà e tolleranza, due valori dei quali non ce n’è mai abbastanza. Il che naturalmente non preclude il dialogo e lo scambio di opinioni anche in disaccordo, che però è tutta un'altra cosa, ed è più interessato ad essere costruttivo e a trovare punti di intesa, che non allo sterile cercare di distruggere e insultare l'altro per affermare se stessi.
Ma ovvio, questa è solo la mia umile, risibile opinione... (e c'è anche chi, poveretto, si deve davvero accontentare di un cucchiaino di zucchero nel tea...)Etichette: etologia domestica |
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| 29 novembre 2007 |
| Guerra fredda! (eloquente sguardo al cielo...) |
Da alcuni giorni, del tutto inaspettatamente, a casa mia si è rimaterializzato un tratto del Muro di Berlino. O forse, chi lo sa, magari ben mimetizzato c’era sempre stato, e sono io ad averlo notato solo ora, per il tentativo di aprivi una breccia. Ma andiamo per ordine. Il possesso del territorio domestico è ufficialmente conteso da due superpotenze, definiamole così!... Smilla la Grande e il signor P. il Tonto. Da tempo, le naturali tendenze egemoniche di Smilla la Grande sono risapute, così come è ufficialmente riconosciuta una naturale adesione alla filosofia pacifista da parte di P. il Tonto, che accetta senza discutere la divisione di territorio imposta da Smilla, non ho ancora capito se da lui ritenuta una madre adottiva, una dispotica sorella maggiore oppure una zia bisbetica, la quale si è prepotentemente riservata il possesso privilegiato di parecchi cuscini e poltrone di casa. Io credo, ragionevolmente, in questa situazione un po’ surreale, di poter essere l’equivalente del check point Charlie: quando vedo tafferugli al posto di blocco o eccessi violenti, sparo qualche colpo d’avvertimento in aria, e accolgo eventuali transfughi che vogliano rientrare nei ranghi, senza scatenare guerre definitive. La convivenza fra due gatti non è semplice, dato che naturalmente i gatti tendono ad essere animali solitari e a difendere il loro territorio, ricordo del tempo (per Smilla la Grande, trovatella, neanche poi così lontano) nel quale al territorio e al cibo in esso reperibile era legata la sopravvivenza dell’individuo. Immagino sia per questo che in lei, la territorialità, e l’insofferenza per i periodici e bonari tentativi di P. di avere rapporti più amichevoli siano così radicate. Anche se ovviamente non lo capisce l’ingenuo P. (non per niente denominato il Tonto o il Pirla, dipende dai momenti). Ciò nonostante in genere due gatti, con un po’ di accorgimenti e sicuramente, in questo caso, l’aiuto di due caratterialità complementari e non antagoniste, possono convivere abbastanza pacificamente. Anche se non mancano esempi nei quali questo equilibrio, dopo essere durato anche anni, all’improvviso si spezza irrimediabilmente sino a portare alla necessità di dividere per sempre i due animali; perciò “Charlie” deve vigilare con grande attenzione. Perché da alcuni giorni a casa mia siamo tornati in piena Guerra Fredda: Smilla ha lanciato subdolamente, forte della sua superiorità fisica, l’attacco al sancta sanctorum di P.: la sua cuccia. Nella suddivisione di territorio che infatti caratterizza la convivenza di più gatti, ciò che è indiscutibile perché le cose possano funzionare è che ognuno abbia, oltre a un margine di tolleranza rispetto all’uso promiscuo di parti comuni, un proprio indiscusso e indiscutibile territorio personale, anche molto piccolo, ma assolutamente inviolabile: nel caso dei miei due conviventi pelosi, le rispettive cucce. Se infatti Smilla tollera tranquillamente un uso insolito del principio delle due ciotole separate (prima si mangia entrambi da una; finita quella, si mangia entrambi dall’altra), ogni tanto cerca ancora di impedire il ritorno in circolazione di P. piazzandosi davanti alla gattaiola e bloccandola, e soprattutto non ha mai permesso che lui s’avvicinasse alla sua cuccia. E a onor del vero, dopo un timido tentativo di dormire vicini (sogno segreto ed eternamente frustrato di P.) che lui ha fatto ancora cucciolo e che gli è costato una sonora lezione, non c’è mai più stato bisogno di chiarire ulteriormente il concetto. Da un po’ però ultimamente vedevo il signor P. che, dopo aver esaurito le sue normali occupazioni mattutine, anziché dedicarsi all’attività più naturale per un gatto: dormire! ciondolava qui e là con aria mogia (o che perlomeno a me pareva mogia, ma non escludo di antropomorfizzare troppo la creatura) per poi crollare sfinito a pisolare su qualche tratto di pavimento sotto il quale scorrano i tubi caldini dell’impianto di riscaldamento. Ora, P. è sicuramente freddoloso (provate voi a non avere sottopelo!) ed è normalissimo che un gatto, per quanto abitudinario, ogni tanto abbia attimi di follia: come dicevano gli antichi - semel in anno licet insanire, quindi perché non dormire ogni tanto sul pavimento? tuttavia... Tuttavia, è bastato un rapido controllo per verificare la causa di tanto mogiume: Smilla la Grande, in tutta la sua possanza fisica e con una espressione decisamente soddisfatta (o che perlomeno a me pareva soddisfatta, ma anche in questo caso non escludo di antropomorfizzare troppo la creatura) se ne stava tutta tronfia in panciolle nella cuccia di P.! Sul cuscinetto sul quale lui dormiva sin da prima che io lo portassi a casa mia! l’unico ricordo della sua infanzia, della sua mamma e dei suoi fratellini! (solito discorso sull’antropomorfizzazione, ma a furia di frequentarli credo sia inevitabile). Insomma, a farla breve, ci sono voluti alcuni giorni e un certo numero di serie spiegazioni fra me e una Smilla con la “faccia” più patetica e innocente di questo mondo, per chiarire che ognuno fa quel che vuole, a casa sua, ma non a casa degli altri! E la cosa ha funzionato per un po’ perlomeno sinché, immagino considerate calmate le acque, Smilla ha ritenuto fosse il caso di riprovarci, e “Charlie” è dovuto intervenire nuovamente, per ribadire inflessibilmente le norme di convivenza vigenti in casa. Ora tutto appare tranquillo, ma è stato imposto d’autorità il coprifuoco, con periodici controlli casuali. Staremo a vedere. Per intanto continuo ad avere questa fastidiosa sensazione di vivere in una versione lievemente ridicola di un libro di John le Carré...
(e che non sempre si possa avere ciò che si vuole è una grande verità, per felini e umani)Etichette: etologia domestica |
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| 17 agosto 2007 |
| O-soto-gattari |
Questa breve descrizione nacque qualche tempo fa, dall'osservazione del comportamento dei miei due gatti, fatta assieme all'amico Léon, esperto, a differenza di me, in arti marziali. Quello che ci stupì - o perlomeno stupì me - fu come in effetti le naturali mosse di lotta dei due piccoli animali riproducessero mosse codificate del Jūdō, e quindi di quanto lo Zen delle tecniche di lotta orientali...
"Non ci sono limiti agli straordinari poteri del corpo, come illimitati sono i sistemi con cui possiamo arrivare alla conoscenza. Per disciplinare il corpo i nostri antenati ci hanno insegnato ad imitare tutte le creature viventi e se abbiamo il desiderio di imparare, tutte ci insegneranno le loro virtù. Dalla Gru impariamo la grazia e l'autocontrollo; il Serpente ci insegna la flessibilità e la resistenza, la Mantide religiosa ci insegna la velocità e la pazienza; dalla Tigre impariamo la tenacia e la potenza e dal Drago impariamo a cavalcare il vento."
...davvero nasca anche dall'osservazione della lotta animale.
"Dalla stanza di fianco proviene il consueto rumore di tatami violentemente percosso. Anche se nessun arbitro ha unito le mani e ha lanciato l’hajime, Smilla(Tori) esasperata dal giovane Pangur che le vuole acchiappare la coda, lo atterra con un o-soto-gari, mossa peraltro indicata al suo personalino non proprio esile. Pangur, sfigato uke che presumo al massimo cintura gialla, non ha ancora ovviamente imparato a rispondere con un harai-goshi, e così sviene in posizione di resa. Nuovo ippon per Smilla! che se ne va sdegnosa sculettando a rubare il cibo nella ciotola di Pangur, tanto per ribadire i concetti gerarchici appena chiariti. Il vero problema è che talvolta (spesso) il tatami è il mio letto alle quattro di mattina... "
Oggi, Pangur è un gattone, a tutti gli effetti, anche se di indole tendenzialmente placida, ma i chili e il tempo in più, hanno reso meno scontati gli esiti di queste zuffe, anche se lui continua a cercare, con gesti di sottomissione, le rudi coccole "materne" della più grande Smilla. Chiude gli occhi e allunga la testa, abbassandola, mentre lei gliela lecca ed ispeziona la pulizia di occhi e orecchie, e intanto tutto il corpo del suo giovane allievo trema di piacere infantile...Etichette: etologia domestica |
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| 10 luglio 2007 |
| Osservazioni di etologia |
I cani, quando s’incontrano, scodinzolano e si annusano il culo per riconoscersi in un rituale virtuale e sociale ben consolidato. Strano a dirsi, ma ci sono anche tante persone che si comportano allo stesso modo: fingono affetti che non provano, e si sbaciucchiano, senza mai appoggiare davvero la gota a quella dell’altro, senza mai entrare in contatto davvero, in un complesso rituale tribale, che in genere mi diverte osservare. Dopo aver annusato ben bene i culi dei vicini per stabilire con certezza parentele, gerarchie e affinità, i cani iniziano un complesso balletto sociale, per stabilire chi è il maschio alfa e chi invece il giullare della compagnia. Ma quelli che ho visto non son gran combattimenti: ricordano di più le lotte tribali ad insulti dei babbuini, e perciò sono ridicole, e a volte patetiche. C’è un grande esibire di deretani colorati, come a dire il mio è più sfolgorante e abbacinante del tuo, e invece sono solo sederi di scimmie, che non potranno fare altro per tutta la vita che cercare di avere il culo più azzurro del vicino. Così i cani: cercano di essere il capo branco, ma non è mica facile: non basta avere tanta parlantina da istupidire l’ascoltatore al punto che questi si mette a pensare ai casi suoi e vi lascia da soli a blaterare... no, per fare il capo branco bisogna essere disposti ad accettare morsi e lacerazioni, e fin alla morte - tutte cose che non vanno granché di moda ultimamente. Perché un capo branco dev’essere anche disposto a sacrificarsi per i suoi, e io non ne ho ancora conosciuto uno disposto nemmeno a sacrificarsi per i figli. Tanto i figli si rifanno, mentre se il padre muore, la stirpe si esaurisce. Così continuo a guardare questi branchi di cani un po’ selvaggi, un po’ à la page, che si aggirano per le nostre periferie "intellettuali" senza vergogna, e son convinti di saperla così lunga che nessuno li fregherà mai. E invece piano piano, a furia di rovistare nell’immondizia, torneranno le belve che erano, e le vedremo rapide attraversare la nostra notte coi loro occhi inquietanti.Etichette: etologia domestica |
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| 01 luglio 2007 |
| Il dinamismo del Signor P. |




Quasi un Boccioni, eh... (un autentico rag doll, altro che!) :-D
(solo per chi sta seguendo le lezioni di gaelico per principianti: eh, eh, eh...) Hunting words I sit night by night...
Messe [ocus] Pangur bán, cechtar nathar fria saindán; bíth a menma-sam fri seilgg, mu menma céin im saincheirdd Caraim-se fós, ferr cach clú, oc mu lebrán léir ingnu; ní foirmtech frimm Pangur bán, caraid cesin a maccdán. Ó ru-biam scél cén scis innar tegdias ar n-oéndis, táithiunn dichríchide clius ní fris 'tarddam ar n-áthius. Gnáth-huaraib ar greassaib gal glenaid luch ina lín-sam; os me, du-fuit im lín chéin dliged ndoraid cu n-dronchéill. Fúachaid-sem fri freaga fál a rosc a nglése comlán; fúachimm chéin fri fégi fis mu rosc réil, cesu imdis. Fáelid-sem cu n-déne dul, hi nglen luch ina gérchrub; hi-tucu cheist n-doraid n-dil, os mé chene am fáelid. Cia beimini amin nach ré ní derban cách a chéle; mait le cechtar nár a dán subaigthiud a óenurán. Hé fesin as choimsid dáu in muid du-n-gní cach óenláu; do thabairt doraid du glé for mumud céin am messe.
La traduzione la trovate qualche post fa, ma intanto esercitatevi con la pronuncia: mi raccomando le vocali laaaaarghe... ;-)Etichette: etologia domestica |
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| 29 giugno 2007 |
| Osservazione n.1 |
Ieri mattina, davanti alla finestra della cucina c‘erano quattro merli. Diconsi quattro! Giovinastri sbruffoncelli, giovani teddy boy in giubbotto nero, passeggiano dondolando un po’ sul muretto della recinzione, zampettando spavaldi. Essi sanno - almeno così credo, guardandoli radunarsi con aria da bulletti proprio qui davanti - che Smilla dedica parte della mattina al bird watching, non potendo più praticare direttamente la nobile arte venatoria. Non inganni la sua aria rotondetta: è un’ottima cacciatrice. Evidentemente, nella sua vita precedente, che mi è sconosciuta, ha avuto un rapporto sufficientemente lungo e proficuo con la madre. Così, con tecnica degna di un guerrigliero viet-cong si appostava in giardino sotto i cespugli, in paziente attesa di poter depositare un gentile omaggio di piccioni e merli sul mio zerbino. Ora invece si deve accontentare di lanciare buffi gridolini di eccitazione, mentre le trema il mento nello spiare gli uccelli sfacciati fuori dalla finestra. Li ascolta zirlare, e sbatte ritmicamente la coda, per sfogare almeno un po’ la tensione muscolare che s’intuisce vibrare sotto la sua pelliccia da soriano. Anche il signor P. osserva incuriosito e interessato, ma con maggior distacco: il suo sguardo azzurro sul mondo, infinitamente fiducioso e attento, è quello di un giovane privilegiato che non ha mai provato la vita di strada. Non c’è malizia in lui, o urgenza predatoria, solo una curiosità innata che si riversa sugli spavaldi uccelli neri che s’affollano in giardino. Si sporge, e Smilla lo rimette al suo posto di giovincello con una zampata e uno sbuffo degno d’un serpente: il posto in prima fila è per lei. Intanto il caldo entra in cucina e io vorrei che i miei giovani esploratori se ne andassero a dormire. Smilla sbadiglia, e abbassa le orecchie appiattendole sulla testa da tigre che si ritrova, il signor P. invece fa schioccare i denti - clack - come una tagliola, e s’avvia verso la sua cuccia, con andamento regale, probabilmente ereditato dal bisnonno bostoniano. S’accuccia, bisticcia un po’ con la sua coda piumosa, quasi essa non gli appartenesse, e dopo averla ridotta a più miti consigli, si copre gli occhi con le zampe e s’appresta a pisolare, con appena un accenno d’occhiaie sul musetto bianco. Smilla no. S’avvia timidamente alla porta e tenta di farsi aprire, ma dopo che è stata aggredita ed ha avuto un mese di convalescenza dopo un piccolo intervento chirurgico, resta in casa. Ascolta le voci degli uccelli sugli alberi del giardino e muove le orecchie come un radar. Poi pigramente, senza neppure una gran fatica, sale sul mio tavolo e mi chiama per uno scambio di coccole. Stringe gli occhi, struscia il suo nasone biscottato da tigre contro il mio viso, lancia versetti gentili di amicizia. Tutta la sua mimica è volta a ribadire che siamo membri dello stesso clan, così stringe gli occhi e appoggia il muso contro il mio viso e ronfa, con forza. Talvolta mi lecca, con impegno e vigore. E’ arrivata a casa mia già adulta: non so quali siano state le sue esperienze precedenti. So però che ha un carattere dolce e tranquillo, e ogni giorno pare attaccarsi sempre più alla sua famiglia adottiva: mi sale addosso per essere tenuta in braccio, ronfa sonora, dimostra fiducia e affetto, mi parla spesso, a modo suo, ovvio. Ci sono momenti nei quali questo suo bisogno di contatto e rassicurazione è commovente. I suoi baffi, un po’ bianchi un po’ neri, fremono e i suoi occhi verde foglia mi scrutano amorevoli. La vicinanza con il signor P. le ha fatto ritrovare piccole gesti infantili, manie da cucciolo: bisticciano rincorrendosi per casa, poi fanno pace e lei gli ispeziona rudemente orecchie ed occhi, assicurandosi che tutto sia pulito e in ordine. Se il signor P. si spazientisce, gli tira uno scapaccione, e poi riprende imperterrita il suo ruolo di mamma (o forse zia) adottiva, leccandolo con vigore; lui chiude gli occhi, immobile, di fronte a questo segnale che Smilla lo riconosce far parte del suo clan familiare e lo accetta. Talvolta però l’entusiasmo giovanile del signor P.sfiancherebbe anche la pazienza più profonda, così volano urla e ciuffi di pelo, fra sbuffi esasperati e grida di battaglia. Di solito è il signor P. a uscire perdente da questi scontri, e si placa acciambellandosi a dormire: allora io mi ritrovo con un gatto appoggiato a una gamba e un altro appoggiato all’altra, e inizio la mia notte nel “sacco a pelo”. Pazientemente mi raggomitolo anch’io e cerco d’immaginare i loro pensieri: così ci addormentiamo, in attesa di un nuovo giorno.Etichette: etologia domestica |
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| 20 marzo 2007 |
| Perché nei blog si scrivono tante cose stupide? |
“Perché devo avere una faccia così sgradevole?” si chiede (il mio padrone) avvicinando lo specchio a una decina di centimetri dagli occhi. (...) Non capisco bene se stia ancora studiando segni lasciti dal vaiolo o facendo la gara con lo specchio a chi distoglie gli occhi per ultimo. Poiché ha sempre mille fantasie in testa, si potrebbe pensare che guardarsi lo induca a darsi libero sfogo. Niente affatto. Se vogliamo interpretare il frivolo comportamento del mio padrone nello spirito zen, spiegarlo in un’ottica filosofica, potremo dire che fa tante smorfie davanti a uno specchio solo per riuscire a conoscersi veramente. Ogni studio che gli esseri umani conducono è una ricerca su se stessi. Il cielo e la terra, i monti e i fiumi, la luna e il sole e le costellazioni tutte non sono che i modi diversi per designare se stessi. Se si rinuncia all’Io, non si troveranno altre materie di studio. E se l’uomo potesse uscire dalla propria individualità, nello stesso momento il suo Io sparirebbe. L’unico studio possibile è quello di se stessi, non si può studiare un’altra persona. Non è concepibile, anche se c’è chi vorrebbe farlo, e chi vorrebbe essere oggetto di studio da parte di altri. Ecco perché da sempre gli eroi sono diventati tali con le loro sole forze. Se potessimo capire il nostro animo tramite qualcun altro, gli potremmo far mangiare della carne al posto nostro per sapere se è tenera è dura. Tutte le attività cui ci dedichiamo quotidianamente - ascoltare trattati giuridici il mattino, sermoni buddisti la sera, passare la notte nello studio a leggere fasci di testi alla luce di una lampada - sono soltanto mezzi per aprire il nostro spirito all’illuminazione senza far ricorso ad altri. Tuttavia il nostro Io non è presente nella legge che ci spiegano, nella via che ci illustrano, nei cumuli di libri mangiati dai topi. Se vi è presente, è solo uno spettro. E’ vero però che in certi casi uno spettro è superiore a un essere senz’anima, e non è detto che inseguendo un’ombra non si possa incontrare la sostanza. Perché la maggior parte delle ombre non se ne distacca. Se il gingillarsi con lo specchio del mio padrone ha questo senso, allora penso che lui sia degno di stima. Che valga molto più di tutti quegli studiosi che si vantano di aver letto tutto Epitteto. Lo specchio è uno strumento che esalta la vanità, è vero, ma al tempo stesso sterilizza l’orgoglio. Non c’è oggetto che istighi maggiormente gli stupidi ad abbellire il loro aspetto esteriore. In due casi su tre, è la causa dei danni che un orgoglioso privo di mezzi arreca a se stesso o ad altri fin dai tempi antichi. L’inventore dello specchio avrà la coscienza sporca, così come si macchiò di una grave colpa quel medico che al tempo della rivoluzione francese ebbe la fantasia di inventare una macchina per decapitare la gente. Tuttavia, quando si è scontenti di sé, quando si è in preda allo scoraggiamento, non c’è rimedio più efficace che guardarsi allo specchio: si ha una immediata e chiara percezione del bello e del brutto. Ci si meraviglia di aver vissuto fino a quel momento mostrando al mondo quella faccia. E quest’improvvisa consapevolezza è un momento prezioso nella vita di una persona. Nulla è più utile ad un essere umano della percezione della propria stupidità. Davanti a uno stupido che sa di esserlo, tutti coloro che hanno un’alta opinione di sé dovrebbero scusarsi e abbassare la testa per la vergogna. Anche se lo stupido in questione si compiace di disprezzasi e di ridere di sé. Il padrone forse non ha la saggezza di riconoscere la propria follia, però è capace di considerare oggettivamente i segni lasciati sul suo volto dal vaiolo. Ammettendo di essere brutto ha già fatto il primo passo verso la comprensione della propria grettezza spirituale. E’ un uomo in cui si può sperare. Può darsi che la lezione che gli ha impartito il filosofo stia dando i suoi frutti. (...) Il padrone apprezza incondizionatamente tutto ciò che non capisce. Non è certo il solo a comportarsi così. Ciò che non comprendiamo contiene un elemento che sfugge alla nostra valutazione, e sottraendosi al nostro disprezzo acquisisce un’aura di nobiltà. Per questo motivo gli uomini di mondo fingono di aver capito ciò che è loro oscuro, e gli studiosi espongono argomenti semplici in maniera astrusa... Da sempre ammirare qualcosa di enigmatico facendo mostra di capire è cosa piacevolissima...
"Io sono un gatto. Un nome ancora non ce l’ho.", 1905 Natsume SōsekiEtichette: comunicazioni di servizio, cose da ricordare, esergo e altre perle ai porci, etologia domestica |
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| 17 marzo 2007 |
| Non che marzo sia poi questo granché meglio... |
La sepoltura dei morti
Aprile è il più crudele dei mesi, genera Lillà da terra morta, confondendo Memoria e desiderio, risvegliando Le radici sopite con la pioggia della primavera. L'inverno ci mantenne al caldo, ottuse Con immemore neve la terra, nutrì Con secchi tuberi una vita misera. L'estate ci sorprese, giungendo sullo Starnbergersee Con uno scroscio di pioggia: noi ci fermammo sotto il colonnato, E proseguimmo alla luce del sole, nel Hofgarten, E bevemmo caffè, e parlammo un'ora intera. Bin gar keine Russin, stamm' aus Litauen, echt deutsch. E quando eravamo bambini stavamo presso l'arciduca, Mio cugino, che mi condusse in slitta, E ne fui spaventata. Mi disse, Marie, Marie, tieniti forte. E ci lanciammo giù. Fra le montagne, là ci si sente liberi. Per la gran parte della notte leggo, d'inverno vado giù.
Quali sono le radici che s'afferrano, quali i rami che crescono Da queste macerie di pietra? Figlio dell'uomo, Tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto Un cumulo d'immagini infrante, dove batte il sole, E l'albero morto non dà riparo, nessun conforto lo stridere del grillo, L'arida pietra nessun suono d'acque. C'è solo ombra sotto questa roccia rossa, (Venite all'ombra di questa roccia rossa), E io vi mostrerò qualcosa di diverso Dall'ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi passi, o dall'ombra Vostra che a sera incontro a voi si leva; In una manciata di polvere vi mostrerò la paura.
T.S.Eliot 1922Etichette: diario, etologia domestica, parole e pensieri scritti sfacciatamente per me (checché ne dica l'Autore) |
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| 16 marzo 2007 |
| I shot a Moose Once |
Questa è assolutamente da non credere. Abbattei un alce, un giorno. Andavo a caccia, su, verso il confine col Canada, e abbattei un alce. Lo lego al parafango, e via. Me ne torno a New York, sull'autostrada. Però non mi ero accorto che l'avevo colpito di striscio: l'alce era solo tramortito. Alle porte di New York comincia a riprendere conoscenza. Eccomi dunque a viaggiare con un alce vivo sul parafango, laddove c'è una legge nello Stato di New York che lo vieta espressamente - di viaggiare con un alce vivo sul parafango - il martedì, il giovedì e il sabato. Vengo preso dal panico.
Allora mi sovviene che un mio amico dà una festa in costume, quella sera. Prendo una decisione: vado e ci porto l'alce. L'imbuco e me ne lavo le mani. Detto e fatto. Arrivo e busso alla porta con l'alce appresso. Il padrone di casa ci accoglie sulla soglia. "Ciao", gli faccio, "ho portato anche mia moglie". Entriamo. L'alce socializza subito. Non se la cava mica male. Tanto più che un tale cerca, con una certa insistenza, di vendergli una polizza d'assicurazione. A mezzanotte c'è la premiazione per i costumi più belli. Vincono il primo premio i coniugi Berkowitz, travestiti da alce. L'alce arriva secondo. Come monta su tutte le furie! Lui e i coniugi Berkowitz si prendono a cornate, lì, in salotto. Si tramortiscono a vicenda. Ecco, dico fra me, il momento opportuno. Acchiappo l'alce, lo lego al parafango e via - torno nei boschi. Senonché ho agguantato i coniugi Berkowitz. Ed eccomi a viaggiare con due ebrei sul parafango. Laddove vige una legge nello Stato di New York, per cui ciò è severamente vietato il martedì, il giovedì e soprattutto il sabato...
La mattina seguente, i coniugi Berkowitz si risvegliano nel bosco in costume da alce. Di li a poco il consorte viene abbattuto, imbalsamato ed esposto, come trofeo di caccia, al Circolo Atletico di New York. È da ridere, veramente, perché a quel club non sono ammessi gli ebrei.»
Da Woody Allen: Standup Comic del 1978Etichette: esergo e altre perle ai porci, etologia domestica, le vite degli altri |
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| 20 febbraio 2007 |
| Stephen Jeffreys - The libertine (il mio "chi sono") |
Consentitemi di essere esplicito fin dall’inizio: non credo che vi piacerò. I signori proveranno invidia e le signore disgusto. Non vi piacerò affatto, non vi piacerò ora e vi piacerò ancor meno in seguito... Questo è tutto. Questo è il mio prologo: nessuna rima e nessun decoro. Non era quello che vi aspettavate, spero. Sono John Wilmot, il secondo conte di Rochester e non ho - alcuna - intenzione - di piacervi..
Dovete acquisire il dono di ignorare coloro ai quali non piacete. Per mia esperienza, coloro ai quali non piacete sono divisi in due categorie: gli stupidi e gli invidiosi. Gli stupidi vi apprezzeranno fra cinque anni, e gli invidiosi mai
Io non voglio far arrabbiare nessuno, ma devo dire quello che penso, perché quello che penso credo sia molto più interessante del mondo fuori della mia mente... Io non provo niente nella vita. (Perciò) Non ti perdonerò mai per avermi insegnato ad amare la vita. ... E così finalmente giace il convertito sul punto di morte, il pio libertino: non avevo mezze misure, non è vero? Datemi del vino e dopo l’ultima goccia getterò la bottiglia vuota nel mondo. Mostratemi Nostro Signore in agonia e salirò sulla croce, per togliergli i chiodi e metterli nei miei panni. Eccomi qua, che abbandono il mondo a fatica, sgocciolando la mia saliva su una bibbia. Guardo in una cruna d’ago, e vedo gli angeli danzare. Ebbene, vi piaccio adesso?Vi piaccio adesso? Vi piaccio adesso? Vi piaccio adesso? Vi piaccio adesso? Vi piaccio adesso?Etichette: diario, etologia domestica, parole e pensieri scritti sfacciatamente per me (checché ne dica l'Autore) |
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| 15 febbraio 2007 |
| Il senso della solitudine. |
"Gli esseri umani non si tengono per mano per tutto il cammino della vita. Per ognuno di noi esiste una foresta vergine; un campo di neve dove non c’è neanche l’orma di una zampa di uccello. Su questa terra viaggiamo da soli, e non vogliamo compagnia. Sarebbe intollerabile essere sempre compatiti, sempre accompagnati, sempre capiti."
Virginia Woolf Ma che senso ha questo per lo scrittore? Dato che "La letteratura però non deve essere terapeutica, non deve curare un determinato malessere. Una persona che non sta male forse non scriverebbe. C’è una frase inglese, piuttosto famosa, che dice: “happiness writes white”"(Simone Barillari) giacché io penso che la malinconia, intesa come patologia, in realtà renda invece silenziosi e solitari, perché scrivere sarebbe solo un lungo pianto senza fine, e probabilmente senza senso, se non per il malato. Un silenzio creativo che aggrava solo la sofferenza del malato, come ad esempio scriveva Italo Alighiero Chiusano raccontando del suo rapporto con la depressione. Perché bisogna fare attenzione, nell'usare la parole: esistono le parole vaghe, e le altre: specifiche, tecniche... quando leggo questo genere di cose, non posso fare a meno di esitare, dubbiosa, circa l'invadenza del linguaggio aspecifico e quotidiano in campi definiti con rigore dove le parole hanno invece ben altri sensi e ricadute. Però la lettura resta interessante, pur in questa sua aspecificità che però lascia, alla fine, almeno secondo me, un po' insoddisfatti.Etichette: esergo e altre perle ai porci, etologia domestica, le vite degli altri |
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| 12 febbraio 2007 |
| Giorni così... |
Les Chats
Les amoureux fervents et les savants austères Aiment également, dans leur mûre saison, Les chats puissants et doux, orgueil de la maison, Qui comme eux sont frileux et comme eux sédentaires.
Amis de la science et de la volupté, Ils cherchent le silence et l’horreur des ténèbres ; L’Erèbe les eût pris pour ses coursiers funèbres, S’ils pouvaient au servage incliner leur fierté.
Ils prennent en songeant les nobles attitudes Des grands sphinx allongés au fond des solitudes, Qui semblent s’endormir dans un rêve sans fin ;
Leurs reins féconds sont pleins d’étincelles magiques Et des parcelles d’or, ainsi qu’un sable fin, Etoilent vaguement leurs prunelles mystiques.
Baudelaire Les Fleurs du Mal
I fervidi innamorati e gli austeri dotti amano ugualmente, nella loro età matura, gatti possenti e dolci, orgoglio della casa, come loro freddolosi e sedentari.
Amici della scienza e della voluttà, ricercano il silenzio e l'orrore delle tenebre; l'Erebo li avrebbe presi per funebri corsieri se mai avesse potuto piegare al servaggio la loro fierezza.
Prendono, meditando, i nobili atteggiamenti delle grandi sfingi allungate in fondo a solitudini, che sembrano addormirsi in un sogno senza fine:
le loro reni feconde sono piene di magiche scintille e di frammenti aurei che come sabbia sottile, fan brillare vaghe come stelle quelle loro mistiche pupille.Etichette: esergo e altre perle ai porci, etologia domestica |
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| 18 gennaio 2007 |
| Allora non sono i Gremlins!!! |
Barlumi di storia
Ogni giorno in una casa succede qualcosa d'inspiegabile: i coltelli col manico d'osso che erano quattro e adesso sono tre, le chiavi che di colpo si rifiutano di entrare nelle loro toppe, il libro sparito che ricompare dove nessuno, neanche i filippini, può averlo messo... Ma no, quali spiriti, a spostare o corrompere le cose non sono gli spiriti ma gli spifferi dei giorni che cadono a pezzi, delle settimane uscite dai cardini, dei mesi, degli anni che tremano alle spallate d'un vento invisibile.
Giovanni Raboni Lo confesso, un piccolo furto da un grandissimo amico, ma era davvero troppo bella per non prenderla in prestito...
La musica invece non l'ho rubata, è una pura coincidenza, ma se Tam Lin v'intriga, dall'amico Paolo potrete scoprire cose ...feeriche, e non solo.Etichette: cose da ricordare, etologia domestica, extra vagantes |
postato da la Parda Flora
alle 19:30 
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