| 13 aprile 2010 |
| Beffati e cornuti (in realtà sarebbe qualcos'altro, ma salviamo l'eleganza...) |
Bertone: "Presto altre iniziative". Sul tema della pedofilia nel clero, "credo che il Papa prenderà altre iniziative ancora", che "non mancheranno di sorprenderci": lo ha detto il segretario di Stato Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, durante una conferenza stampa a Santiago del Cile.
Quello che realmente ci sorprende già da ora è che ci siano voluti anni di cancan e proteste formali sempre più diffuse, evidenti e gravi per ottenere di sapere che nella forma (visto che per quanto attiene ai fatti, parrebbe proprio di no) già nel 2003 (veloci come lepri, queste autorità ecclesiastiche, eh?!) si dovevano denunciare i casi di abuso all'autorità civile e si erano protocollate misure da adottare in questi casi.
Se così è stato, allora perché solo ora lo si rende noto e si accenna pure a metterlo in atto?
Dubitiamo che papa Ratzinger - proprio perché come ribadisce la sala stampa vaticana era autore dopo anni di inutili segnalazioni di abusi, di quelle linee guida che ora si sventolano come non fossero state lettera morta sino a ora - possa inventarsi qualche altra porcata che ci stupisca. Sull'argomento, sinceramente, ci pare che la misura sia da tempo veramente colma anche senza ulteriori contorcimenti.Etichette: le vite degli altri |
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| 06 febbraio 2010 |
| Chi la fa l'aspetti |
Mi segnalano una cosa buffa, ma davvero buffa. Allora il karma esiste davvero: basta un po' di pazienza e fa giustizia per te.
Resta solo una ridicola pomposità per la quale, temo, ormai non ci sia rimedio, neppure di fronte a cose che si potrebbero dire con semplicità, solo a non essere i soliti meschini codardi e a nascondersi dietro inutili, vuote, pretenziose e un po' stupide cortine di parole, per l'incapacità di vedere le cose solo per quello che realmente, sono. Mi spiace, non sarà elegante...ma: davvero, ROTFL!!!Etichette: comunicazioni di servizio, le vite degli altri |
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| 30 luglio 2009 |
| Parole sante |
"Qualcuno insegue sempre qualcuno, è così che siamo fatti" Manoj Night Shyamalan
Ma chi insegue chi, il 29 ottobre del 1999, onestamente, io chiedo? Chiacchierate,se ne ne avete la possibilità, come è accaduto a me; fatene sinché potete di chiacchierate: coi reduci delle missioni ONU, coi reduci delle missioni "portatrici di democrazia e civiltà", coi reduci dei paladini della democrazia "usa-e-getta" a tutti i costi, e poi magari ne riperliamo.... in attesa di rivedere un film di un autore che non ha mai smesso di fare pensare: da bimbi; da grandi; da eroi o da imbecilli, ma non ha mai lasciato spazi liberi alla casualità! o alla imbecillità fine a se stessa... Fate un po' voi, con l'aria che tira, Europa compresa, e cercate con noi un via di salvezza... questa non è una eccezion all'"au revoir", è solo un ennesimo arrivederci a una civiltà che, francamente, inizia a farmi/ci un po' tanto schifo...
Gooooood morning, Vietnam... o quel che è... a seconda di quel che preferite... ;-))Etichette: le vite degli altri |
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| 08 settembre 2008 |
| Lettere da Iwo Jima |
Non so bene perché, ma finisco sempre per vedere film di guerra o di spionaggio. Se accade a qualche altra signora, mi divertirebbe scambiare opinioni e confidenze - come dire: a volte non ne posso proprio più, soprattutto per tutta la sofferenza che vedo esposta e non può lasciarmi indifferente: son l’unica?
Di recente mi sono riassaporata il duplice film di Clint Eastwood del 2006, che come regista più invecchia e più gli voglio bene, accidentaccio! perché è proprio bravo, indipendentemente dalle opinioni politiche che ha o che gli vengono attribuite, soprattutto con Lettere da Iwo Jima, che si rifà al reale ritrovamento nel 1995 delle lettere, scritte ma mai spedite, degli eroici soldati giapponesi che difesero come fosse il giardino della patria, questo schifoso, arido e polveroso angolo vulcanico dell’arcipelago giapponese, che tanti morti costerà a entrambe le parti in causa, e spesso cedendo alla passione per il fanatismo che forse, al di là dell’apparente creazione di un esercito proprio per questo quasi imbattibile, mostra anche le follie e i punti deboli di questo tipo di scelta culturale e quindi il suo destino finale di fallimento - solo accelerato dall’orrore di Hiroshima (6 agosto 1945) - mentalità che in qualche modo, non ci illudiamo, appartenne anche alla nostra cultura, ma a quella di quasi mille anni fa. Insomma, se aguzziamo lo sguardo, abbiamo l’occasione rara di vedere un esercito medievale scontrarsi, col il suo senso dell’onore e della guerra, con un esercito del XX secolo: cosa non da poco.. E’ anche interessante ricordare come in fondo, della guerra del Pacifico che fu così aspra per gli Usa, noi concentrati sui maledetti guai del D-Day, delle Ardenne, di Bastogne, della necessità di aprire un fronte occidentale per alleggerire la pressione pluriennale dell’assedio su Stalingrado, dalla necessità di giungere a Berlino, non è in genere che ci si pensi (almeno che io abbia riscontrato) granché. Anche se fu certamente lì che gli USA pagarono il prezzo più alto - “per riportare tutti i ragazzi a casa!” (Franklin Delano Roosevelt).
Mia figlia, appassionata come tanti giovani, di manga e sicuramente di cibo giapponese (il cibo giapponese è indiscutibilmente quanto, con buon pace dei bravi cristiani - ma forse i gesuiti in Giappone, duramente condannati dal papa nel XVI secolo per il rispetto e l’attenzione riservati alla cultura giapponese e a come poterla in qualche maniera onorevole avvicinare a quella cristiana, mi avrebbero capito - è quanto si avvicini di più nella mia esperienza di vita a una emozione mistica), mi ha raccontato una cosa: quando suona la campana che annuncia, a Capodanno, l’arrivo del nuovo anno, i giapponesi si recano a pregare in un tempio. Un tempio qualsiasi, indipendentemente dalla loro fede, non importa se scintoista (ancora la religione più diffusa) oppure buddista o animista o altro. Questo è irrilevante: ciò che conta è il rito da rispettare. E questo dal suo punto di vista era splendido, mentre io vi vedo solo il declino di una cultura priva ormai di veri punti “forti” di riferimento. E me lo raccontava infatti come questo non fosse quello che a me appare un chiaro segno di decadenza di un popolo che non sa più, dopo lo sconquasso culturale profondo creato dalla seconda Guerra mondiale, trovare qualcosa di prima mano nel quale credere realmente, che è già di per sé quello che fa realmente la differenza fra un popolo e un’accozzaglia mista di esseri umani vari ed eventuali.... o, come se questo fosse un segno di tolleranza, concetto che sbaglierò, ma credo culturalmente assai diverso dal senso che noi diamo a questo termine. E la cosa con la battaglia di Iwo Jima c’entra eccome, visto quanto il senso dell’onore guerriero e il culto per l’impero vi sono ancora fortemente vivi. Per questo, nell’azione degli ufficiali che difendono al di là del prevedibile l’isola di Iwo Jima, primo lembo di territorio autenticamente giapponese messo in pericolo, passando dalla decisone onorevole di suicidarsi per punire il proprio fallimento militare nel non riuscire a mantenere le posizioni strategiche assegnate loro, sino all’ordine disperato del generale Kuribayashi, che saggiamente ricorda che ogni soldato vivo, pur se ha ripiegato abbandonando posizioni non più sostenibili (“Siete stati bravi!” dirà sinceramente ai pochi soldati sopravvissuti che lo raggiungeranno, secondo un suo sensato ordine messo in discussione dagli ufficiali suoi subalterni ancora acriticamente impregnati da un senso dell’onore guerriero che, sospetto, avrebbe incantato Yukio Mishima!), è pur sempre un soldato che continua a combattere, ed è immensamente meglio di un soldato morto per rispettare il proprio senso dell’onore - il che pare di capire appartiene sincretisticamente alla mentalità americana militare e strategica che Kuribayashi ha conosciuta ed esaminata con attenzione intelligente un pochino più in gioventù e ne è stata chiaramente contaminato, è meglio dirlo chiaramente, almeno nell’opinione di Eastwood, incrinando quell’”auto-ipnosi” ossessiva, pericolosissima per l’onore e la tradizione a tutti i costi, che acriticamente conducono larga parte dell'eercito e della marina giapponesi all’auto-annientamento. Sterile e inutile, ma così corrispondente all’allora Giappone ancora così medievale, da farci provare un brivido a metà fra ammirazione e rabbia, per tanto spreco di vita umana! E la via scelta dal regista per farci comprendere che forse, il nemico siamo noi, e viceversa, e senza poi quelle grandi differenze che ci vorrebbero fra credere, persino con una cultura così differente come quella giapponese, genialmente, è raffigurata da semplici parole: quelle di una madre americana nella lettera al proprio figlio combattente, caduto prigioniero e curato inutilmente dai giapponesi. Parole esattamente uguali a quelle del barone Nishi, che col suo amato cavallo ha partecipato alle Olimpiadi in California ed è intelligente e acuto luogotenente del generale Kuribayashi, uno fra i pochi a capirne l'intelligenza emotiva, otre che strategica, segno di tempi nuovi che sia pur con fatica, si affacciano all'orizzonte del mondo, sceglie per accomiatarsi, ormai spacciato, dai suoi uomini: “Fai sempre e solo quello che è giusto, perché senti che è giusto, e non perché ti dicono che è giusto!” Quale miglior viatico per affrontare guerre per chi sempre più, e soprattutto ai giorni nostri, che guerre ancora ne vivono con apparente indifferenza dovuta all’abitudine, così tante, pare aver confuso irrimediabilmente il confine che separa giusto e ingiusto? E se vi va, vi auguro buona visione.Etichette: le vite degli altri |
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| 03 settembre 2008 |
| Eppur si muove, ancora. |
Apro il giornale e mi pare d’essere tornata ai tempi di Galileo e del suo leggendario “Eppur si muove!” borbottato a denti stretti. Galileo col quale, faccio notare, la Chiesa ha finito per scusarsi... è vero, con qualche secolo di ritardo - troppi perché lo scienziato umiliato nella libertà e brillantezza del suo intelletto sotto la pena della scomunica o anche solo un suo discendente, ne abbiano potuto trarre soddisfazione - ma comunque ha finito per scusarsi, che è quello che voglio sottolineare, assieme al fatto che è sempre meglio così, anche se tardi, piuttosto di niente. QUINDI, anche la Santa Madre Chiesa Cattolica Romana, nonostante l’invenzione geniale del dogma dell’infallibilità, ogni tanto (ogni quanto?) è non solo accertato, ma addirittura riconosciuto ufficialmente: si sbaglia. Ora, l’attacco dell’Osservatore Romano è contro i criteri scientifici di accertata morte: argomento molto dibattuto e spinoso, anche se magari ai non addetti ai lavori può parere incredibile. Accertare che uno è morto definitivamente e non come quel tale Lazzaro molto caro a Gesù, fratello di Marta e Maria, pare cosa complicatissima, al punto che immagino neppure la inconfondibile puzza di decomposizione di carne umana riesca a liberare fino in fondo dagli ultimi, scrupolosi dubbi. Certo, un elettrocardiogramma piatto (che in genere è il principale criterio per stabilire la morte fisica del soggetto) è indiscutibile, ma a volte, a furia di bioetica di matrice religiosa scatenata, mi aspetto che le pompe funebri finiranno per offrire - ovviamente a prezzo di favore - ai parenti affranti il loculo modello “Poe” ,con annesso campanellino d’emergenza - sai mai il morto si risvegliasse... Ditemi voi.
Titolo: “L’Osservatore Romano: la morte cerebrale non è sufficiente a stabilire il decesso”. Occhiello: Il giornale del Vaticano rimette in discussione il Rapporto di Harvard. "Per la certezza non basta l'encefalogramma piatto" (mi scuso per il collega: in realtà si dice elettroencefalogramma, l’errore marchiano lo segnala persino Word, dato che è proprio la qualità e quantità dell’attività elettrica del sistema nervoso ad essere valutata come criterio di vitalità del soggetto, ma si sa - non si può avere tutto dalla vita: né preti guidati dal buon senso, che mi ostino a ritenere uno dei doni più preziosi inutilmente elargiti da Dio alla sua Creatura; né giornalisti che sanno davvero di cosa stanno scrivendo, e soprattutto COME lo devono scrivere. Poi ci lamentiamo che l’ignoranza dilaga....). L’elettroencefalogramma piatto, per capirci, vuol dire un cervello è fritto e bello che andato, e se il danno ha coinvolto anche il midollo allungato, neppure più in grado di garantire da solo gli automatismi delle più elementari funzioni vitali: battito cardiaco, respiro.... Come dire, senza il santo accanimento terapeutico: la morte come unica, pietosa seppur dolorosa (nessuno si sogna di negarlo), possibilità Replicano i medici: "E' il criterio migliore". La Santa Sede: "Un articolo non modifica la dottrina”. Io vorrei solo far notare, rifiutandomi di entrare nel merito del cammino fatta negli ultimi secoli dalla scienza medica, spesso frutto proprio di credenti, che è altrettanti vero che neppure la dottrina può modificare un dato di fatto, anche se pare averlo imposto a forza parecchie volte... a meno di stare a discutere se quella di un vegetale è vita e allora sì: indubbiamente, quella di un essere umano ridotto allo stato di un vegetale è tuttavia tecnicamente dolorosa, stramaladettessima, agonizzante, penosa vita. Per lui e per quei disgraziati che lo amano e lo vedono sopravvivere (non certo vivere) fra tubi e apparecchi di rianimazione vari, ridotto al livello evolutivo di una pianta, ma siccome lo dice l’Osservatore Romano, VIVO! (parole, gente, mica fatti!) e continuano a sperare e a patire. Per anni e anni, spesso: ma mica accanto loro c’è qualche inviato dell’Osservatore Romano a offrirgli conforto e una spalla sulla quale piangere. E allora forse bisognerebbe, penso, interrogarsi bioeticamente anche sui criteri che stabiliscono senza ombra di dubbio cosa è indispensabile a stabilire la condizione di stato in vita, (un po' come Agostino che ricordava che se la guerra a volte è giusta, capita anche che spesso la pace sia ingiusta) e soprattutto, chiedersi cosa sia davvero la vita e cosa invece la offenda profondamente nella sua dignità. E umilmente meditare, e forse addirittura pregare di riuscire a capire DAVVERO...
Un altro motivo di meditazione,tanto per ricordare che anche in questo campo, i potenti della terra sono e restano i potenti, e i comuni mortali solo e sempre comuni e, forse, inutili, mortali...Etichette: le vite degli altri |
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| 26 agosto 2008 |
| Sulla tolleranza (ovvero, della libertàdi culto) |
Come scriveva Locke nel 1683, disgustato dalla indifferenza politica e religiosa del suo stato, e anche degli altri, verso coloro che avevano un'altra religione: "Poichè richiedete la mia opinine in tema di reciproca tolleranza fra cristiani, risponderò senz'altro che nella tolleranza io vedo il più importante segno distintivo della vera chiesa. Ché per quanto taluni vadano vantando antichità di luoghi o pompa, di culto, altri la risorsa operata dalla propria disciplina; tutti, l'ortodossia della loro fede, poiché ortodosso è ognuno ai propri occhi: queste cose, e le altre del genere, son molto più segni della sua brama di potenza degli uomini e del loro desiderio di dominare gli uni sugli altri, che non della Chiesa di Cristo! E chi anche tutto ciò possieda, e tuttavia manchi di carità, di pietà e di universale benevolenza verso il genere umano, non esclusi coloro che non professano la fede di Cristo, non v'è dubbio che egli sai ben lungi dall'essere un vero cristiano. (...).
Locke svolse la sua più matura attività di pensiero nel 1689 anche se sì, dato che i cattolici obbedivano a un capo straniero, non erano tanto simpatici neppure a lui; però forse vogliamo restare indietro di due secoli buoni rispetto alla maturità del pensiero?Etichette: le vite degli altri |
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| 25 agosto 2008 |
| Tempo di valige... ;-) |
"Toye (furibondo): Razioni K per 3 giorni, cioccolato, caramelle, caffé in polvere, zucchero, fiammiferi, la bussola, la baionetta, le munizioni, la maschera anti-gas, la borsa porta munizioni, una tracolla con borraccia e vanga, la pistola d'ordinanza, due stecche di sigarette, una mina Hawkins, bombe fumogene, bombe a mano, tritolo, una corda e due magliette orrende!
Perconte: Perché ti arrabbi?
Toye: Questa roba pesa quanto me, senza contare il paracadute, l'elmetto, il giubbotto salvagente!
Perconte: E la torcia dove la metti?
Toye: Vero, mi servirebbe anche la torcia."
I soldati Toye e Perconte preparandosi al lancio paracadutistico del D-Day dietro le linee nemiche, in "Band of brothers".Etichette: le vite degli altri |
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| 21 agosto 2008 |
| "Il geranio ha bisogno d'acqua" |
Chi non se lo ricorda, con quel suo sorriso sbruffone e simpatico da morire, ne Il destino di un cavaliere?
Annunciato da un mirabolante Paul Bettany - Geoffrey Chaucer, degno del marketing cavalleresco più sfrenato, interpretava uno strano, anomalo film: strana ambientazione, strani costumi, strana colonna sonora - We will rock you! dei Queen prima di scendere in lizza nei duelli - strano destino di rappresentare con più fedeltà storica di quanto la media degli spettatori abbia mai capito, quello che era, davvero, il possibile destino di un cavaliere sino al XII secolo (solo XII, non è un errore, anche se l’ambientazione del film era più tarda - Geoffrey Chaucer appunto). Un film che la mia” vecchia” (nel senso che è passato un po’ di tempo da quando ho fatto l’esame) professoressa di storia medievale dichiarava tranquillamente di trovare adorabile, anche storicamente, appunto. Lei che aveva recentemente dedicato un corso monografico proprio alle varie tesi sulla nascita della cavalleria; la tesi classica di Marc Bloch e quelle venute dopo, fino a Jean Flori, che avevano spostato avanti e indietro di un secolo circa l’origine e il significato profondo, per la società feudale, della cavalleria di sangue, quella che una volta divenuta immutabie gerarchia sociale, avrebbe impedito nella realtà al protagonista del film di Brian Helgeland di poter diventare, con la sola forza della sua prestanza fisica, unita al fortunoso reperimento di cavallo e armatura, davvero cavaliere. Ma sino ad allora no: lui aveva raccontato per davvero il possibile e fortunoso destino di un cavaliere, in modo storicamente bizzarro, ma reale. Solitamente, si nominano come ultimo esempio di mobilità sociale in genere i cavalieri contadini del lago Palau, ma quel film che pareva sgangherato e assurdo, in realtà a suo modo rispettava così profondamente la più attuale concezione storica della cavalleria, ed era più serio e attendibile di tanti Artù, e Lancillotti, e Merlini e Tristani coi quali ci hanno asfissiato per anni, da finire, come ricordavo più sopra, per essere consigliato sorridendo con entusiasmo agli studenti alla fine del corso di storia medievale. Onore al merito, dunque, per Heath Ledger e i suoi troppo pochi 29 anni finiti malamente il 22 gennaio scorso! . Ora, il Cavaliere, davvero oscuro, non c’è più, portato via come direbbe Bukowsky in un poesia che ho spesso citato, anche se non tutti la sanno capire, dal destino implacabile che segna la vita dei “belli” lasciando i brutti alla loro brutta e lunga vita. Ha fatto appena in tempo a godere la candidatura all’Oscar per il cow boy di Brokeback Mountain di Ang Lee, ruolo per il quale fu finalmente riconosciuto per la sua bravura, dopo una vita da gregario. Sempre secondo, con la parte soffiata di un niente da un altro: Toby Maguire per Spider man (forse sarebbe stato troppo difficile renderlo un Peter Parker davvero insignificante, spegnendo la luminosità di quel suo sorriso inconfondibile...); Hayden Christensen che gli soffierà la parte del giovane Skywalker in "Star Wars: Episode II - Attack of the Clones"; Ewan McGregor che lo sostituirà, accanto alla Kidman, in Moulin Rouge...
Ma noi amiamo ricordarlo un po’ Heathcliff di Cime tempestose e un po’ ancora una volta accanto al pazzo e visionario Gilliam, con Matt Damon, come Jake Grimm nella fiaba I fratelli Grimm e l’incantevole strega, dare ancora prova di quel suo talento un po’ sbruffone che lo aveva fatto amare dal tempo dello scudiero William Tatcher.
Allora perché ricordarlo solo ora, a tanti mesi dalla sua morte? Perché tre attori di certo più famosi ed economicamente “preziosi” di lui - Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell - hanno finito, grazie alle magie della sceneggiatura e della regia, il film che la sua morte aveva lasciato incompiuto, ancora una volta con Terri Gilliam: The Imaginarium of Dr. Parnassus. E poi, padri tutt’e tre, hanno deciso di donare il loro cachet alla sua amatissima figlioletta di due anni, nata da una relazione non legalizzata, che Heath non aveva fatto in tempo ad inserire nel suo testamento (credo di ricordare, cosa che mi pare un po’ tutti tacciano, che il diritto ereditario americano a differenza dal nostro, non riconosca la quota cosiddetta “legittima” ai figli, anche naturali, cosa che rende ancora più evidente lo scopo del gesto dei tre colleghi e il conseguente rilievo dato alla notizia). Non perché Matilda sia povera, quindi, così come non lo è la madre, ma per ricordare che essa esiste, e non sarebbe umanamente e legalmente giusto che venisse esclusa a favore del nonno dall’asse ereditario paterno.
Certo, per tre mostri sacri del loro calibro, saranno state briciole, ma c’è chi è più avido di un vampiro anche col proprio sangue , quindi onore e gloria anche per loro.
A noi resta, e ricordarlo in questa luminosissima e calda giornata di estate pare quasi una beffa, la faccia che pareva così allegra di Heath Ledger, mentre come sempre accade, ci sfuggiva la sua essenza più profonda, incapaci di cogliere il segreto doloroso che quel suo caldo e luminosissimo sorriso probabilmente nascondeva.
MABEL OSBORNE
I tuoi fiori rossi tra le foglie verdi appassiscono, bellissimo geranio! Ma tu non chiedi acqua. Tu non puoi parlare! Non occorre che parli tutti sanno che stai morendo di sete, ma non ti danno l'acqua! Passano oltre e dicono: "Il geranio ha bisogno d'acqua". E io, che avevo felicità da spartire e desideravo spartire la tua felicità; io che ti amavo, Spoon River, e anelavo al tuo amore, appassii sotto i tuoi occhi, Spoon River, assetata, assetata, muta per il pudore dell'anima di chiederti amore, tu che sapevi e mi vedevi morire davanti a te, come questo geranio che qualcuno ha piantato sopra di me, e lascia morire.Etichette: le vite degli altri |
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| 13 agosto 2008 |
| Olimpiadi |
Leggo distrattamente alcuni resoconti delle Olimpiadi: ancora oggi in casa mi buggerano col giochino - olimpici/olimpionici, figurati te! - e io ci casco sempre, come mio dovere! Insomma lo confesso: non sono una tifosa sportiva. Coi campionato mondiali di calcio per esempio spengo la TV e vado beata a letto con un bel libro... tanto, anche se non voglio le urla belluine dell’incivile vicinato mi terranno nonostante tutto al corrente dell’andamento del match anche se io sono - in anima e corpo - assente ...altrove.
Ve lo ricordate “Guarda-la-Luna” nella celebre scena iniziale di “2001: Odissea nello spazio”, mentre, improvvisamente illuminato dal misterioso monolito nero, afferra e brandisce selvaggiamente contro chiunque e qualunque cosa un femore (o magari era un omero: sempre osso lungo era, ma con precisione non ricordo) e lo usa come un’arma per colpire, e colpire, e colpire selvaggiamente tutto ciò che gli sta davanti, provando per la prima volta l’ebbrezza tutta umana del distruggere per il solo gusto di farlo? Ecco, per me il tifo è un po’ la stessa cosa, selvaggia e incomprensibile: gente che si ammazza per un risultato; tifosi della squadra avversaria buttati giù da un treno in corsa; motorini che volano giù dall’anello superiore di San Siro...cose così, insomma. Oddio, riconosco per prima che l’esile gruppo di tifosi del tiro del martello sono altra cosa, ma secondo me qualcosa sussulta e urla vendetta comunque, anche nel loro pur sparuto numero di cuori. Ma lo ammetto, a volte anch’io mi appassiono a qualche gara in particolare - quelle degli sfigati che in genere non se li fila nessuno, esclusi i parenti; e in genere inizio ad essere scorretta e in fondo non migliore dello scimmione mio progenitore immaginato da Arthur C. Clarke e insomma a trasformarmi in quanto, complessivamente, di meno decoubertiniano possa riuscire ad immaginare... E’ raro, ma lo confesso: accade. Faccio boom al tiro al piattello; mi appassiono al nuoto sincronizzato come non avessi trovati insulsi sin dall’infanzia i film di Esther Williams...
Però. Però i termini coi quali è stata descritta la sconfitta della Manaudou, su La Repubblica con un bel lapidario: “Sembrava essersi ripresa con gli Europei del marzo scorso a Eindhoven con l'oro nei 200 dorso e nella 4x200sl. Ora il buio. Intanto la sua rivale Federica Pellegrini le ha strappato il fidanzato: per ora il duello fra loro è stato solo sulla carta, sui titoli. Non certo in piscina. Anche Federica ha cominciato male ma con il record del mondo ha ripreso in mano le sue Olimpiadi. Laure no, IL SUO E’ UN FALLIMENTO TOTALE”. Ora, non so voi.
Magari siete campioni nazionali di tuffo, o nuoto, o duello con spadone celtico o curling E magari pensate che questo non sia il fine ultimo della vita, ma solo un mezzo, per percorrere il camino che ci è stato affidato alla nascita; ma a me, un giornalista che con tanta indifferenza fa cadere una tale lapide, sulla carriera sportiva di una ragazzina sia pure appartenete al "nemico" = squadra avversaria, (perché è vero che lo sport brucia i giovani, ma 22 anni son sempre 22 anni, soprattutto in certe discipline) lo condannerei a fare da ultimo tedoforo, 2008 volte il giro dello stadio olimpico, fustigato sulle chiappe nude con ampi fasci di ortiche, onde meditare nel dolore sulle sue capacità sportive, e soprattutto su quelle altrui. E nonostante l’orgoglio per la rimonta della Pellegrini, mi resta addosso una rabbia, una rabbia da aver voglia di spaccare tutto, ispirata da questo giornalista così placido nel suo distruggere in due righe una vita di sacrifici, sogni, rinunce, disciplina rigorosa e inflessibile, e dolori: quella che di certo immagino non avrà mai fatto lui. Perché sarò pure non sportiva, ma gli sportivi veri, tutti quanti, io li rispetto. Come rispetto chiunque è capace di consacrare a qualcosa che ritiene più grande di sé, la sua esistenza. Non è megalomania o egocentrismo: è la consapevolezza che la vita ti ha fatto un dono, e tu lo devi onorare. E quando ciò non accade - sputi sangue e dolore, perché non ti resta nient’altro, e il primo imbecille distrugge con un commento degno di Novella 2000 la tua vita.. Poi magari ne riparliamo, ok?, signor giornalista Fabrizio Bocca, che di sport al di là della facile carogneria con la quale hai offeso e ferito una ragazzina che è pur sempre la settima qualificata al mondo - la settima, hai capito? e già questo dovresti capirlo bene, anche dal’alto del tuo ruolo di giudice delle prestazioni sportive altrui, ne farebbe una vincitrice! E tu, tu invece cosa sei? Perché squalificare così, usando argomenti della vita privata come un pessimo giornaletto di gossip, la campionessa francese Manaudou: io che sarò l'ultima degli imbecilli, però ho trovato il tuo stile giornalistico e soprattutto umano, veramente squallido, ignobile e meschino. Chissà se ci mediterai, egregio signor Bocca. Per intanto, alla settima campionessa di nuoto del mondo - che certo poteva aspirare a molto di più, ma è andata così: lo sport, solo i coglioni credono sia una scienza esatta che se ne infischia di dolori del corpo e dell’anima, di giornate no e di tutto quello che può sminuire l'esistenza di tutti gli altri esseri umani con le stese fragilità e debolezze e scoramenti uguali esattamente a quelli che ho io o che hai tu - perché mica un olimpico è Superman! E comunque anche Superman aveva la sua kryptonite.... Perciò, per Laure Manaudou, tre hip hip hurrà, da tutti i veri sportivi e decoubertiniani che ancora ci sono, in un mondo nel quale valori come l’eleganza e l’onore e il rispetto, anche per l’avversario sconfitto, son merce sempre più rara (ancora “Guarda-la-Luna” e il suo/nostro destino di scimmioni...più o meno evoluti, ahimè), e AUGURI DI FUTURO SUCCESSO E RIVINCITA.
Una vera, credo, tifosa italiana, che forse sul tifo ha capito più di quel che crede!Etichette: le vite degli altri |
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| 14 giugno 2008 |
| Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street |
In un certo senso, Sweeney Todd chiude un percorso iniziato dal sodalizio Burton - Depp molti anni fa, con Edward Mani di Forbice (1990). Allora, le lame erano il simbolo dell’incompletezza non voluta di una creatura, nata un po’ per capriccio un po’ per l’intuizione geniale di un Demiurgo gentile, novello e misantropo Frankestein, che aveva in un felice attimo creativo intuito la possibilità di fornire di un friabile e dolce cuore di biscotto uno dei suoi cervellotici e buffi macchinari, così cari alla iconografia tipica di Burton, nel tentativo, sin troppo dolorosamente riuscito seppur interrotto dalla precoce morte del suo Creatore, di donargli una vita e una umanità. Tanto che per Edward non resterà altra salvezza se non l’isolamento e la solitudine, duramente segnati dalla rinuncia al suo lecito sogno di amore e accettazione: un sogno, immagino, condiviso da molti in una società segnata ferocemente (e il film burtoniano non offriva sconti a nessuno!) dal conformismo, dalla superficialità, dall’egoismo e nonostante un’apparente patina di civiltà, dal sempre attuale detto hobbesiano sempre pronto a riemergere - homo hominis lupus ... Edward, in questo mondo falso che si stende ai piedi dell’oscuro e fatiscente castello che lo ha visto nascere, mondo di quartieri residenziali tutti uguali resi efficacemente da una scenografia zuccherosa nelle sue tinte pastello e nei suoi ridicoli tic, è un innocente, e come tale destinato a fungere da capro espiatorio per il rifiuto sociale di tutto quanto, discostandosi dalla più piatta normalità, ce la rende più oscura, ambigua, temibile, ipocrita e quindi inaccettabile nella sua nuda e cruda essenza.
Oggi, invece le scintillanti lame d’argento dei rasoi del barbiere Benjamin Barker diventano, in una affermazione pregna di significato, la raggiunta completezza - affermata ad alta voce e con forza - del braccio del vendicatore Sweeney, diabolico barbiere di Fleet Street, inaspettatamente riemerso da un passato di corruzione e ingiustizia che lo aveva travolto, e che perduta ogni speranza trova la sua giustificazione d’esistere solo nella ricerca della vendetta. Attività alla quale Sweeney si dedicherà con entusiasmo più che professionale, nella rappresentazione burtoniano della leggenda del barbiere pluriomicida, che ha ispirato testi letterari e un famoso musical al quale direttamente si rifà il film di Burton. E proprio pensando all’universo burtoniano, è esemplare la scena che vede la creazione della sedia reclinabile (leve e ingranaggi, come nelle benevole creazioni del “papà” di Edward, qui invece non prive di un nero tratto di sberleffo grottesco, nella loro innegabile efficienza) che scaraventa i cadaveri degli esseri umani eliminati - in nome di una totale sfiducia di Sweeney nella loro bontà e quindi tutti indistintamente meritevoli di morire - nella misteriosa e inquietante cantina di Mistress Nellie Lovett, pragmatica produttrice di pasticci di carne e sua complice e amica, non indifferente a possibili legami amorosi e affettivi, sia pur anch’essa corrotta dall’interesse personale e da “questi tempi duri che oggi tutti viviamo”. Tuttavia, anche lo sfaccettato personaggio di Nellie, come si scoprirà, agisce in nome di un lungo amore non corrisposto da qualcuno per cui la sorgente dei sentimenti è stata da tempo disseccata dalla ingiustizia patita, e non è priva, a fronte di una spregiudicatezza e impermeabilità morale invidiabili persino dal più cinico lobbista, anche di momenti di autentica commozione, gentilezza e generosità. Ma del sodalizio fra il barbiere e la ristoratrice, ciò che maggiormente colpisce è la inaspettata capacità di sfruttamento “imprenditoriale” dell’assassinio che appare gestito quasi secondo principi antesignani del fordismo della catena di montaggio, e sulla quale Mrs. Lovett si concede (in graziosi siparietti colorati ritagliati nell’altrimenti rigoroso grigio “fumo di Londra” della scenografia) di sognare persino la costruzione di una improbabile felicità a due piccolo-borghese ovviamente irrealizzabile, con le conseguenti implicazioni (di stupefatto giudizio umano e di sceneggiatura) che inevitabilmente ne conseguono, mentre una inquietante nube più nera persino della scurissima Londra creata da Dante Ferretti si allarga come l’ombra del Male (come denuncia inutilmente la misteriosa mendicante che si aggira attorno all’antica casa di Barker) nel cielo sopra la trattoria della vedova Lovett. Quindi Sweeney uccide chiunque gli capiti a tiro, reso finalmente, all’opposto di Edward, un essere umano completo proprio dai suoi amici rasoi. Dato che a differenza di Edward, a Sweeney non interessa più poter usare le mani per accarezzare, per poter accostare i propri simili senza ferirli, ma solo per blandire e ingannare le sue vittime, mentre affila le sue lame con gli unici attimi di amorevolezza rimastigli, prima di sgozzarle. La sua indistinta attività omicida così diviene un palliativo nella impaziente e frenetica attesa di poter raggiungere i veri oggetti della sua vendetta, primo fra tutti il perverso giudice Turpin, che gli ha sottratto quella serena felicità familiare rispetto alla cui perdita Sweeney pare ritenersi in qualche modo colpevole, accusandosi d’ingenuità, non avendola saputa tutelare a sufficienza dalla malvagità e dall’invidia del mondo. Sweeney che descrive (“There’s a hole in the world like a great black pit and the vermin of the world inhabit it and its morals aren’t worth what a pig could spit and it goes by the name of London.”)
con rabbiose parole prive di pietà il verminaio umano che brulica nelle oscure, corrotte e sporche vie di una Londra che diventa il simbolo di tutti i vizi e le corruzioni che il potere esercita impunito sulla sorte degli innocenti e dei deboli, raffigurando la perdente lotta della ragione contro l’arbitrio, ma che è incapace di portare questa consapevolezza sino alle sue estreme conseguenze, assolutizzando invece il suo dramma individuale in una “Epifania” di odio assoluto quasi che il dolore e l’ingiustizia da lui patiti non lo affratellino a un destino sin troppo comune. In fondo, quindi, potremmo dire, Sweeney completamente ossessionato dall’orrore che lo ha colpito e marchiato a vita con quella sua vistosa ciocca bianca, a metà strada fra l’eccesso da cartoon o da film muto di Crudelia De Mon e La moglie di Frankestein, ciocca candida che ci ricorda anche come un forte shock emotivo possa imbiancare prematuramente i capelli, pur essendo una vittima o forse proprio per questo, si è ormai trasformato in un lucidissimo psicopatico, come lo accuserà la stessa Mrs. Lovett, distaccato da una corretta percezione della realtà - in fondo, già morto anch’egli, e lontano da qualsiasi sia pur sperata salvezza.
Con stupore ho notato come pochissimi abbiano colto qualche analogia fra la vicenda di Sweeney e quella di un’altra celebre ingiustizia, molto simile e nata dallo stesso movente, e anch’essa all’origine di una famosa, implacabile vendetta: quella del Conte di Montecristo. Ma invero la somiglianza è solo superficiale. Edmond Dantès, in molti anni di prigionia ha concepito un piano dettagliato e astuto per punire i responsabili dell’ingiustizia che lo ha colpito, ma sa anche provare pietà, distinguere innocenti e colpevoli, e soprattutto sa superare col suo percorso umano, lo stadio della feroce gratificazione procurata dalla possibilità di colpire chi ci ha colpito; così vi è per lui una speranza di rinascita, di una nuova occasione. Non così per Sweeney, che invece è completamente pervaso da un odio disilluso per l’umanità tale da privarlo della capacità di provare qualsiasi altro sentimento, al punto di sognare disperatamente un incontro con la figlia Johanna sottrattagli e quindi con quell'irrimediabilmente perduto passato da ingenuo barbiere che avendo la felicità in mano, non l’ha saputa preservare dalla sozzura del mondo, per poi alla prova dei fatti, non saperla riconoscere e risparmiarle la vita per un puro caso accidentale. Così il climax narrativo, accelerato fra un duetto e l’altro dalla efficientissima macchina di morte creata dai due diabolici soci di Fleet Street condurrà inevitabilmente a un finale tragico come quello di un dramma antico, segnato dalla cieca e inesorabile legge del Fato e del contrappasso, che ancora dalla colpa e dall’ingiustizia (questa volta messe in moto anche dal barbiere assetato di vendetta) vedrà sorgere un nuovo e altrettanto non proprio innocente angelo vendicatore, allentando finalmente una tensione che nello spettatore si era fatta quasi insostenibile.
Va detto che il film riesce, oltre a colpire profondamente lo spettatore pur mantenendo la forma ormai desueta e non più popolare del musical e servendosi delle voci non doppiate da cantanti professionisti dei notevoli attori protagonisti - l’infernale trio Todd-Turpin-Lovett - nella quasi disperata, eppur vincente, impresa di farci provare una sorte di feroce empatia con questi personaggi così legati a parti oscure dell’animo umano che, ci suggerisce Sweeney, emergono quando la disperazione dei tempi e delle situazioni lo richiedano. Ennesimo tentativo di penetrare nel labirinto di una mente che ha perduto se stessa, alla ricerca di spiegazioni, giustificazioni: operazione spesso scivolosa e non necessariamente interessante, ma che qui mi pare meglio riuscita che in altri casi. E gli ultimi barbagli della gentilezza d’animo che fu di Benjamin Barker, marito e padre amoroso, simboleggiati dal volto puro e luminoso della figlia in fuga dalla prigionia impostale dall’orrido Turpin, con l’aiuto del giovane e innocente Marinaio Anton, ancora capace di veder la meraviglia e la bellezza del mondo, mentre Sweeney cinicamente lo disillude con un patibolare: “Imparerai!” sono solo un pallido contraltare alla grandezza oscura e terribile di Sweeney Todd, che giganteggia su tutto e tutti, mentre piange le sue prime, e ultime, lacrime di sangue sul cadavere offeso della infelice moglie troppo tardi ritrovata.Etichette: le vite degli altri, parole e pensieri scritti sfacciatamente per me (checché ne dica l'Autore), pirlate |
postato da la Parda Flora
alle 09:41 
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| 30 dicembre 2007 |
| Sordità |
Come purtroppo altre volte m’è accaduto, leggo su di un blog il riflesso di un fatto di cronaca: chi abbia letto la notizia dell’omicidio-suicidio in Friuli, può trovare qualche elemento di riflessione, se non di lettura di quei fatti, qui. Dire che le festività di Natale vedono il maggior picco di suicidi annuale, è decisamente banale, da tanto il dato è risaputo: è quando la società ti impone come un dovere la felicità, che tu senti maggiormente la tua inadeguatezza, il tuo dolore. Anche se quella attuale mi sembra una società nella quale, con buona pace di tutti, solo i beoti possono essere felici. Ma tant’è... Per Freud la radice della depressione, che è una malattia e nella forma reattiva fra le sue cause scatenati riconosce anche il pensionamento e il lutto - e si vive come lutto anche la perdita di una parte del proprio corpo - stava nel senso di colpa, che qualche geniale psicanalista ha di recente “scoperto” si sia oggi trasformato in “senso di inadeguatezza”. Come se nella nostra società, in qualsiasi società, non ci si sentisse in colpa quando non si rispettano più gli standard qualitativi culturalmente imposti: cambiano le richieste, non cambia il sentimento disperante di chi non ha la capacità (non la volontà, ché proprio quella è annichilita dalla malattia) di corrispondere a quelle richieste. E così inizi a sentirti spinto ai margini della vita; mentre la corrente pare trasportare gli altri verso qualcosa, tu ti senti arenato, finito, in un mondo così opprimente, grigio e cupo che, anche se ammetto di non riuscire a capirlo se non intellettualmente, nel momento finale arrivi a concepire come un gesto di pietosa liberazione il portare via con te anche le persone che ami. Ma di questo ennesimo gesto disperato, sempre più frequente nelle pagine di cronaca locale, ciò che mi ha dato veramente da riflettere, a parte il cordoglio per chi è morto e chi lo conosceva - e per una volta forse sarebbe il caso di fare lo sforzo di cercare di capire, e non come è tanto più facile e rassicurante, giudicare - è il tipo di commenti che il ritratto, piuttosto eloquente ed efficace nel tratteggiare una caratterialità borderline e una serie di cause che possono aver condotto a quel gesto, ha raccolto. Voglio dire, chi viva certe situazioni non è mai silenzioso: persino il suo silenzio urla, per chi lo voglia - davvero - sentire. E allora, di fronte a generiche o colte considerazioni sul non senso della pretesa normalità - in genere, quella di chi parli - e sulla sordità della società o della gente, (sordità per altro verissima, anche se credo più da disattenzione che da reale danno organico, dato che gli esseri umani in genere allontanano e rimuovono tutto ciò che è potenziale fonte di disagio o richiesta di impegno emotivo ed empatico) verrebbe voglia di esortare ad un generale uso più regolare di cotton fioc e altri arnesi che mantengano libero e ben funzionante il meato uditivo. Così, magari, le “voci sottili” con le quali chi si stia avviando su cammini solitari e pericolosi sempre chiede aiuto, potrebbero ogni tanto essere sentite anche prima del fragoroso urlo finale, e consentirebbero di risparmiare tante generiche parole di condanna sulla società e la gente. E magari anche di evitare di finire per avere ognuno, uno di questi fantasmi disperati nei nostri ricordi personali. Come se, in realtà, alla fin fine la gente e la società non fossimo tutti noi.Etichette: le vite degli altri |
postato da la Parda Flora
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| 03 dicembre 2007 |
| Chi ha fatto fuori l'OCSE? |
Chi ha fatto fuori l'OSCE?
Ex capo missione OSCE rivela le "pressioni" subite per coprire le irregolarità delle elezioni del '96
di Alexander Zaitchik e Mark Ames
"Una vittoria per la democrazia russa" Titolo di un editoriale del New York Times, alcuni giorni dopo le elezioni presidenziali del 1996 approvate dall'ODIHR.
"La democrazia russa esce di scena" Titolo di un editoriale del New York Times, alcuni giorni prima delle elezioni della Duma boicottate dall' ODIHR.
Quando la Russia lo scorso mese ha comunicato all'OSCE che la sua missione di monitoraggio delle elezioni sarebbe stata pesantemente limitata, è sembrato che Putin avesse scagliato un fulmine autoritario a ciel sereno, rivelando una volta per tutte il proprio animo stalinista. L'Occidente ha reagito come se l'OCSE fosse il crocifisso della democrazia e il rifiuto di quel crocifisso da parte di Putin fosse il male che respingeva il bene.
Be', è un punto di vista possibile. Un altro è che il recente scontro tra Russia e OCSE sia l'esito inevitabile di anni di cinica manipolazione occidentale di un'organizzazione che un tempo godeva di grandissimo credito e impeccabili credenziali, ma che è ora giustamente vista come uno strumento propagandistico dell'Occidente.
Se questa frase sembra il delirio paranoico di un silovik revanchista dell'era putiniana, fate meglio a ripensarci. È l'opinione dell'uomo che guidò la missione OCSE in occasione delle elezioni russe del 1996, Michael Meadowcroft.
"L'Occidente ha tradito la Russia, ed è un peccato," ha detto Meadowcroft, ex parlamentare britannico e membro di 48 missioni di monitoraggio elettorale in 35 paesi.
In una recente intervista telefonica con The eXile, Meadowcroft ha spiegato come avesse subito le pressioni delle autorità dell'OCSE e dell'Unione Europea per ignorare gravi irregolarità nella vittoria elettorale del 1996 pesantemente manipolata da Boris El'cin, e come i funzionari dell'UE avessero occultato un rapporto sul quasi totale asservimento dei media russi alle forze filo-el'ciniane.
"Fino all'ultimo fui sottoposto alle pressioni di [dei pezzi grossi dell'OCSE a] Varsavia perché cambiassi quello che intendevo dichiarare", ha detto Meadowcroft. "Per quanto riguarda ciò che l'OSCE era pronto a dire pubblicamente sulle elezioni, basti sapere che erano molto contrari a qualsiasi allusione al fatto che le elezioni fossero state manipolate".
Di fatto, dice, l'OSCE e l'Occidente avevano già deciso prima del voto che l'elezione di Boris El'cin sarebbe stata meravigliosamente libera e giusta.
"L'assemblea parlamentare dell'OSCE, che simpatizzava appassionatamente per El'cin, aveva una missione separata", racconta. "Così c'erano due missioni OSCE per le elezioni, una delle quali arrivò già pronta a dire che tutto era filato liscio". L'altra invece subì pressioni per dichiararsi d'accordo.
Le chiare frodi, come il fatto che intere città cecene avessero votato tutte compatte per El'cin, spinsero Meadowcroft a paragonare le elezioni del 1996 a quelle delle dittature africane". In Cecenia sono stati bombardati senza pietà e chissà come votano tutti per El'cin. È come il Camerun", disse.
Mentre l'Occidente dipinge lo screzio tra Russia e OSCE semplicemente come una battaglia tra fulgida democrazia e oscura autocrazia, l'élite russa ha una visione profondamente cinica dell'OSCE che si basa sulle esperienze personali. Come a Meadowcroft non fu consentito di dire all'epoca, la vittoria di El'cin nel 1996 pullulava di brogli. Fondamentali per l'esito furono mesi e mesi di servizi televisivi favorevoli a El'cin e una campagna di "propaganda nera" contro il suo rivale comunista, Gennadij Žjuganov; e la carta stampata non fu da meno. Le elezioni non furono una "vittoria degli ottimisti", come scrisse allora il famigerato fan di El'cin Michael McFaul dell'Hoover Institute. Piuttosto la tecnologia delle elezioni fraudolente, con la benedizione dell'Occidente, servì da schema per le elezioni successive. Ma se a Occidente sono in pochi a saperlo è perché l'OSCE e i media occidentali hanno cominciato a sottolineare i sistematici brogli elettorali e la manipolazione dei media in Russia solo a partire dal 2003.
"[L'Occidente] non voleva critiche [pre-elettorali] sulla manipolazione del voto per paura che i Comunisti ne traessero vantaggio", ha detto Meadowcroft. "E loro [il Partito Comunista] davano per scontato che non avrebbero avuto un trattamento equo. Quando andai dalla squadra di Žjuganov mi dissero, 'Oh darle il dossier [sui brogli elettorali] sarebbe uno spreco di tempo, comunque non ne fareste nulla'". Ha aggiunto che l'Unione Europea cercò di occultare un rapporto sulla manipolazione dei media sottoposto da un collega belga che lavorava per un'istituzione dell'UE. Quando gli fu impedito di diffondere il rapporto lo passò a Meadowcroft, il quale a sua volta lo passò ai media come privato cittadino. All'epoca pochi lo notarono o vi prestarono attenzione. Ecco invece quello che il pubblico occidentale si sorbì dopo le elezioni del 1996:
"La conclusione preliminare della delegazione dell'IRI è che le elezioni sono state le migliori mai svoltesi in Russia e riflettono i grandi passi avanti fatti dal popolo russo nell'istituzionalizzazione della democrazia". L'osservatore americano William Ball III, dell'International Republican Institute, ONG finanziata dagli Stati Uniti, luglio 1996.
"Il voto si è svolto... in modo democratico, imparziale e corretto". Ernst Meulemann, osservatore del Consiglio Europeo, luglio 1996.
"È vero che il presidente El'cin ha sfruttato la sua posizione a proprio vantaggio. È anche vero che il candidato comunista, Žjuganov, ha sfruttato a proprio vantaggio il fatto che il Partito Comunista ha un'imponente base popolare, ed è di gran lunga la migliore, la più grande e la più complessa organizzazione russa. Ma molti osservatori internazionali hanno giudicato che si è trattato di elezioni libere e corrette". Vice Segretario di Stato Strobe Talbott, luglio 1996.
"Malgrado la sfiducia e il sospetto reciproci che hanno preceduto le elezioni, c'è stato consenso da parte del governo, dell'opposizione comunista e degli osservatori internazionali sul fatto che le elezioni di domenica sono state per la maggior parte libere e corrette". New York Times, 18 giugno 1996
"OSCE: ELEZIONI GENERALMENTE LIBERE E CORRETTE. Già prima della formalizzazione dei risultati finali, il 17 giugno una delegazione di 500 osservatori elettorali dell'OSCE ha diffuso una dichiarazione preliminare secondo la quale la prima tornata delle elezioni presidenziali russe sarebbe stata 'libera e corretta'". Radio Free Europe/Radio Liberty Europe, giugno 1996.
Meadowcroft è ancora sconvolto dalla manipolazione della sua valutazione delle elezioni. "Non dissi mai 'libere e corrette'. Le parole ambigue che usai erano qualcosa come 'un passo avanti per la democrazia', ma certamente non dissi 'libere e corrette'", ha affermato. L'OSCE ha continuato a somministrare rapporti ottimistici anche durante l'era di Putin. Nel 2000 si affrettò ad archiviare la vittoria di Putin nonostante gli evidenti e diffusi brogli elettorali, alcuni dei quali smascherati dal Moscow Times. "L'OSCE non avrebbe dovuto approvare [le elezioni del 2000]," ha detto a The eXile Sergej Loktënov, portavoce del partito Jabloko, dopo la rielezione del 2003. "Difficile dire perché l'abbia fatto".
Difficile? Nel 2000 Putin era ancora visto come un "riformatore", come l'uomo dell'Occidente. Non aveva ancora cominciato a interferire con gli interessi petroliferi occidentali o a riaffermare una politica estera forte e indipendente. Ma nel 2003 la musica dell'OSCE è cambiata.
L'OSCE non ha semplicemente distrutto la propria credibilità con gli strani criteri usati per giudicare alcune elezioni russe giuste e altre no. Mentre Mosca accusa gli Stati Uniti di indebite pressioni sull'organizzazione, vale la pena di rispolverare uno dei grandi "successi" dell'OSCE. Mentre si preparava la guerra del Kosovo, l'organizzazione fu usata come un fronte della CIA per consegnare apparecchiature per le comunicazioni all'Esercito per la Liberazione del Kosovo e per raccogliere informazioni in vista della campagna di bombardamento della NATO. Come scriveva il New York Times nel marzo del 2000:
"Quando l'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), che coordinava il monitoraggio [sui diritti umani], lasciò il Kosovo una settimana prima dell'inizio dei bombardamenti, un anno fa, molti dei suoi telefoni satellitari e sistemi di posizionamento globale furono segretamente passati all'UCK, per far sì che i capi della guerriglia potessero tenersi in contatto con la NATO e con Washington. Diversi capi dell'UCK avevano il numero di cellulare del generale Wesley Clark, il comandante della NATO. I diplomatici europei che all'epoca lavoravano per l'OSCE sostengono che fu tradita da una politica americana che rese inevitabili i bombardamenti. Alcuni hanno messo in dubbio i moventi e le lealtà di William Walker, il capo missione OSCE americano. 'Gli Stati Uniti miravano ad avere osservatori diplomatici, cioè la CIA, che operassero su basi completamente diverse rispetto al resto dell'Europa e all'OSCE,' disse un inviato europeo".
Agli occhi di professionisti della democrazia e esperti osservatori come Meadowcroft, questo cinico sfruttamento del buon nome dell'organizzazione segnò l'inizio del declino dell'OSCE, un declino la cui responsabilità viene attribuita ora a paesi non membri della NATO, cioè quella sorta di "piccoli fratelli" che si trovano sul fianco orientale dell'OSCE.
"La cosa più triste è che l'OSCE, agendo in modo non trasparente, ha offerto un argomento in più ai detrattori del monitoraggio elettorale", ha detto Meadowcroft riflettendo sull'attuale screzio tra il Cremlino e l'organizzazione. "È questo l'aspetto sconfortante. Mi sento come se anch'io fossi compromesso per non essere stato abbastanza inflessibile. Ma è difficile quando mancano cinque minuti alla conferenza stampa e un tizio ti telefona da Varsavia per dirti 'Non puoi dirlo!'. Io dissi, 'Senta, parlerò alla stampa'. La reazione fu 'No, non può'. Fu molto difficile". Le rivelazioni di Meadowcroft sono importanti per una serie di motivi. Innanzitutto qui a The eXile ci stiamo tutti chiedendo come mai nessuno dei principali mezzi di informazione si sia preso la briga di contattare l'uomo che aveva guidato la missione di osservazione durante le elezioni più "libere e corrette" della storia russa post-comunista.
Queste rivelazioni consentono anche di porre nella giusta prospettiva quello che sta davvero succedendo nell'esperimento russo con la democrazia. Il nuovo minimo toccato ora non è un'invenzione di Putin e della sua cricca di siloviki, ma piuttosto il risultato di un'impresa comune in cui entrambe le parti hanno dato il peggio di sé. La democrazia allevata e nutrita sotto El'cin sembrava il mostruoso semi-aborto di Eraserhead. L'élite dell'era el'ciniana era convinta che la democrazia fosse una gran scocciatura che dovesse essere tenuta in vita per le delegazioni occidentali in visita che arrivavano, guardavano il feto gracchiante e sputacchioso coperto di marciume e di limo e dichiaravano: "Somiglia proprio alla nostra Signora Libertà!"
Meadowcroft ha raccontato alcune delle sue esperienze personali con i "giovani riformatori" di El'cin e i loro burattinai occidentali, che chiama "mafia economica".
"Quello che mi dissero nel 1996 fu... 'Perché ci scocci con le elezioni? Non lasceremo che tutto questo vada a pezzi. Ci stiamo facendo su troppi soldi. Che ce ne importa delle elezioni?"
Il suo racconto dipinge un quadro familiare anche se spesso ignorato, che vede l'Occidente responsabile del crollo della credibilità dell'OSCE in particolare e del neo-comatoso stato della democrazia russa in generale. Non sarebbe giusto incolpare solo l'Occidente dei mali della Russia; ma è altrettanto scorretto negare il ruolo dell'Occidente nell'incasinare tutto. L'attuale fiaba di un passato fatto di felicità e di giuste elezioni e di un presente oscuro privo di democrazia è facile da bere ma distruttiva nella misura in cui accresce le incomprensioni e la paranoia di entrambe le parti in gioco. Inutile dire che va a tutto vantaggio di coloro che a Ovest ci stanno trascinando in una Guerra Fredda basata parzialmente sulla fantasia di un glorioso passato democratico che non è mai esistito, o almeno non da quando El'cin ha preso a cannonate il parlamento nel 1993.
Il punto non è che l'Occidente avrà torto quando condannerà il voto di questo finesettimana. Nel gergo dell'OSCE, le elezioni della Duma saranno "fondamentalmente viziate". "Disattenderanno" gli standard, se non le aspettative, occidentali. Non è un segreto che i media russi controllati dallo Stato siano grottescamente filo-putiniani. O che le leggi elettorali siano state cambiate per escludere i partiti d'opposizione. O che, come in precedenti elezioni, in provincia ci saranno probabilmente un po' di brogli alla vecchia maniera.
Non per la prima volta, il Moscow Times ha contribuito a far chiarezza sugli intrighi elettorali in corso nel paese. In un articolo pubblicato il 27 novembre scorso, il quotidiano descriveva brogli e pressioni (ma anche intimidazioni e minacce) sperimentati da alcuni russi, costretti dai loro datori di lavoro a votare per Russia Unita, il partito di Putin, il 2 dicembre.
Comunque vogliamo definire queste elezioni, tutti concordano sul fatto che non saranno esattamente "svedesi". Ma tra tutte le affermazioni fatte a proposito della "gestione della democrazia" di Putin, quella che riguarda il boicottaggio dell'ODIHR dell'OSCE è considerata la più profonda. Di certo è la più influente. L'ODIHR è ancora visto dai custodi della democrazia come l'incarnazione della regola aurea. Quando disse che Boris El'cin fu eletto con metodi giusti e democratici nel 1996, il New York Times e la maggior parte dei media occidentali si affrettarono a dichiarare una "Vittoria per la democrazia russa". Quando la stessa organizzazione decise di non onorare la Russia della propria presenza, quest'anno, tutti hanno dichiarato che la democrazia del paese è "Uscita di scena".
La verità è che non ci è mai entrata. Ma gli esperti dell'OSCE non se ne preoccupavano.
Come si è giunti a questo?
Meadowcroft ha presto parte a missioni di osservazione in Russia e nei paesi della CSI a partire dal 1989. All'inizio, ha detto, gli osservatori elettorali internazionali erano visti come "i buoni". Le cose hanno cominciato a cambiare quando l'OSCE ha strappato alle Nazioni Unite il controllo sulle procedure di monitoraggio alle elezioni regionali. È lì che si sarebbe insinuato il marciume ideologico.
"Si può far risalire il sovvertimento dell'OSCE al momento in cui l'ONU ha dovuto passare all'OSCE le operazioni di sorveglianza elettorale della sua area", dice Meadowcroft. "A un certo punto la divisione elettorale dell'ONU non è stata abbastanza forte per continuare a svolgere missioni nella regione OSCE. È stata così costretta a passare la missione all'OSCE. La divisione per gli affari elettoratali dell'ONU faceva originariamente parte del dipartimento politico delle Nazioni Unite, che era molto potente. E fu estromessa. L'ONU fu in effetti politicamente costretta a lasciare che l'OSCE conducesse le proprie operazioni nella sua area. Si trattò di un'iniziativa prevalentemente americana". Alla fine della Guerra Fredda, quando l'OSCE era ancora nota come Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, si nutrivano grandi speranze. La CSCE era il punto di incontro della forze tese ad alleviare le tensioni tra le superpotenze e preparavano la fine della Guerra Fredda, dalla Dichiarazione di Helsinki sui Diritti Umani ai primi negoziati del Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa. "C'era questa idea che la CSCE sarebbe stata una specie di 'ONU per l'Europa'. Havel sarebbe stato il suo padrino, gli americani l'avrebbero appoggiata, e si sarebbe insediata nel vecchio edificio del Parlamento Federale di Praga quando la Cecoslovacchia si divise", ha detto Christopher Lord, ex direttore di Perspectives: A Central European Journal of Eastern European Affairs ed ex consigliere del ministero degli affari esteri ceco. "Fu fatta fuori dalla proliferazione dei paesi, con la frammentazione del Blocco Orientale", ha detto Lord. "Il crollo della Jugoslavia mise in luce tutta la fragilità della CSCE. Esposto alle tensioni di una vera guerra, il dinosauro della guerra fredda crollò e morì. L'urgenza della situazione fece sì che l'attenzione dei ministeri degli esteri tornasse a concentrarsi sulle Nazioni Unite, e soprattutto sulla NATO. La CSCE, come l'Unione Europea, un'altra struttura che poteva contenderle il potere, non ce la fecero. "La metà degli anni Novanta vide un'espansione dei programmi dell'OSCE e l'inizio di uno spostamento di interessi. Per la maggior parte dei suoi 20 anni, la CSCE si era dedicata soprattutto a grandi questioni di sicurezza, più che di democrazia e di diritti umani. Nella ribattezzata OSCE, il neonato Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani cominciò rapidamente a succhiare risorse ed energie. Da allora i membri orientali hanno cominciato a stancarsi della molta attenzione prestata alla parte più "soft" dell'equazione, quella riguardante la democrazia e i diritti umani. Le tensioni tra Est e Ovest all'interno dell'OSCE sono maturate per anni. Ora la Russia e la maggior parte dei paesi della CSI si sono stufati di ricevere lezioni di democrazia e vogliono che l'attenzione torni sui problemi della sicurezza. L'OSCE è, dopo tutto, l'unica organizzazione pan-europea in cui sono, almeno in teoria, a tutti gli effetti membri alla pari.
Dietro le quinte della frattura OSCE-Mosca uno scontro più ampio avrà luogo a Madrid alla fine del mese, all'incontro di fine anno dell'OSCE. Lì un nuovo gruppo di paesi OSCE, guidati dalla Russia, cercherà di indirizzare il futuro dell'organizzazione verso un'altra direzione.
In un intervento sull'Eurasia Daily Monitor, Vladimir Socor descrive gli obiettivi del nuovo raggruppamento:
"Il blocco guidato dalla Russia chiede che l'OCSE si concentri nuovamente sulla dimensione politico-militare... Questa mossa è la continuazione dei tentativi di Mosca di attribuire all'OSCE funzioni che potrebbero duplicare o interferire con quelle della NATO e mantenere nell'Europa Orientale un'area grigia influenzata dalla Russia. I nuovi elementi sono la mentalità del blocco e l'ambito esteso delle proposte. La Russia spera di trasformare l'OSCE in un corpo di sicurezza europeo e di contrapporla alla NATO, soprattutto nell'Est europeo. Questo è il motivo per cui la maggior parte dei paesi occidentali ha fatto sempre resistenza all'idea di trasformare l'OSCE in un'organizzazione operativa a tutti gli effetti". Il gruppo guidato dalla Russia sta anche proponendo nuove regole per la sorveglianza delle elezioni. Vuole indebolire ciò che considera il controllo occidentale dell'ODIHR, rallentare i tempi di reazione per la diffusione dei rapporti elettorali e disseminare le missioni d'osservazione in modo più uniforme nell'area OSCE, che notoriamente si estende "da Vancouver a Vladivostok." Di certo il blocco capeggiato dalla Russia è molto determinato e disposto a fare ostruzionismo finché non si accetterà di discutere su un serio progetto di riforma.
Tutto ciò significa che il giudizio dell'OSCE sulle elezioni del finesettimana è irrilevante. E lo è anche l'OSCE come noi la conosciamo:
Originale da the EXile
Articolo originale pubblicato il 30 novembre 2007 quiEtichette: le vite degli altri |
postato da la Parda Flora
alle 18:52 
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| Russia: il giorno dopo le elezioni |
Sempre grazie a Miru e ai liberi traduttori di Tlaxcala, ecco qui qualche ulteriore riflessione sull'argomento delle elezioni russe, anche se scritta prima, e non dopo il loro svolgersi ...ma credo ugualmente siano interessanti (per fortuna, le analisi politiche hanno una scadenza un po' più lunga che non quella del latte fresco...).
Russia, elezioni parlamentari o plebiscito? Russia: non elezioni parlamentari ma plebiscito
di Aleksandr Konovalov (Aleksandr Konovalov dirige l'Istituto per le Valutazioni Strategiche)
Mesi fa la maggioranza degli analisti avrebbe descritto le elezioni della Duma del 2 dicembre come molto prevedibili e prive di intrighi politici. Ma più le elezioni si avvicinano, più la situazione si fa drammatica e imprevedibile.
La decisione del presidente Vladimir Putin di candidarsi come capolista del partito Russia Unita ha gettato scompiglio nell'intero sistema partitico. La sua mossa ha anche sferrato un duro colpo all'artificiale sistema multipartitico che il Cremlino ha costruito con grande zelo. Entrambe le campagne elettorali, quella parlamentare e quella presidenziale, erano state preparate molto accuratamente, e gli strateghi politici erano entusiasmati dai risultati. La popolarità del presidente era alle stelle e il predominio del partito di governo, Russia Unita, era indiscutibile. I collegi elettorali a singolo mandato e l'affluenza non avevano alcuna importanza, mentre la soglia di sbarramento del 7% garantiva l'assenza di rivali alla Duma.
Le elezioni parlamentari avevano un unico obiettivo: assicurare il controllo della Duma e la sua lealtà nei confronti del Cremlino. In base a tutti le indicazioni, questo compito era stato affidato a tre partiti creati e appoggiati dal Cremlino: Russia Unita, Russia Giusta e Forza Civile. Ma con l'avvicinarsi della data delle elezioni l'allineamento delle forze politiche in Russia è mutato oltre le previsioni.
Le liste elettorali comprendono i nomi di undici partiti, ma non ci sarà una concorrenza leale. I seggi della Duma saranno divisi tra quattro o piuttosto tre partiti politici. Tra i quattro ci saranno Russia Unita, i Comunisti, i Liberal-Democratici e Russia Giusta. I sondaggi mostrano che al momento solo Russia Unita e i Comunisti sono certi di superare la soglia del 7%.
La decisione di Putin di candidarsi come capolista di Russia Unita ha messo in una posizione difficilissima il partito capeggiato da Sergej Mironov, Russia Giusta. Anche nel contesto dell'attuale flessibilità politica, non è facile mettere insieme la lealtà nei confronti di Putin con un atteggiamento fortemente critico nei confronti del suo partito. Russia Giusta intendeva attaccare Russia Unita; però questo è diventato non solo inappropriato ma anche politicamente pericoloso. Per conseguire anche solo un modesto successo e superare la soglia del 7%, Russia Giusta dovrà usare le proprie risorse amministrative ed estromettere dalla corsa elettorale uno dei due partiti, i Comunisti o i Liberal-Democratici, che fino a poco tempo fa avevano buone probabilità di ottenere dei seggi.
I Liberal-Democratici sembrano essere il candidato più probabile all'esclusione, tanto più che il partito e il suo leader Vladimir Žirinovskij stanno stanno attraversando seri problemi. Il problema principale è che nessuno ha più bisogno di questo partito. La maggioranza costituzionale della forza di governo sarà garantita e Žirinovskij potrebbe allontanarsi dalla scena politica come una figura che ha portato a compimento la propria missione storica. È improbabile che il suo partito venga eletto ora che Putin ha deciso di candidarsi per Russia Unita, tanto più che Putin ha dichiarato a un congresso del partito di aver bisogno non di una semplice vittoria, ma di una vittoria schiacciante.
All'inizio sembrava che i seggi della Duma sarebbero andati a Russia Unita, Russia Giusta e i Comunisti, con i primi due partiti a formare una maggioranza costituzionale controllata. I Comunisti sono ben abituati al sistema e non avrebbero creato problemi. Ma Putin ha detto che Russia Unita deve ottenere la maggioranza costituzionale alla Duma da sola. In ogni caso, la nuova Duma sarà più un distaccamento del Cremlino che un'istituzione indipendente del potere legislativo.
Il tentativo di imporre dall'alto elezioni multipartitiche basate su una rappresentanza proporzionale ha prodotto un bizzarro risultato. La Russia sta tornando a un sistema essenzialmente monopartitico, mentre le elezioni parlamentari sono diventate inutili perché trasformate in un plebiscito che darà a Putin un legittimo mandato di indiscutibile leader della nazione. Non c'è praticamente alcun dubbio che lo riceverà. Ma non è chiaro cosa abbia intenzione di farci.
Tra l'altro, il comportamento del presidente negli ultimi mesi non era per niente quello di un presidente uscente. Al contrario: Putin non è mai stato così attivo nel affidare incarichi, che hanno seguito una logica precisa. Ha messo persone di fiducia in posizioni-chiave. La loro abilità nel controllare grossi flussi finanziari è più importante dell'esperienza o della conoscenza della materia. Di fatto, Putin ha creato un sistema di corporazioni gestite dallo stato con bilanci giganteschi e dubbi rientri economici, parallelamente al governo. Non sembra affatto un preludio alle dimissioni e a un cambio di potere. Anzi, queste azioni sono mirate al consolidamento dei vertici economico e politico che lo aiuteranno a restare al potere.
Ci sono tutte le ragioni per credere che il piano del Cremlino sia il seguente. Sostituirà le elezioni con un plebiscito che garantirà a Putin il mandato di leader politico della nazione. Di questa sostituzione si discute già apertamente. Il presidente è coinvolto in vigorose attività propagandistiche, anche se un candidato in carica non sarebbe autorizzato a farlo. Nel corso di incontri pubblici Putin ha sottolineato più di una volta che i suoi successi presidenziali sono dovuti esclusivamente al fatto di aver potuto contare sull'appoggio di Russia Unita. Il grande movimento "Per Putin", ovviamente voluto dall'alto, sta già prendendo slancio.
L'idea di usare le elezioni parlamentari per introdurre la posizione del leader politico nazionale con poteri vaghi è pericolosa per due motivi. In primo luogo, priva la Russia di una procedura costituzionale legale che regoli la successione dei capi di stato. In secondo luogo, questa strada porta alla creazione di due centri di potere paralleli.
Come verrà istituzionalizzato tutto questo? Al Cremlino ci saranno due presidenze, una per il Presidente della Federazione Russa e l'altra per il Leader Nazionale della Federazione Russa? Non sarebbe assurdo? I funzionari statali possono lavorare solo in un sistema che sono in grado di capire. Chi merita più onori? Chi risolverà i problemi correnti? Queste e molte altre domande richiedono risposte nette e inequivocabili. Altrimenti i funzionari si rivolgeranno simultaneamente a entrambi i capi oppure instaureranno la solita gerarchia. In Russia i doppi poteri da sempre destabilizzano e aggravano la lotta politica interna, quando non fanno di peggio.
Originale da: Ria Novosti Articolo originale pubblicato il 29 novembre 2007
Discalimer: vorrei fosse chiaro che io voglio solo offrire un panorama di opinioni, possibimente variegato, da usare per capire e magari formarsene una propria, ma non aspiro certo a proporne alcuna preconfezionata. Mi pare superfluo doverlo ribadire, ma coi tempi che corrono...repetita iuvant!Etichette: le vite degli altri |
postato da la Parda Flora
alle 10:00 
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| 02 dicembre 2007 |
| Sapevatelo... |
The Duma Special: tutto quello che avete sempre etc. etc.*
Oggi in Russia si sono svolte le elezioni della Duma (camera bassa dell'Assemblea Federale, 450 deputati), come saprete tutti con un prevedibile plebiscito di Putin, e molte proteste relative a pretesi brogli. Queste elezioni sono importanti, anche se se parla poco e male sui nostri media "di base", perché sono viste come la prova generale delle elezioni presidenziali del marzo del 2008. Per Putin e Russia Unita, la conquista dei due terzi dei seggi nella Duma, avrà il potere di emendare la costituzione e aprirà nuovi panorami politici con evidenti ricadute anche sul panorama internazionale. Quindi credo che queste elezioni avrebbero meritato e meritino più attenzione, anche nello spiegarle alla gente, di quanto non sia stato fatto. E siccome una opinione pubblica libera e consapevole, grazie al maggior numero di informazioni possibile, è uno degli irrinunciabili baluardi della democrazia, anche qui, nel nostro piccolissimo, facciamo un po' da cassa di risonanza alternativa.
Per cominciare, e grazie alla sempre generosa opera certosina di Miru, che ci tiene a specificare: "Questo riassuntino l'ho fatto io mettendo insieme molto velocemente le forze in gioco. La mia idea sarebbe quella di fornire non tanto un punto di vista russo, ma almeno fonti russe (cioè, quelle critiche, quelle entusiaste, quelle semplicemente realistiche)." Se l'argomento a qualcuno interessa, nei prossimi giorni non mancheranno però anche voci decisamente critiche e preoccupate, anche relativamente "alla faccenda degli osservatori OCSE e su come l'OCSE coprì serenamente i brogli del 1996 e sul disincanto dei russi nei confronti di un'organizzazione che ormai ha perso ogni credibilità."
Eccovi quindi un bel post di sapevatelo.
Ma in cosa differiscono le elezioni di dicembre da quelle precedenti?Queste sono le prime elezioni della Duma con il sistema proporzionale secco. La soglia di sbarramento ai partiti per poter accedere alla camera bassa è stata alzata dal 5% al 7%. La nuova legge elettorale dovrebbe rafforzare i partiti più grossi, dare all'opposizione maggiori possibilità di andare in parlamento e combattere gli interessi regionali e separatisti. Dice Putin. I detrattori invece dicono che la soglia del 7% terrebbe lontani dal parlamento significativi settori dell'opposizione, e che i cambiamenti favoriscono soprattutto e in modo sproporzionato Russia Unita.
Cosa dicono i sondaggi? La maggioranza dei sondaggi dà a Russia Unita la schiacciante maggioranza dei voti, e alcuni non vedono altri partiti in grado di superare lo sbarramento del 7%.
Quanti sono i partiti ammessi alle elezioni? Undici, dei 35 che hannno fatto richiesta. Alcuni sono stati respinti perché non avevano un numero sufficiente di membri o non erano abbastanza rappresentativi su scala nazionale, in altri casi le firme non sono state giudicate valide.
Quali partiti hanno una possibilità realistica di conquistare dei seggi? Si prevede una schiacciante vittoria di Russia Unita, che è di fatto il partito di governo. Putin ne è il capolista, e il "Piano di Putin" - sviluppo econocmico, un forte ruolo dello stato, una politica estera indipendente e lo sviluppo dell'unicità della civiltà russa - è di fatto il programma del partito. Russia Unita ha vinto le elezioni parlamentari del 2003 e governa il paese con 115 seggi su 172 nella camera alta dell'Assemblea Federale e circa 73 su 85 governatori. Oltre a Putin, i rappresentanti più visibili sono il presidente della Duma Boris Gryzlov e il Ministro per le Situazioni di Emergenza Sergej Šoigu. Gli ultimi sondaggi danno Russia Unita al 56%. Elettore-tipo: giovane o di mezz'età, buona istruzione, professionista.
Il Partito Comunista della Federazione Russa ha nel proprio programma la nazionalizzazione di industrie di importanza strategica, un'articolata rete di social welfare, la diversificazione economica per ridurre la dipendenza dai profitti petroliferi, la contrapposizione alla NATO e la riforma costituzionale per delegare il potere ai consigli dei lavoratori. Dai tempi gloriosi in cui prendeva più del 20% alle elezioni e aveva governatori in tutta la Cintura Rossa delle regioni industriali, il Partito Comunista ha subìto l'erosione del voto provocata dalla ripresa economica e dalla popolarità di Putin. I sondaggi d'opinione lo danno tra il 6 e il 17%, quindi le possibilità di andare al parlamento sono buone. Elettore-tipo: classe operaia, tendenzialmente anziano, provenienza rurale, ci piacciono i Soviet.
Il Partito Liberal-Democratico ha come capolista il vice presidente della Duma nonché fondatore Vladimir Žirinovskij e tra i candidati quell'Andrej Lugovoj che è stato il sospettato numero uno dell'omicidio Litvinenko. Il partito è un sostenitore del nazionalismo e dell'autarchia economica, ma sta ben attento a non criticare Putin. I sondaggi lo danno al 4-6%, però potrebbe superare lo sbarramento del 7%. Elettore-tipo: abbastanza giovane, basso reddito, vive in provincia.
Russia Giusta (Madri/Pensionati/Vita), guidata dal Presidente del Consiglio della Federazione Sergej Mironov, ha nel proprio programma la giustizia sociale e una forte istanza anti-NATO. Nella creazione del partito ha avuto un ruolo importante il vice capo dell'amministrazione di Putin, Vladislav Surkov, in quello che viene giudicato un tentativo di sottrarre voti al Partito Comunista. Nei sondaggi Russia Giusta stava sul 5-6% finché Putin non sceso in campo con Russia Unita, poi è precipitata al 3%. Elettore-tipo: la tipica vittima del cannone psicotronico di Surkov. Simile all'elettore comunista, ma con derive putiniane.
Altri partiti? Jabloko, guidato dall'economista Grigorij Javlinskij, rappresenta tipicamente la sinistra liberale. Sta all'1%. Elettore-tipo: simil-intellettuale liberale.
L'Unione delle Forze di Destra, guidata da Nikita Belych e dall'ex vice primo ministro Boris Nemcov, è un partito di centro-destra, filo-occidentale. Come Jabloko, si ferma circa all'1%. Elettore-tipo: giovane professionista, vive in città, ci piace l'Ovest.
E le altre formazioni ammesse alla tornata elettorale? Sono il Partito Agrario, il Partito per la giustizia sociale, il Partito democratico, i Patrioti russi e Forza civile. (Sapevatelo: l'inventore di VVP, Maksim Kononenko, è candidato nelle liste di Forza civile; il partito, guidato dall'avvocato Michail Barševskij, potrebbe portar via voti ai liberali, e diversamente da questi è in buoni rapporti con il Cremlino).
Ma come, direte voi, si sente solo parlare di Altra Russia e del povero Kasparov! Dove sono? Fanno l'opposizione extraparlamentare. Organizzano marce, esprimono dissenso, saltano sulle macchine, si fanno picchiare dagli omonisti, finiscono in carcere per cinque giorni, fanno picchetti-staffetta di un sol uomo (perché due sono già raduno sedizioso) e poi tornano a casa tutti contenti. In poche parole, non si sono presentati.
Dimenticavo. La nuova legge elettorale abolisce un'opzione che stava avendo sempre più successo: il "voto contro tutti", "golosovanie protiv vsech". . Che al Capo Capone stava pure simpatico, potete ben immaginarlo, e che mi pare avere più senso dell'astensionismo. (nota della parda).
*tutto quello che avreste sempre voluto sapere sulle elezioni russe benché si viva benissimo anche senza. E comunque non vi sareste mai sognati di chiederlo. Men che meno a me.Etichette: le vite degli altri |
postato da la Parda Flora
alle 20:12 
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| 02 novembre 2007 |
| The Bourne Ultimatum |
Allora, cominciamo col chiarire alcuni dati essenziali: Jason Bourne/David Webb è, nel ciclo di romanzi di Ludlum a lui dedicati, un quieto professore universitario orientalista che si trova, suo malgrado, invischiato nel pasticcio del coinvolgimento americano nella guerra indocinese, nel senso che ci rimette, ammazzati, moglie e figli. Da qui la sua determinazione ampiamente autodistruttiva (e distruttiva anche per chi si trovi sulla sua strada), che lo porterà a far parte, dopo un addestramento ben al limite della resistenza psichica, del famigerato progetto Treadstone o Medusa (se la cosa vi pare solo un’ucronia, provate a inserire in un motore di ricerca il “Progetto MKULTRA” della Cia). Jason Bourne narrativamente nasce quindi come un miliziano super addestrato ad azioni di guerriglia estreme e suicide in territorio ostile, con un salto temporale, rispetto ai film, di circa quarant’anni. La sua ambientazione originaria è perciò quella della Guerra Fredda, e la trama dei romanzi obbedisce a quelle logiche, la cui nascita è stato di recente raccontata in modo più o meno fedele in The good shepard. Bourne non è neppure lo Sciacallo, o Carlos, dei romanzi di Ludlum. Sciacallo che in realtà è invece il suo alter ego cattivo, abilissimo e imprendibile assassino prezzolato al soldo di chi paghi di più, alla testa di una pericolosa organizzazione mondiale di killer potenzialmente destabilizzante per gli equilibri della economia e quindi politica internazionale. E’ vero, nel romanzo Jason e una campagna d’informazione ben orchestrata, fanno apparire Carlos sotto le mentite spoglie di Jason, un po’ ovunque, attribuendogli qualsiasi mirabolante omicidio compiuto, soprattutto in Oriente, nel tentativo di fare uscire il killer Carlos allo scoperto per poterlo eliminare; tuttavia, non si capisce ugualmente perché fare così disonestamente l’occhiolino al romanzo di Ludlum sottotitolando in italiano questo ultimo Bourne: il ritorno dello Sciacallo - sono quindi giustificate eventuali perplessità del pubblico al riguardo, visto che nel film di questo benedetto canide non si vede traccia. In compenso, a parte la mancata epifania del misterioso Sciacallo, in Ultimatum succede praticamente di tutto, in un film dal ritmo forsennato, che dire che non lascia rifiatare è banale, oltre che riduttivo: con una regia dal dinamismo spinto all’estremo (il segreto di Greengrass pare stare nell’uso intensivo della hand-cam) e un montaggio al fulmicotone, sarebbe più esatto dire che potrebbe dare qualche problema ad eventuali spettatori sofferenti di kinetosi. Non mancano infatti anche in quest’ultimo episodio della saga, le convulse scene di combattimento a mani nude, credibili ed efficacissime, che tanto avevo apprezzato, per il loro realismo, nel precedente episodio, anche se l’inseguimento per le vie e viuzze di Parigi, con la macchinetta di Marie, in Identity, aveva una marcia in più, rispetto ai molti inseguimenti da crash test che si susseguono in Ultimatum, nella miglior tradizione del genere, compreso l’uscirne sempre miracolosamente illeso o quasi, di Jason. Si corona così, in questo terzo episodio, l’apoteosi in quest'ultimo film un po’ troppo superomistica di un personaggio che è stato trasformato, per oscure trame di potere (che sono e restano il punto misterioso e veramente intrigante di tutta la vicenda: con una Cia così infiltrata, deviata e corrotta, vien da chiedersi se davvero dietro l’11 settembre e la guerra in Iraq sia molto più ciò che ignoriamo, ma possiamo facilmente sospettare, di quel che mai sapremo) in una perfetta macchina per uccidere. La scelta della sceneggiatura di Tony Gilroy e della regia di Paul Greengrass, subentrato con Supremacy a Doug Liman, sono piuttosto evidenti: attualizzare la vicenda e le tematiche che essa solleva, spostando gli avvenimenti a dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda, che hanno rappresentato una svolta decisiva nella storia dei vari servizi segreti, all’improvviso privati di un nemico ben definito e riconoscibile, e pur mantenendo la cinepresa esterna rispetto all’azione, scegliere anche visivamente il punto di vista soggettivo di Jason, con il quale dobbiamo fare il neppure troppo grande sforzo d’identificarci. Posso assicurare che le scene d’azione possono apparire colpevolmente “illeggibili” solo a chi le vorrebbe immobili: per chi le viva, appaiono proprio come il regista ha scelto di girarle, tanto che sarei curiosa di conoscere il vero curriculum di chi ha preparato attori e stuntmen a interpretarle. E tenuto conto della prosa decisamente arzigogolata e spesso meccanica di Ludlum, a fronte di una limpidezza d’azione che si srotola piuttosto piana - pur nell’apparente caos di chi per sopravvivere si deva muovere sempre un passo avanti, anche senza sapere rispetto a chi né perché - mantenendo al contempo il mistero che aleggia attorno all’amnesia di Jason, tema che domina fortemente soprattutto il primo episodio della trilogia, stupisce e francamente un po’ irrita leggere quegli spettatori e critici che, a fronte di una pretesa maggior chiarezza (?!) della narrazione di Ludlum, (peccato solo che racconti un’altra storia) al quale sarebbe forse più giusto dire che il Bourne cinematografico si limita ad ispirarsi, trovando rapidamente una propria vitalità indipendente dai libri, hanno giudicato noioso il plot e confusa la regia. Per una volta che la scelta di regia e montaggio è quella di mettere lo spettatore al centro di un azione vera, sporca e cattiva, e non patinata e fasulla alla James Bond, si rimprovera loro di non mettere etichette e frecce esplicative... Etichette e frecce esplicative oltretutto particolarmente risibili e inaffidabili in questo mondo di servizi segreti decisamente allo sbando, dove la rottura dell’equilibrio politico e militare, garantito per decenni dal confronto diretto fra USA e URSS, ha probabilmente privato più di uno di bandiere e buone cause per le quali combattere, a parte se stessi. Sarò partigiana, dato che appartengo agli estimatori di questa trilogia (anche se il secondo direi che resta il mio preferito), laddove i romanzi non mi avevano per nulla commossa, ma trovo una certa ottusità nel non capire che la trilogia di Bourne, per niente stiracchiata, è la capostipite di una nuova era delle spy-stories, e come tale esigeva un nuovo modulo narrativo, anche dal punto di vista puramente tecnico e visivo, così come lo cerca, sperimentando a vari livelli, Greengrass. Allo stesso tempo, la perdita di memoria di Bourne, che pure implica nel personaggio una inevitabile crisi esistenziale, è però funzionale ad altre considerazioni più urgenti. Come per un sonnambulo, ciò che maggiormente preme è riuscire a risvegliarsi, e possibilmente senza danni irrimediabili: altre considerazioni più filosofiche non potranno che seguire a questo indispensabile risveglio. Prima che una perdita d’identità anagrafica, è infatti una perdita di conoscenza, una perdita di dati a tormentare il personaggio, assieme a ricordi di avvenimenti traumatici del passato illeggibili perché troppo confusi, dato che è questa perdita di dati a impedirgli di comprendere il proprio presente e il ruolo che in esso egli è costretto a giocare alla cieca: Jason oltre a non sapere chi è, soprattutto non sa cosa, per chi e perché, “è”. Lo può intuire: l’imprinting di un addestramento talmente radicato da diventare automatismo - laddove, con la memoria, svanisce anche parte della consapevolezza razionale della “macchina” Jason, lo sorregge sempre una istintualità quasi animalesca - è troppo eloquente per non essere decifrabile in un solo modo. Ma con la memoria è scomparsa la motivazione originaria delle sue azioni, ed è questa, assieme ad una valutazione di valore circa quella motivazione, che Jason cerca. Lungi dall’essere una trovata narrativa stucchevole, l’amnesia di Bourne è il vero fulcro portante di questo personaggio dato che è la sola cosa che gli consente di sfuggire al più profondo dei condizionamenti subiti, quello ideologico, senza il quale egli è paradossalmente finalmente libero di osservare se stesso e quanti hanno contribuito a farlo divenire ciò che è, consentendosi di potersi e poterne giudicare l’operato. Ma veniamo in particolare a questo ultimo film: richiede molta attenzione allo spettatore, che il regista sceglie di scaraventare nel bel mezzo del finale dell’episodio precedente, senza spiegazioni o riassuntini iniziali, sia perché nella sua azione si incastrano a sorpresa alcuni momenti del precedente episodio rivelandocene degli sfalsamenti temporali all’epoca non percepibili; sia perché finalmente ci è concesso di sbirciare nel dossier top secret dedicato alla carriera di Bourne, e fra il primo omicidio a Berlino dei coniugi sovietici Neski, e l’ultimo di Wombosi, fallito per l’incapacità di reggere il disarmante sguardo innocente di un bambino, omicidio fallito dal quale prende l’avvio tutta la storia, scopriamo ce ne sono stati altri: con facce, nomi e cognomi terribilmente yankee. E scopriamo anche che probabilmente, viste le varie scelte che costellano gli avvenimenti, di omicidi, sia Bourne, sia il Webb che si prepara a riemergere, non ne possono davvero più: Bourne non uccide tanto per farlo o come se il farlo non avesse comunque sempre un valore negativo, lo fa solo quando non gli si lascino alternative. Emblematica diviene quindi la battuta dell’agente Cia Pam Landly che aiuta Jason perché, man mano che inseguendolo e perciò cercando di comprenderlo, disgustata dal vedere scegliere con indifferenza fanatica metodi sbrigativi che non si pongono problemi di fronte ai cosiddetti “effetti collaterali”, va scoprendo il marcio che si nasconde ai più alti livelli dell’Agenzia, così giustifica la sua scelta: ”Non mi sono arruolata per questo. NOI NON SIAMO QUESTO”. E speriamo sia vero. Come s’è detto, l’azione non manca, in un frenetico susseguirsi di location, fra Europa, USA e Marocco, e finalmente anche grazie a qualche aiuto, Jason ritroverà la “casa sicura”, dove tutto ha avuto inizio con il suo addestramento, e il ricordo della sua trasformazione da patriota (che non necessariamente, come ultimamente si tende a credere, è una parolaccia) in assassino: restano però oscure, nonostante i brandelli di spiegazione offerti in Supremacy e in Ultimatum, man mano che con il protagonista andiamo scoprendo l’esistenza di una specie di Agenzia nell’Agenzia (vi stupisce?) salendo di grado gerarchico in grado gerarchico, le ragioni di questa sua scelta con la quale egli fa dolorosamente i conti da quando lo abbiamo conosciuto, e i reali scopi e la natura delle azioni “terminate” di questo progetto di addestramento sperimentale così segreto, che chi ne dovrebbe essere al corrente, garantendo legalità e correttezza nell’operato della Cia, presidente degli States in testa (come per noi, anche il Presidente americano è comandante in capo delle forze armate) devono restarne all’oscuro, a costo di molte vite umane innocenti. In fondo, come accade solo nei film, tutto questo castello di prevaricazioni, assassini e abusi di potere che dura da anni crolla di fronte al ronzio di un obsoleto fax azionato da Landy... Come cittadini che vogliono continuare a credere al valore di una serie di principi costituzionali, nonostante il prevedibile happy end, credo siano proprio le mancate risposte circa queste azioni e questi obiettivi ad inquietare e a lasciare insoddisfatti di fronte alle aspettative nutrite rispetto a questo Ultimatum. Ma il sorriso di Nicky, l’agente logistico dell’Operazione Treadstone, che sulle note di Estreme Ways di Moby, alla fine di Ultimatum, sancisce sorniona e complice dello spettatore il vero trionfo di Bourne, ci fanno ben sperare che le indiscrezioni di Matt Damon sulle implicazioni di un finale aperto del film siano fondate. Anche senza per questo scordare che un film è solo un film, e la realtà, all’indomani delle prossime presidenziali americane dopo un mandato particolarmente “opaco”, è la realtà. E il pensiero va ad un altro film - “In ascolto - The listening” - del 2006, decisamente meno spettacolare e ricco, coraggioso esperimento del giovane regista italiano Giacomo Martelli al suo esordio, passato temo inosservato o quasi, mentre sia pure con qualche perdonabile ingenuità proponeva un grosso e grave problema all’attenzione dell’opinione pubblica: ECHELON ovvero il per nulla leggendario, ma realissimo, Grande Orecchio, gestito dalla National Security Agency americana, che amorevolmente veglia materna su tutti noi, e ci ascolta tutti in continuazione...Etichette: le vite degli altri |
postato da la Parda Flora
alle 17:37 
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| 22 ottobre 2007 |
| Ti guarirò a costo di ammazzarti! |
L’ultimo intervento dell’Osservatore Romano mi ha fatto ricordare una battuta che immagino giri ancora per gli ospedali: ti guarirò a costo di ammazzarti. Perché spesso è questo ciò che accade. Pazienti anziani o terminali, e che si sa destinati a morire, che subiscono analisi invasive e ricevono cure pesanti, che si sa non avranno alcun esito favorevole sulla loro storia clinica, ma alleviano l’amore egoistico di parenti che non si sanno risolvere ad accettarne la morte; gratificano l’ansia di apprendere del medico, o peggio, curano il suo ego incapace di accettare il fallimento (anche fra i medici fiorisce il narcisismo, più di quanto si potrebbe augurarsi accada). Attenzione, trattenete il respiro perché quella che sto per lanciare è una notizia bomba: la gente muore, è il suo destino! E’ una grande notizia, mi rendo conto, dato che nonostante sempre più il target dei pubblicitari siano vecchietti incontinenti e portatori di dentiera, noi vogliamo dimenticare di essere mortali, di poter invecchiare concedendoci di non fingere di essere eternamente giovani, performanti e prestanti, ma al contrario di poter avere anche qualche ruga, alla faccia del botulino, e che a volte una faccia un po’ vissuta è più interessante di certe espressioni plastificate sul perenne orlo del crollo psicofisicostrutturale. E infine, di avere diritto ad una morte dignitosa. Che significa anche riuscire ad accettare, non solo fisicamente, la propria mortalità. Si parla di Eutanasia; ora con una inchiesta sui reparti di rianimazione effettuata dal Negri di Milano, di “desistenza terapeutica”. Ai miei tempi c’era invece semplicemente l’accanimento terapeutico, e tutti sapevano cosa volesse dire, e si auguravano di non doverlo subire mai - era il famoso: ti guarirò a costo di ammazzarti, dal quale sono partita. C’è una sottile, ma profonda differenza, come ogni comunicatore sa bene, fra l’impatto emotivo di un’azione attiva e quello di un’azione passiva: desisto di curarti esprime dolcemente l’abbandono di ogni speranza o sforzo, e certo può apparire colpevole a fronte invece del maschio e battagliero accanimento, che indica la ferrea volontà di non abbandonare a nessun costo il malato al proprio destino naturale, neppure quando l’ineluttabilità di tale destino sia chiara come la luce del sole. Ora mi chiedo: fra le due tipologie di comportamento, qual’ è quello che appare ad occhi appena lucidi e razionali, più evidentemente un delirio di onnipotenza, che tenta di sostituirsi, nell’eventualità esso davvero esista, all’Ente supremo, il cui primato sulle nostre vite tanto preme all’Osservatore Romano? Il primo obbligo etico di un medico è quello di non nuocere: trattenendo un corpo al di là di quello che la semplice natura consente, sto davvero non nuocendo al mio paziente? E perché la Chiesa nega al paziente il diritto alla sua autodeterminazione, al tanto sbandierato libero arbitrio, dono divino, se si preferisca, che in una società democratica dovrebbe aver accompagnato tutta la nostra vita, proprio in quello che è, presumo, il momento più importante dell’ esistenza? Quando il presidente della CEI dichiara: "pur non entrando nel merito della vicenda eutanasia, la vita va difesa sempre. In ogni suo momento, si può aggiungere, poiché sulla vita stessa, e sulla sua interruzione, nessun uomo ha alcuna signoria" curiosamente, pare scordare che anche preti, vescovi e persino il papa sono SOLO uomini, e quindi a che titolo, pontificano di ciò che altri uomini come loro, magari neppure credenti, hanno o meno il diritto di credere e pensare?.. . A dar retta alle loro stesse dichiarazioni, nemmeno loro hanno alcun diritto sulla vita di nessuno. Dubito che lasciare morire in pace un morituro, in modo il più possibile dignitoso e indolore, apra le porte dell’Armageddon, o riapra quelle dei lager, come ridicolmente si vorrebbe insinuare, perlomeno, non più di quanto, nel Settecento dei Lumi, il riconoscimento di parte dell’intellighenzia illuministica del suicidio come diritto inalienabile della libera volontà dell’individuo, contrariamente al pensiero comune e alle conseguenti previsioni dei benpensanti tradizionalisti, non condusse la società civile inevitabilmente allo sfacelo; credo piuttosto che ciò possa sbattere qualche porta in faccia ad una istituzione terrena e alla sua volontà di potere, che in nome di Dio ha commesso talmente tanti errori e nefandezze, da sentire a un certo punto il bisogno di auto tutelarsi inventandosi il dogma dell’infallibilità del proprio Boss. E oggi, personalmente, i rigurgiti sempre più frequenti di uno spirito perfettamente in linea con la Controriforma secentesca, oltre ad essere penosi in quanto visibile spia della fragilità traballante che l’istituzione terrena, al di là della dichiarazioni di forza e dei tentativi di diktat, rivela, sono davvero fastidiosi e intollerabili per una società che nel frattempo, come è invitabile destino di tutte le cose, è cresciuta e forse, almeno in parte, si è evoluta. E non basterà la legione di neo cardinali e santi, ai quali ci hanno avvezzato gli ultimi papi, i più anticonciliari che abbiamo conosciuto dopo la provvidenziale, forse, morte di Giovanni Paolo I, né basterà il tentativo di rispolverare argomenti più propri della cosiddetta fede barocca, a salvare una istituzione che sempre più si rinserra in se stessa senza dare ascolto alle voci dei fedeli che spesso inutilmente la invocano. A questo punto dovremmo, forse, interrogarci maggiormente su cosa sia realmente la vita, anche nella visione cristiana che pare avere più a cuore l’inizio e la fine della vita, che non la Vita stessa e la sua qualità, anche al di là delle considerazioni finalizzate al continuo, sotterraneo tentativo di smantellamento della legge 194 che ha dimostrato, lungi dal trasformare il nostro in un paese di donne intente ad abortire da mane a sera, di funzionare piuttosto bene, cifre alla mano. E chiederci perché per alcuni, e per le loro famiglie, le agonie devano diventare la succursale terrena di quell’inferno, che forse esiste o forse no, o forse iniziamo, alcuni, a conoscere già su questa terra. E la liceità di imporre tutto questo dolore, se permettete, è ancora tutta da dimostrare, almeno per me. Per la legge civile, esiste, dopo un certo numero di anni, la presunzione di morte, che libera genitori, figli, coniugi dal vivere un'agonia in maniera indefinita, e concede loro di poter riprendere lo scorrere della vita - ma ciò non è concesso a quanti abbiano la sventura di un caro clinicamente morto. E’ vero, ricordando una battuta singolare di Peter O’Toole in un vecchio film, Creator, potremmo pensare che l’amore ha il potere di vincere ogni cosa, anche la morte: “E’ in coma: ciò mi sconcerta, perché non è morta, quindi dev’essere viva!” e quindi l’ostinazione dell’amore, alla fine, contro ogni logica scientifica e realistica - come ho già avuto occasione di dire, per esperienza diretta, comprendere che l’amore non è sufficiente a vincere un bel niente è la lezione più dura che la vita ci possa impartire - e riusciva davvero a riportare indietro ciò che pareva perduto. Ma lo insegnava un vecchio premio Nobel, che per trent’anni non s’era arreso alla ineluttabilità della morte della moglie, e aveva avuto bisogno dell’insegnamento limpido e ingenuo di una ventenne per capirlo. Battuta, quindi, logicamente ineccepibile, ma che non può che essere visibilmente affiancata a quelle, altrettanto lapalissianamente logiche, dei tre famosi e famigerati medici al capezzale di Pinocchio, che forse dalla nostra infanzia ricordiamo, perché particolarmente esilaranti, nella loro spaventosa e stolida concezione della realtà.
Potremmo anche guardare le cose da un altro punto di vista: in realtà, chi di fronte al dolore dell’agonia irreversibile, anziché chinare la testa ed accettare di pagare il suo scotto per le colpe di una vita, in primis l’essere nato - se ad accettare la visione dottrinale cristiana, stiamo ancora pagando per quel primo peccato commesso da Adamo - chi venga lasciato all’opera della natura, senza infierire nel vano tentativo di opporlesi anche quando sia palese l’arroganza intellettuale e la crudeltà di questo, di fatto sta commettendo suicidio, giacché uno dei motivi che rendono il gesto di prendere possesso sino in fondo della propria vita nasce di fatto dall’insostenibilità del dolore che a un certo punto sommerge, con la sua devastante urgenza, ogni altra considerazione ed istinto, compreso quello più elementare della sopravvivenza. Ed è comprensibile che la Chiesa, morbosamente schiava del valore del dolore in quanto espiazione di un’eternità di colpa dalla quale pare non esserci reale via di scampo, come non ha fatto apertamente per secoli, non sia oggi disposta, neppure in modo più sottile ed occulto, a compatire né cedere il primato del potere di vita o di morte, da Dio al singolo bruscolo che sulla intera creazione veleggia, temo, irrilevante, almeno a guardare ciò che è giornalmente di quella Creazione. Eppure persino Cristo, nel momento supremo della sua prova umana, secondo i Vangeli, invocò aiuto e pietà, e visto che la sua agonia sulla croce si prolungava in modo abnorme, un centurione provvide ad aiutarlo a porvi temine più rapidamente, salvo scoprire d’essere stato intempestivo giungendo troppo tardi: quel “sangue ed acqua” che esce dal costato, infatti, parla eloquentemente a chiunque abbia una minima conoscenza della fisiopatologia respiratoria, così come sono inequivocabili i, sia pure brutali, fini “eutanasiaci” dello spezzare le gambe ai due ladroni compagni di sventura del Cristo crocifisso, al di là di ciò che può aver insegnato o meno, a riguardo, il catechismo, a suo unico vantaggio. Ma rimane il fatto che la richiesta vi fu, e anche la risposta, sia pur nata nella sua rozzezza per motivi immagino meno bioetici o deontologici di quelli che possono oggi motivare un medico del reparto di rianimazione di un qualsiasi ospedale odierno: probabilmente erano solo utilitaristici, o forse, chissà? un pizzico umanitari (udire i lamenti di un moribondo può, oggettivamente, essere sgradevole anche per chi abbia il pelo sullo stomaco). Di certo meno civili di quelli che potremmo aspirare a trovare in aule di tribunale o nei lindi reparti di rianimazione che ospitano tanti comatosi clinicamente morti, in inutile attesa del loro dovuto ricongiungimento con la Morte, e basta.Etichette: le vite degli altri |
postato da la Parda Flora
alle 13:47 
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