| 09 agosto 2010 |
| Deliziosa botta d'ironia |
Nel suo commento alla vicenda Fini-Montecarlo e alla conseguente campagna diffamatoria avviata da *una parte* degli organi di informazioni, Giannini toccato dalla grazia divina a un certo punto scrive: "...resta in campo il tema vero che si agita sullo sfondo di questo presunto "scandalo" ossessivamente inscenato sugli house-organ del premier". Deliziata dall'efficacia ironica e intelligente di questa sintesi, la segnalo. Non tanto per il senso politico, ma proprio per il piccolo colpo di genio scrittorio.Etichette: Benedetto da Dio, esergo e altre perle ai porci |
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| 30 marzo 2010 |
| :-O |
"È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora." Winston Churchill
State attenti, perché si potrebbe anche, diabolicamente, risperimentarle. Fosse la prima volta...Etichette: esergo e altre perle ai porci |
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| 22 marzo 2010 |
| Raro momento d'ottimismo >:(( |
"La teoria è quando si sa tutto e non funziona niente. La pratica è quando funziona tutto e non si sa il perché. In ogni caso si finisce sempre per coniugare la teoria con la pratica: non funziona niente e non si sa il perché".
Albert EinsteinEtichette: esergo e altre perle ai porci |
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| 09 marzo 2010 |
| La notte della democrazia |
«Quando i nazisti presero i comunisti, io non dissi nulla perché non ero comunista. Quando rinchiusero i socialdemocratici io non dissi nulla perché non ero socialdemocratico. Quando presero i sindacalisti, io non dissi nulla perché non ero sindacalista. Poi presero gli ebrei, e io non dissi nulla perché non ero ebreo. Poi vennero a prendere me. E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa».
attribuita al pastore luterano Martin Niemöller, antinazistaEtichette: esergo e altre perle ai porci |
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| 13 agosto 2009 |
| Dedicata a un cialtrone imbarazzante |
"La politica racchiude in sé molta durezza, necessità, amoralità (...) ma non potrà mai spogliarsi del tutto della sua componente ideale e spirituale, mai rinnegare del tutto la sua parte etica".
Thomas Mann
(forse l'ho già citata: me ne scuso con eventuali lettori, ma mi pare ancora validissima e quindi la riuso, anche per non dover diventare volgare)Etichette: esergo e altre perle ai porci |
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| 06 agosto 2009 |
| 64 anni fa... |
...Hiroschima e i suoi circa 140 mila morti, senza contare gli 'hibakusha' o gli 80 mila (sempre senza contare gli 'hibakusha') morti di Nagasachi, come oggi fra tre giorni - 9 agosto 1945. Non per sminuire l'orrore, anzi, ma ci ricordiamo che ne morirono, altrettanto orribilmente, molti di più con le bombe incendiarie? Ha senso ostinarsi a ricordare? Non lo so.
Io per prima ho lasciato passare sotto silenzio molti anniversari, Bologna per prima, compreso uno privato molto doloroso, in questo tempo. Ma quando giro per blog - quando ne ho ancora voglia: come esercizio catartico ieri ho sforbiciato senza pietà la mia lista privata dei "preferiti" e mi pareva di togliermi pesi uggiosi dalle spalle - trovo solo cazzate, lagne personali, discutibili sperimentazioni letterarie, masturbazioni letterarie e non, etc etc... Ebbene, dopo aver leggiucchiato un po' di questa noia, ero per esempio tentata di scrivere a una cosiddetta "blogstar" che medita come fosse il Dialogo sui Massimi Sistemi di Galileo, circa la necessità di un periodo di stand by: ma chiudi, deficiente, che delle tue segate pseudo intellettuali non ci potrebbe fregare di meno!
E invece no.
Questo insulso e vuoto mondo dei blog, in declino qualitativo, asfittico, narcisistico, vergognosamente autoreferenziale e noioso sino alla morte, sopravvive: per cazzoni, illusi, imbecilli e grafomani che ormai infestano la Rete. E allora io ricordo qualcosa che tutti o quasi paiono avere dimenticato e mi chiedo: ma tu, emerita testa di cazzo, fossi stato lì, ora, vorresti che qualche essere umano si ricordasse del tuo dolore, oppure va bene così, per te? ...tanto, di teste di cazzo abbondiamo oltre ogni umano dire.
E allora io invito a ricodare, a differenza di tutti i blog che ho visitato oggi, una ferita drammatica per tutta l'umanità. PERCHE' PARLARE DEL PROPRIO OMBELICO E' COSì GRATIFICANTE, MA INTERESSARSI A QUELLO DEGLI ALTRI VA SEMPRE MENO DI MODA. Statemi tutti bene.
"L'ira è più utile della disperazione!" Terminator a John Connor, in Terminator 3Etichette: cose da ricordare, esergo e altre perle ai porci |
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| 30 giugno 2009 |
| ?!? |
Antipatico e lontano, dagli altri da me stesso da Dio, dal mio partito, dagli alberi e dal sesso Far finta di ascoltare così sono contenti e parlano a valanga e ridono coi denti Poi li vedo in mare in mezzo ai detersivi credendo di salvarsi chiusi nei preservativi Dal buco dell’ozono fino all’ultimo dei buchi Il passo è molto breve, ma forse siamo ciechi
Vi odio tutti quanti, anche se siamo d’accordo ma non avvicinatevi o vi mordo Cinesi, giapponesi, russi o nord americani o popoli vicini o popoli lontani
La polvere si alza dal pianeta idiozia ma cosa me ne frega se c’è la democrazia Il mondo sta cambiando e noi siamo mutanti che fabbricano merda e parlano di guanti
Vi odio tutti quanti, anche se siamo d’accordo ma non avvicinatevi o vi mordo Cinesi, giapponesi, russi o nord americani o popoli vicini o popoli lontani
E non venite a chiedermi qual è la mia proposta non ho niente da dire e ascoltarvi già mi costa Non voglio più baciare il vostro crocefisso e nemmeno voglio bere l’acqua del vostro cesso
Vi odio tutti quanti, anche se siamo d’accordo ma non avvicinatevi o vi mordo Cinesi, giapponesi, russi o nord americani o popoli vicini o popoli lontani
Ricky Gianco, Antipatico, 1989Etichette: esergo e altre perle ai porci |
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| 08 giugno 2009 |
| E ora.. |
« ... E ora Berto, figlio della Lavandaia, compagno di scuola, preferisce imparare a contare sulle antenne dei grilli, non usa mai bolle di sapone per giocare; seppelliva sua madre in un cimitero di lavatrici, avvolta in un lenzuolo quasi come gli eroi; si fermava un attimo per suggerire a Dio di continuare a farsi i fatti suoi...» (da "Canzone del padre", Storia di un impiegato, 1973)
da Fabrizio De Andrè, che dai pisquani detestava farsi chiamare "Faber"! ma inutilmente - ora qualsiasi imbecille - al di fuori della ristretta cerchia degli amici privilegiati, parla di lui così.
Parla come fosse suo fratello di sangue, sebbene non lo abbia mai incontrato in vita sua, ma si riempie la bocca di FABER E FABER...
"Storia di un impiegato, 1973"Etichette: cose perdute ( da ritrovare?), esergo e altre perle ai porci |
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| 20 maggio 2009 |
| "Ver-go-gna-te-vi! Ver-go-gna-te-vi!" |
Lo sterco disse al badile: Ma che schifo! Ma come puzzi!
Intelligentes pauca...Etichette: esergo e altre perle ai porci |
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| 12 maggio 2009 |
| Eh... |
Chi ha inventato i gatti poteva permettersi di sbagliare tutto il resto. (Mario Migliaccio)Etichette: esergo e altre perle ai porci |
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| 04 maggio 2009 |
| Sarcastico divorzio |
« Penso che quando non si dice più «grazie» e «per favore» la fine è vicina. »
("Sceriffo Ed Tom Bell", interpretato da Tommy Lee Jones, in "Non è un paese per vecchi" diretto nel 2007 dai fratelli Coen e tratto dall'omonimo romanzo di Cormac McCarthy.)Etichette: esergo e altre perle ai porci |
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| 06 dicembre 2008 |
| Preparandosi al Natale... |
"Non posso andare in casa dei miei parenti più stretti perché non voglio restare solo. La socialità esiste per affinità chimica e non altrimenti."
Ralph Waldo Emerson
("E secondo me, a volte neppure per quella." la parda Flora)Etichette: esergo e altre perle ai porci |
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| 01 dicembre 2008 |
| L'angoscia |
"L’ANGOSCIA
A chi mai canterò la mia tristezza?... Crepuscolo della sera. La grossa, umida neve tùrbina fiaccamente intorno ai fanali or ora accesi e si posa in uno strato sottile e morbido sui tetti, sul dorso dei cavalli, sulle spalle, sui berretti di pelo. Il vetturino Jona Potàpov è tutto bianco, come un fantasma. Si è curvato quanto è possibile curvarsi a un corpo vivo, siede a cassetta e non si muove. Se anche lo coprisse un cumulo di neve, egli non sentirebbe il bisogno di scuoterselo di dosso... Anche la sua cavallina è bianca e immobile. Per la sua immobilità e angolosità di forme e le sue gambe rigide come bastoni è, anche da vicino, simile a uno di quei cavallucci di pane che i fornai vendono per una copeca. Con tutta probabilità essa è immersa ne’ suoi pensieri. Chi, uomo o bestia, è stato strappato all’aratro, ai paesaggi noti e grigi, per esser gettato qui, in questo baratro, pieno di luci mostruose, di incessante frastuono e di uomini in corsa, non può non pensare. Jona e la sua cavallina non si muovono da quel posto da un pezzo. Sono usciti dalla rimessa ancor prima del pranzo e quanto a clienti niente e poi niente. Ma ecco sulla città discendono le ombre della sera. Il pallore della luce dei fanali cede a un color vivo, e l’andirivieni della via si fa più rumoroso. “ Vetturino, via Viborg!” ode Jona. “Vetturino!”. Jona sussulta e attraverso le ciglia incollate di neve vede un militare in cappotto col cappuccio. “ Via Viborg!” ripete il militare. “O che, dormi? Via Viborg!”. In segno di assenso Jona tira le redini, e a questo atto dal dorso della cavalla e dalle sue spalle casca la neve a strati... Il militare si siede nella slitta. Il vetturino fa schioccare la lingua, allunga il collo come un cigno, si solleva e, più per abitudine che per necessità, agita la frusta. Anche la cavallina allunga il collo, piega le gambe ch’eran simili a bastoni e si mette in moto indecisa. “ Dove vai, demonio?” grida una voce a Jona, appena si è mosso, dalla folla oscura che cammina davanti e dietro a lui. “Dove diavolo vai a finire? Tieni la destra!” “ Tu non sai guidare! Tieni la destra!” dice irritato il militare. Un cocchiere dalla cassetta d’una carrozza lo rimbrotta, un passante che attraversa la strada e che ha sfiorato con la spalla il muso della cavallina, lo guarda con rabbia e scuote dalle maniche la neve. Jona siede a cassetta come sugli aghi, spinge i gomiti dai lati e si guarda intorno, come asfissiato, quasi che non capisca dove si trovi e perché. “ Come son tutti furfanti!” dice argutamente il militare. “Spiano l’occasione per scontrarsi apposta con te o cascare sotto il cavallo. Certo si sono messi d’accordo.”. Jona dà uno sguardo al passeggero e muove le labbra... Vuole evidentemente dire qualche cosa, ma dalla gola non esce niente altro che un mugolio. “ Cosa?” domanda il militare. Jona torce le labbra ad un sorriso, sforza la gola e dice rauco: “Un figlio, signore... mi è morto questa settimana.”. “ Uhm!... E di che cosa è morto?”. Jona si gira con tutto il torso verso il passeggero e dice: “ E chi lo sa? Di febbre, pare... È rimasto due giorni all’ospedale ed è morto... volontà di Dio.”. “ Svolta, diavolo,” si sente gridare nell’oscurità. “Sei ammattito, vecchio cane? Guarda dove vai!”. “ Va, va...” dice il passeggero. “Così non arriveremo neanche domani. Va più svelto.” Il vetturino allunga di nuovo il collo, si solleva e con grazia pesante agita la frusta. Parecchie volte poi si volge a gettare un’occhiata al passeggero, ma questi ha chiuso gli occhi, e evidentemente non è disposto ad ascoltare. Depostolo in via Viborg, Jona si ferma presso una trattoria, si piega sulla cassetta e di nuovo resta immobile... La neve umida di nuovo imbianca lui e la cavallina. Passa un’ora, due... Sul marciapiede, battendo rumorosamente le soprascarpe e litigando passano tre giovanotti: due alti e sottili, il terzo piccolo e gobbo. “ Vetturino, al ponte della Polizia!” grida con voce stridente il gobbetto. “Per tre... un ventino!”. Jona tira le briglie e fa schioccar la lingua. Il prezzo di un ventino non è conveniente, ma ora non gli importa del prezzo... Rublo o soldo, per lui ora è tutt’uno, purché ci sia qualcuno da condurre... I giovani, urtandosi e dicendo male parole, si avvicinano alla slitta e vi salgono tutti e tre insieme. Comincia la discussione sul problema chi debba sedere e chi stare in piedi. Dopo un lungo bisticcio e capricci e rimproveri, decidono che in piedi deve restare il gobbetto perché è il più piccolo. “ Su, muoviti!” dice con la sua vocina stridente il gobbetto, accomodandosi e respirando sulla nuca di Jona. “Picchia! Ma che berretto hai, buon uomo! In tutta Pietroburgo non ne trovi uno peggiore...”. “ Ih, ih! Jona ride. “È quel che c’è...”. “ Su, quel che c’è, sbrigati! Ci vuoi portare così adagio per tutta la strada? Sì? E se ti dessi un golino?”. “ Mi duole la testa...” dice uno dei due altri. “Ieri dai Dukmàsov io e Vaska abbiamo bevuto, in due, quattro bottiglie di cognac.”. “ Non capisco a che scopo mentire!” si arrabbia l’altro. “Menti come un animale.”. “ Che Dio mi punisca, se non è vero...”. “È vero, come è vero che un pidocchio ha la tosse.”. “ Ih!” Sorride furbescamente Jona. “Gente allegra!”. “ Che il diavolo ti porti!...” il gobbetto si indigna. “Vai o non vai, peste che non sei altro! Che si guida così? Ma dàgli con la frusta! Su, diavolo! Su! Come si deve!”. Jona sente dietro la schiena agitarsi il corpo e tremare la voce del gobbetto. Ode le contumelie che gli sono rivolte, vede delle persone e questo gli alleggerisce nel petto il senso della solitudine. Il gobbo continua a insolentire fino a che una insolenza artificiosa enorme non gli va di traverso e lo fa tossire. I due altri cominciano a parlare di una certa Nadezda Petròvna. Jona li sbircia, di tanto in tanto. Approfittando di una breve pausa, si volge indietro un’altra volta e borbotta: “ E a me... questa settimana... è morto... un figlio.”. “ Tutti morremo...” sospira il gobbo, asciugandosi dopo un attacco di tosse le labbra. “Frusta, frusta! Signori, io assolutamente non posso più andare avanti così! Quando arriveremo dunque?” “ E tu dàgli un po’ di coraggio... sulla schiena!”. “ Vecchia peste, senti? Ti romperò le ossa, Capisci? Se si fanno cerimonie con voialtri, è come andare a piedi!... Senti? o t'infischi delle nostre parole?”. E Jona ode, più che non intenda, la voce che gli risuona dietro la nuca. “ Il!...” ride. “Gente allegra! Che Dio conceda loro salute!”. “ Vetturino, sei ammogliato?” domanda uno dei due alti. “ Io? Ih... gente allegra! Adesso ho una moglie... la terra umida... oh, oh, oh... La fossa, voglio dire... Il figlio ora mi è morto ed io sono vivo... Strana cosa la morte! S’è sbagliata d’uscio... Invece di venire da me, è andata dal figlio...”. E Jona si volta per raccontare come è morto il suo figliuolo, ma qui il gobbetto respira di sollievo e dichiara che, grazie a Dio, finalmente sono arrivati. Preso il ventino, Jona guarda a lungo dietro ai tre sfaccendati, che dispaiono in un portone oscuro. È di nuovo solo, e di nuovo si rifà per lui il silenzio... L’angoscia calmata per poco ricompare e lancina il petto con più forza ancora. Gli occhi di Jona inquieti e dolorosi seguono la gente, che corre ai due lati della via; non ci sarà fra quelle migliaia di persone neanche una che voglia ascoltarlo? Ma la folla corre e non si accorge né di lui, né della sua angoscia... L’angoscia è immensa, senza limiti. Se il petto di Jona scoppiasse e l’angoscia se ne riversasse fuori, inonderebbe tutto il mondo, e pure non si vede. Ha saputo trovar posto in un guscio così piccolo, che non la scorgeresti neanche di giorno col lume... Jona vede un portiere con un fagottino e decide di mettersi a parlare con lui. “ Caro, che ora è?” domanda. “ Son quasi le dieci... Perché ti fermi qui? Vattene!”. Jona si allontana di qualche passo, si curva e si dà tutto alla sua pena... Oramai considera inutile rivolgersi agli uomini. Ma non passano nemmeno cinque minuti, e si drizza, scrolla il capo, come se avesse sentito un dolore acuto, e scuote le briglie... Non ne può più. “ Alla stalla!” pensa. “Alla stalla”. E la cavallina, quasi che abbia capito il suo pensiero, si mette a trottare. Un’ora e mezza dopo, Jona siede già presso una grande stufa sudicia. Sulla stufa, sul pavimento, sulle seggiole, dappertutto c’è gente che russa. Nell’aria c’è un caldo grave, soffocante... Jona osserva i dormienti, si gratta e rimpiange di esser tornato presto a casa... “ Non sono andato a prendere l’avena,” pensa. “Per questo sono triste. Un uomo pratico del proprio mestiere, quando ha mangiato e dato da mangiare al cavallo, è sempre tranquillo...” In uno degli angoli si leva un vetturino giovine, borbotta assonnato e va verso il secchio dell’acqua. “ Hai sete?” domanda Jona. “ Pare.”. “ Ecco... Alla tua salute... E a me, caro, è morto un figlio... L’hai sentito? Questa settimana all’ospedale... Una storia!” Jona osserva quale effetto producano le sue parole, ma non vede niente. Il giovine si è coperta la testa e dorme già. Il vecchio sospira e si gratta... Come il giovine aveva voglia di bere, così egli ha voglia di parlare. Presto farà una settimana che il figlio è morto e lui non è riuscito parlare con nessuno... Bisogna parlare con metodo, con qualche pausa... Bisogna raccontare come il figlio si è ammalato, come ha sofferto, che cosa ha detto prima di morire, come è morto... Bisogna descrivere i funerali e la sua corsa all’ospedale in cerca dell’abito del morto. Al paese è rimasta la figlia Anìs’ja... E bisogna parlare anche di lei... Che è poco quello di cui ora potrebbe parlare? Chi ascolta deve dare in esclamazioni, deve sospirare, fare lamenti... Con le donne sarebbe ancora meglio. Anche se sono stupide, dànno in singhiozzi dopo due parole. “ Vado a dare un’occhiata al cavallo,” pensa Jona. “Avrò sempre tempo di dormire... dormirò abbastanza lo stesso...”. Si veste e va nella stalla. Pensa all’avena, al fieno, al tempo che fa... Al figlio, quando è solo, non può pensare... Parlare di lui con qualcuno può, ma pensare solo e disegnare a se stesso la figura di lui è penoso e insopportabile... “ Mangi?” domanda Jona alla cavalla, vedendo i suoi occhi lucenti. “Mangia, mangia... Non siamo andati a comperar l’avena e dunque mangeremo del fieno. Sì... Sono vecchio ormai per il mestiere... a mio figlio toccava, non a me... Quello era un vero vetturino... Fosse ancora vivo...”. Jona tace per qualche tempo, poi continua: “ Così è, cavallina cara... Non c’è più Kusmà Jonyc... Se ne è andato, morto, inutilmente... Ora, diciamo, tu hai un piccolo puledro e tu di questo piccolo puledro sei la mamma... E d’improvviso, diciamo, questo stesso piccolo puledro muore... Non è una pena?”. La cavallina mangia, ascolta e soffia sulla mano del suo padrone... Jona si commuove e racconta tutto a lei...."
Anton Pavlovič Čechov
Racconti, volume primo, Garzanti, Milano, 1965Etichette: cose da ricordare, esergo e altre perle ai porci |
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| 18 ottobre 2008 |
| Sopravvissuti all'incubo |
Leo: Vedrai che oggi lo pescheremo Axel: E’ nato con un occhio su ogni lato? Leo: Sì, è un pesce strano. Quando diventa adulto uno degli occhi si sposta sull’altro lato. Axel: perché? Leo: E’ un segno di maturità... Vuol dire che è sopravvissuto all’incubo. Axel: Quale incubo? Leo: L’incubo che ci fa entrare nel mondo degli adulti. ... Guarda, assume il colore del fondo dell’oceano. Axel: E’ un mimetismo. Leo: Se questa specie di halibut si poggia sulla testa di un altro, quello che sta sotto non reagisce e aspetta che l’altro se ne vada. Axel: Non mi piacerebbe fare questo tipo di esperienza.... Leo: Sei ancora giovane, figlio mio. Uno dei tuoi occhi sta per spostarsi dall’altro lato. Axel: E’ meglio avere gli occhi tutti e due sullo stesso lato? Leo: Non è detto sai meglio, è diverso. Axel: Cosa si perde? Leo: Si perde l’altro lato... ma si guadagna anche qualcosa.
Dialogo onirico finale fra Axel (Johnny Depp) e il suicida zio Leo Sweety (Jerry Lewis) da Arizona Dream, di Emir Kusturica, 1992
(s', vabbé, sono in vena di nostalgie, e allora?)Etichette: esergo e altre perle ai porci |
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| 15 agosto 2008 |
| Il giorno di Gandhi |
Il famoso discorso ritrovato di Gandhi, quello col il quale una compagnia di telefonia ci sta tenedo sulle spine da giorni in fremente attesa, quasi fosse una (loro) scoperta da rivelare finalmente al mondo, sta da anni qui alla voce "Speech at Inter-Asian Relations Conference, 1947 ". Come implacabilmente segnalato anche da Il Disinformatico, cacciatore di bufale e balle varie.
E grazie a FinanziainChiaro dopo averlo ascoltato ve lo potete anche comodamente leggere già tradotto.
"Signora Presidente e amici, non credo di dovermi scusare con voi per il fatto che sono costretto a parlare in una lingua straniera. Chissà se questi altoparlanti porteranno la mia voce fino ai confini di questo immenso pubblico. Quelli di voi che sono lontani possono alzare la mano, se sentono quello che dico? Sentite? Bene. Bene, se la mia voce non vi giunge, non è colpa mia, ma colpa degli altoparlanti.
Quello che volevo dirvi è che non devo scusarmi. Non oso, visti tutti i delegati che si sono riuniti qua da tutta l’Asia, e gli osservatori – ho imparato questa parola pronunciata da un amico americano che disse: “Non sono un delegato, sono un osservatore”. Di primo impatto con lui, vi assicuro, pensavo venisse dalla Persia, ma ecco davanti a me un americano e gli dico: “Sono terrorizzato da te, e vorrei che mi lasciassi stare”. Potete immaginare un americano che mi lasci stare? Non lui e, quindi, ho dovuto parlargli.
Quello che volevo dirvi è che il mio idioma per me madrelingua, non lo potete capire, e non voglio insultarvi insistendo su di esso. Il linguaggio nazionale, Hindustani, ci metterà tanto tempo prima di rivaleggiare con un linguaggio internazionale.
Se ci deve essere rivalità, c’è rivalità tra francese e inglese. Per il commercio internazionale, indubbiamente l’inglese occupa il primo posto. Per discorsi e corrispondenza diplomatici, sentivo dire quando studiavo da ragazzo che il francese era la lingua della diplomazia e se volevi andare da una parte all’altra dell’Europa dovevi provare ad imparare un po’ di francese, e quindi ho provato ad imparare qualche parola di francese per riuscire a farmi capire. Comunque, se ci deve essere rivalità, la rivalità potrebbe nascere tra francese e inglese. Quindi, avendo imparato l’inglese, è naturale che faccia ricorso a questa parlata internazionale per rivolgermi a voi.
Mi chiedevo di cosa dovessi parlarvi. Volevo raccogliere i miei pensieri, ma lasciate che sia onesto con voi, non ne ho avuto il tempo.
Però ieri ho comunque promesso che avrei provato a dirvi qualche parola.
Mentre venivo con Badshah Khan, ho chiesto un piccolo pezzo di carta ed una matita. Ho ricevuto una penna invece di una matita. Ho provato a scarabocchiare qualche parola. Vi spiacerà sentirmi dire che quel pezzo di carta non è qui con me. Ma questo non importa, ricordo cosa volevo enunciare, e mi sono detto: “I miei amici non hanno visto la vera India, e non ci stiamo incontrando in una conferenza nel cuore della vera India”.
Delhi, Bombay, Madras, Calcutta, Lahore – queste sono tutte grandi città e quindi, hanno subito l’influenza dell’Occidente, sono state fatte, magari eccetto Delhi ma non New Delhi, sono state fatte dagli inglesi. Poi ho pensato ad un breve saggio – credo che dovrei chiamarlo così – che era in francese. Era stato tradotto per me da un amico anglo-francese, e lui era un filosofo, era anche un uomo altruista e diceva che mi aveva dato la sua amicizia senza che io lo conoscessi, perché lui parteggiava per le minoranze ed io rappresentavo, assieme ai miei connazionali, una minoranza senza speranze, e non solo senza speranze ma una minoranza disprezzata.
Se gli europei del Sudafrica mi perdonano per quello che dico, eravamo tutti “coolies” [lavoratore non qualificato a basso costo]. Io ero un insignificante avvocato “coolie”. A quei tempi non avevamo dottori “coolie”, non avevamo avvocati “coolie”. Ero il primo nel campo. Ma sempre un “coolie”. Magari sapete cosa si intende con la parola “coolie” ma questo mio amico, si chiamava Krof – sua madre era francese, suo padre inglese – disse: “Voglio tradurre per te una storia francese”.
Mi perdonerete, chi di voi sa la storia, se nel ricordarla faccio degli errori qua e là, ma non ci sarà nessun errore nell’avvenimento principale.
C’erano tre scienziati e – ovviamente è una storia inventata – tre scienziati uscirono dalla Francia, uscirono dall’Europa alla ricerca della “Verità”. Questa era la prima lezione che mi aveva insegnato quella storia, che se bisogna cercare la verità, non la si trova su suolo europeo. Quindi, indubbiamente neanche in America.
Questi tre grandi scienziati andarono in parti diverse dell’Asia. Uno trovò la strada per l’India e diede inizio alla sua ricerca. Raggiunse le cosiddette città di quei tempi. Naturalmente, ciò avvenne prima dell’occupazione inglese, prima anche del periodo Mughal, così è come ha illustrato la storia l’autore francese, ma visitò comunque le città, vide la gente delle cosiddette caste alte, uomini e donne, fino a che non si addentrò in un’umile casa, in un umile villaggio, e quella casa era una casa Bhangi, e trovò la verità che stava cercando, in quella casa Bhangi, nella famiglia Bhangi, uomo, donna, forse 2 o 3 bambini (lo dico come me lo ricordo) e poi lui descrive come la trovò. Tralascio tutto questo.
Voglio collegare questa storia a quello che voglio dire a voi, che se volete vedere il meglio dell’India, dovete trovarlo in una casa Bhangi, in un’umile casa Bhangi, o villaggi simili, 700.000 come ci insegnano gli storici inglesi. Un paio di città qua e là, non ospitano neanche qualche crore [unità di misura indiana che equivale a 10 milioni] di persone. Ma i 700.000 villaggi ospitano quasi 40 crore di persone. Ho detto quasi perché potremmo togliere una o due crore che stanno in città, comunque sarebbero 38 crore.
E poi mi sono detto, se questi amici sono qui senza trovare la vera India, per cosa saranno venuti? Ho poi pensato che vi pregherò di immaginare quest’India, non dal punto di vista di questo immenso pubblico ma per come potrebbe essere. Vorrei che leggeste una storia come questa storia dei francesi o altre ancora. Magari, qualcuno di voi vada a vedere qualche villaggio dell’India e allora troverà la vera India.
Oggi farò anche questa ammissione: non ne sarete affascinati alla vista. Dovrete raschiare sotto i mucchi di letame che sono oggi i nostri villaggi. Non voglio dire che siano mai stati dei paradisi. Ma oggi sono veramente dei mucchi di letame; non erano così prima, di questo sono abbastanza certo. Non l’ho appreso dalla storia ma da quello che ho visto io stesso dell’India, fisicamente con i miei occhi; e io ho viaggiato da una parte all’altra dell’India, ho visto i villaggi, i miserabili esemplari dell’umanità, gli occhi senza vita, eppure sono l’India, e ciononostante in quelle umili case, nel mezzo dei mucchi di letame troviamo gli umili Bhangis, dove troverete un concentrato di saggezza. Come? Questa è una grande domanda.
Bene, allora voglio illustrarvi un altro scenario. Di nuovo, ho imparato dai libri, libri scritti da storici inglesi, tradotti per me. Tutta questa ricca conoscenza, mi spiace dire, arriva qui da noi in India attraverso i libri inglesi, attraverso gli storici inglesi, non che non ci siano storici indiani ma neanche loro scrivono nella loro madrelingua, o nella loro lingua nazionale, Hindustani, o se preferite chiamarli due idiomi, Hindi e Urdu, due forme della stessa lingua. No, ci riferiscono quello che hanno studiato sui libri inglesi, magari gli originali, ma attraverso gli inglesi in inglese, questa è la conquista culturale dell’India, che l’India ha subito.
Ma ci dicono che la saggezza è arrivata dall’Occidente verso l’Oriente. E chi erano questi saggi? Zoroastro. Lui apparteneva all’Oriente. Fu seguito dal Buddha. Lui apparteneva all’Oriente, apparteneva all’India. Chi ha seguito il Buddha? Gesù, di nuovo dall’Asia. Prima di Gesù ci fu Musa, Mosè, che apparteneva anche lui alla Palestina, ma verificavo con Badshah Khan e Yunus Saheb ed entrambi sostenevano che Mosè appartenesse alla Palestina, sebbene fosse nato in Egitto. Poi venne Gesù, poi Mohammad. Tutti loro li tralascio. Tralascio Krishna, tralascio Mahavir, tralascio le altre luci, non le chiamerò luci minori, ma sconosciute in Occidente, sconosciute al mondo letterario.
In ogni modo, non conosco una singola persona che possa uguagliare questi uomini d’Asia. E poi cosa accadde? Il Cristianesimo, arrivando in Occidente, si è trasfigurato. Mi spiace dire questo, ma questa è la mia lettura. Non dirò altro al riguardo. Vi racconto questa storia per incoraggiarvi e per farvi capire, se il mio povero discorso può farvi capire, che lo splendore che vedete e tutto quello che vi mostrano le città indiane non è la vera India. Certamente, il massacro che avviene sotto i vostri occhi, mi dispiace, vergognoso come dicevo ieri, dovete seppellirlo qui. Il ricordo di questo massacro non deve oltrepassare i confini dell’India, ma quello che voglio voi capiate, se potete, è che il messaggio dell’Oriente, dell’Asia, non deve essere appreso attraverso la lente occidentale, o imitando gli orpelli, la polvere da sparo, la bomba atomica dell’Occidente. Se volete dare di nuovo un messaggio all’Occidente, deve essere un messaggio di “Amore”, un messaggio di “Verità”.
Ci deve essere una conquista (applausi) per favore, per favore, per favore. Questo interferisce con il mio discorso, e interferisce anche con la vostra comprensione. Voglio catturare i vostri cuori, e non voglio ricevere i vostri applausi. Fate battere i vostri cuori all’unisono con le mie parole, e io credo che il mio lavoro sarà compiuto.Voglio lasciarvi con il pensiero che l’Asia debba conquistare l’Occidente. Poi, la domanda che mi ha fatto un mio amico ieri: “Se credevo in un mondo unico?”. Certo, credo in un mondo unico. Come posso fare diversamente, quando divento erede di un messaggio di amore che questi grandi, inconquistabili maestri ci hanno lasciato? Potete esprimere questo messaggio di nuovo ora, in questa era di democrazia, nell’era del risveglio dei più poveri dei poveri, potete esprimere questo messaggio con maggiore enfasi. Poi completerete la conquista di tutto l’Occidente, non attraverso la vendetta perché siete stati sfruttati, e nello sfruttamento voglio ovviamente includere l’Africa, e spero che quando vi reincontrerete in India la prossima volta ci sarete tutti: spero che voi, nazioni sfruttate della terra, vi incontrerete, se a quell’epoca ci saranno ancora nazioni sfruttate.
Ho forte fiducia che se unite i vostri cuori, non solo le vostre menti, e capite il segreto dei messaggi che i saggi uomini d’Oriente ci hanno lasciato, e che se veramente diventiamo, meritiamo e siamo degni di questo grande messaggio, allora capirete facilmente che la conquista dell’Occidente sarà stata completata e che questa conquista sarà amata anche dall’Occidente stesso.
L’Occidente di oggi desidera la saggezza. L’Occidente di oggi è disperato per la proliferazione della bomba atomica, perché significa una completa distruzione, non solo dell’Occidente, ma la distruzione del mondo, come se la profezia della Bibbia si avverasse e ci fosse un vero e proprio diluvio universale. Voglia il cielo che non ci sia quel diluvio, e non a causa degli errori degli umani contro se stessi. Sta a voi consegnare il messaggio al mondo, non solo all’Asia, e liberare il mondo dalla malvagità, da quel peccato.
Questa è la preziosa eredità che i vostri maestri, i miei maestri, ci hanno lasciato.
M. K. Gandhi"Etichette: esergo e altre perle ai porci |
postato da la Parda Flora
alle 10:05 
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| 15 maggio 2008 |
| Dopo di noi il diluvio... |
Non so come dire, ma... Il governo ha ottenuto la fiducia del Senato. Ohhhhhh - stuporone.
Siamo veramente orgogliosi, se appena avete 30 secondi di pazienza durante i quali potrete scaricare l'eventuale vostra irritazione camminando nervosamente avanti e indietro meditando feroci vendette, di darvi un'anteprima dell'inclita accozzaglia di signori in questione. Che qui, di borghesi gentiluomini mi sa non è rimasto neppure uno.
(ah, magari sapessero esibirsi davvero così bene: per il momento fan girare biglietti "galanti" - altro che il secco "No!" di Marais adulto - e si esibiscono come quadrumani infoiati appena qualcuno che non appartiene alla loro tribù cerca di prendere la parola - ragazzi, questa sì che è democrazia!)Etichette: esergo e altre perle ai porci, parole e pensieri scritti sfacciatamente per me (checché ne dica l'Autore), pirlate |
postato da la Parda Flora
alle 16:45 
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