| 01 luglio 2008 |
| Non mi rompete! |
In questi giorni gira cosìcosì (anche se la qualità del video è quel che è)
Non mi svegliate ve ne prego ma lasciate che io dorma questo sonno, sia tranquillo da bambino sia che puzzi del russare da ubriaco. Perché volete disturbarmi se io forse sto sognando un viaggio alato sopra un carro senza ruote trascinato dai cavalli del maestrale, nel maestrale... in volo.
Non mi svegliate ve ne prego ma lasciate che io dorma questo sonno, c'è ancora tempo per il giorno quando gli occhi si imbevono di pianto, i miei occhi... di pianto.
(e per i più inguaribili impiccioni, questa è stata la prima dichiarazione d'amore che io abbia ricevuto, e ancora è capace di commuovermi.)Etichette: cose ritrovate, parole e pensieri scritti sfacciatamente per me (checché ne dica l'Autore), pirlate |
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alle 07:37 
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| 11 gennaio 2008 |
| Per Giangi e Pier |
Spleen
Quando come un coperchio il cielo pesa grave e basso sull'anima gemente in preda a lunghi affanni, e quando versa su noi, dell'orizzonte tutto il giro abbracciando, una luce nera e triste più delle notti; e quando si è mutata la terra in una cella umida, dove se ne va su pei muri la Speranza sbattendo la sua timida ala, come un pipistrello che la testa picchia su fradici soffitti; e quando imita la pioggia, nel mostrare le sue striscie infinite, le sbarre di una vasta prigione, e quando un popolo silente di infami ragni tende le sue reti in fondo ai cervelli nostri, a un tratto furiosamente scattano campane, lanciando verso il cielo un urlo atroce come spiriti erranti, senza patria, che si mettano a gemere ostinati. E lunghi funerali lentamente senza tamburi sfilano né musica dentro l'anima: vinta, la Speranza piange, e l'atroce Angoscia sul mio cranio pianta, despota, il suo vessillo nero.
Charles Baudelaire Les fleurs du Mal (1857)
Cari vecchi amici miei, dovreste vedere cos'è il cielo di Milano, oggi...Etichette: cose ritrovate |
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| 05 gennaio 2008 |
| Zen on writing |
Lo pensavo un po' di tempo fa, e ora che per caso lo rileggo, mi pare ancora valido. Così lo ripropongo, dato che molte cose sono cambiate nel frattempo. E anche per ricordare a me stessa l'importanza di quel "sapere cosa togliere", che è non solo scrittura, ma arte di vivere.
Mi stupisce sempre che nelle varie segnalazioni di libri dedicati alla scrittura non compaia “Lo zen nell’arte della scrittura” di Ray Bradbury. Mi stupisce e mi dispiace, perché a questo smilzo libretto sono piuttosto affezionata e trovo che, fra le numerose opere attorno alla scrittura pubblicate da qualche anno a questa parte, più di altre meriterebbe di essere conosciuto e gustato. Innanzi tutto per come è scritto – che io sappia, Bradbury è il solo scrittore che riesca ad essere lirico usando come metafora il vomito dei cani – anche se, certo, ogni tanto gigioneggia un po’ facendo il verso a se stesso. Ma sa usare in un modo tutto suo quella certa secchezza così americana nello spezzettare la frase (trovarne una che superi le tre righe è una faticaccia) tirandone fuori risultati sontuosi. E poi colora la pagina, la fa respirare traforandola di vuoti con la sapienza dei suoi a capo e degli spazi bianchi sospesi, che ritmano la sua prosa in un modo che, immagino, avrebbe deliziato Flaubert. (Tutte le arti, grandi e piccole, sono l’eliminazione di un movimento inutile in favore di una dichiarazione concisa. L’artista impara cosa togliere.)
In secondo luogo, merita di essere letto per ciò che dice: sulla scrittura e, quindi, sulla vita. Con passione, grande onestà, credo, e una ineffabile ironia – autoironia ? - che sa rendere lievi anche gli incubi più spaventosi. E’ chiaro, io sono politicamente scorretta: Cronache marziane l’ho letto da ragazzina e l’ho trovato di una bellezza commovente, tanto da non avere poi più il coraggio di rileggerlo per paura di una delusione. In compenso però ho poi letto di Bradbury tutto quello che mi è riuscito, comprese alcune opere ormai introvabili nell’edizione italiana, e trovo che assieme al Saroyan della Commedia umana abbia il dono raro di saper raccontare magistralmente l’infanzia e l’adolescenza che scolorano l’una nell’altra. Poi certo, ci trovi una certa provincia americana, un certo momento della storia americana che non sono più, ma questo mi ha sempre colpito meno: sono i ragazzini di Bradbury ad essere magici così come, immagino, sono magici i profumi e i ricordi delle estati infinite che tutti noi abbiamo vissuto a quell’età. Così i saggi raccolti in questo libro hanno il colore e l’odore fresco e amaro dei fiori di tarassaco – dandelion – che punteggiavano i prati nei quali abbiamo fatto le capriole e giocato a nascondino, quando nelle sere di giugno c’erano ancora le lucciole. Piccole illuminazioni, vertigini d’infinito, come in un haiku: lo zen nell’arte della scrittura, appunto. ”Da adesso in poi spero di stare all’erta per educare me stesso meglio che posso... Siamo coppe, che vengono costantemente e lentamente riempite. Il trucco è sapere come svuotarci e lasciare uscire la materia buona.”Etichette: cose ritrovate |
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| 13 settembre 2007 |
| Enethiche |
Possiedo, di Enethiche, di Franco Pilon, la copia numero 18 della prima edizione, con una dedica pieno di affetto, coincisa con una stagione della nostra vita che ci vide abbastanza cari amici. Ora, ho scoperto che il volumetto di poesia in memoria del padre perso, all'epoca con una prefazione tenera e ricca di stima da parte di Carlo Rao, verrà ripubblicato.
E così ne parla Franco:
"Esistono periodi della nostra vita (anche assai lunghi) che sembrano volere il nostro annullamento. Quei momenti, tuttavia, non sono affatto inutili. Sono un segno divino. E’ in quei momenti che meglio sappiamo amare la vita ed è in quei momenti che dimostriamo se la meritiamo oppure no. Sovente in quei momenti sappiamo creare le nostre opere artistiche migliori, ma ne vale la pena? Domandiamoci piuttosto: al prossimo interesseranno le nostre sventure? Superare la criticità, evitare l’autolesionismo e ritornare alle nostre consuete attività come se fosse il migliore dei nostri giorni e non fosse accaduto alcunché, è il primo passo da fare per avere successo. Il considerarlo può essere di gran utilità... Occorre allora continuare a commiserarsi? Scegliere di vivere è, invece, cosa saggia. Scegliere di vivere, riconoscendo i nostri limiti, sgonfiando del tutto il nostro super ego. Poi andare a trovare chi ci sperava morti o ancora addolorati, per far loro vedere quanto si è vivi e quanto si sta bene. Per dar loro una mano quando ne avranno bisogno.
L’autore, ripensando a se stesso, oggi"
Ricordando il dolore straziante che contraddistingueva la sua vita, rischiando seriamente di piegarla per sempre, sono felice di leggerlo con questa nuova forza.
Vidi, acquetremule acque i miei occhi, l’ allumacare a luglio di Benedettini antichi come il sole che strozzavano stoppini, scucivano drappi, sacravano olisanti e pietosi dissodavano i campi mentre sentieri pietrosi rigettavano idolini di sotto, il bel colle spandea terra di pianto e a morto a morto un canto di preghiera riviveva corto. * Lucevano i miei occhi e pure vidi, poiché era omai tempo di grano e di florenza. Allora a terra lemme lemme si chinavano i frati com antere al vento e di lontano le badesse a stento toglievansi l’ odore di sudore per lietarsi di mirra e d’ incenso, imbattendosi in ataviche questio. * Altro giorno veniva e i fraticelli incrociavano gli occhi di latte (…) * Alfine v’ era chi leggeva incuriosito il Sillabo, chi slentava il cordone del saio, chi (…) * C’ era chi torturava i rami secchi con scheggine di selce color lava e dal cielo ove piovigginava piovevano gli angeli, come le prime foglie dell’ autunno, mentre più su Iddio sottovocava una triste canzone, tristemente. * Mai un Bovolo nella Calle di Vida che storni noi fra i suoi gradini tanti poi che scalzi i cammini rifacciamo e di nebbia l’ aurora di Mida. * Ed immersa nel verde la vita incominciava, altra volta, eziandìo. (…) * Or sì che si scambiavano i signi della pace – così in calce nel cantico era scritto – (…) * Erme le ciglia fitte s’ arricciavano (…) * Di quei solatii loghi son rimasti le volte dei portali, i due pozzi sotterra e sparpagliate paglie a colombera. ° Ma po’ più in qua dell’istrada per l’ Istria, Ennio, tenevi mani da Giovan Battista sono gli strali immanicati all’ asta di corniolo -. Senza Scritture ma cum calamo e folio anzitutto mettesti ogni cosa al suo posto ed anzitutto l’ historia fu bella eppoi il libro nel paniere, il libello nel pozzo, quell’ amore di troppo sotterra. Indi tu apristi gli occhi alabastrato Nelle perse stagioni dell’ autunno acciocché l’ocra era il virgulto di colori negli ori dell’ alba, nel ceruleum tramonto. ° Anche tu tu allor odoravi d’ idromele et muschio e poiché i cardi eran da rispettare e da osservare i campi carghi di flora e di semenza, i leggii secenteschi e i quadri intinti, io ognora fui raccomandato di piantar piante ognora, su semi semi, nell’assenza. ° (continua) Etichette: cose ritrovate |
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alle 20:05 
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| 17 luglio 2007 |
| Il testamento di Tito |
Questa è la canzone con la quale ho conosciuto, bambina, Fabrizio De André... poi lui c'è sempre stato, sino al funerale a Genova. Mi è capitato oggi di risentirla per caso, e poi di prendere in mano il telefono e parlare di lui con qualcuno che lo ha conosciuto molto bene, e lo ricorda come un caro amico. Prima o poi dovrò scriverne, se ne avrò l'occasione... Per intanto, questo testo, che mi pare sia ancora tremendamente attuale, (La Buona Novella è ben del 1970! ) e abbia parecchio su cui far ancora riflettere, a volerlo fare.
Tito: "Non avrai altro Dio all'infuori di me, spesso mi ha fatto pensare: genti diverse venute dall'est dicevan che in fondo era uguale.
Credevano a un altro diverso da te e non mi hanno fatto del male. Credevano a un altro diverso da te e non mi hanno fatto del male.
Non nominare il nome di Dio, non nominarlo invano. Con un coltello piantato nel fianco gridai la mia pena e il suo nome:
ma forse era stanco, forse troppo occupato, e non ascoltò il mio dolore. Ma forse era stanco, forse troppo lontano, davvero lo nominai invano.
Onora il padre, onora la madre e onora anche il loro bastone, bacia la mano che ruppe il tuo naso perché le chiedevi un boccone:
quando a mio padre si fermò il cuore non ho provato dolore. Quanto a mio padre si fermò il cuore non ho provato dolore.
Ricorda di santificare le feste. Facile per noi ladroni entrare nei templi che rigurgitan salmi di schiavi e dei loro padroni
senza finire legati agli altari sgozzati come animali. Senza finire legati agli altari sgozzati come animali.
Il quinto dice non devi rubare e forse io l'ho rispettato vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie di quelli che avevan rubato:
ma io, senza legge, rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio. Ma io, senza legge, rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio.
Non commettere atti che non siano puri cioè non disperdere il seme. Feconda una donna ogni volta che l'ami così sarai uomo di fede:
Poi la voglia svanisce e il figlio rimane e tanti ne uccide la fame. Io, forse, ho confuso il piacere e l'amore: ma non ho creato dolore.
Il settimo dice non ammazzare se del cielo vuoi essere degno. Guardatela oggi, questa legge di Dio, tre volte inchiodata nel legno:
guardate la fine di quel nazzareno e un ladro non muore di meno. Guardate la fine di quel nazzareno e un ladro non muore di meno.
Non dire falsa testimonianza e aiutali a uccidere un uomo. Lo sanno a memoria il diritto divino, e scordano sempre il perdono:
ho spergiurato su Dio e sul mio onore e no, non ne provo dolore. Ho spergiurato su Dio e sul mio onore e no, non ne provo dolore.
Non desiderare la roba degli altri non desiderarne la sposa. Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi che hanno una donna e qualcosa:
nei letti degli altri già caldi d'amore non ho provato dolore. L'invidia di ieri non è già finita: stasera vi invidio la vita.
Ma adesso che viene la sera ed il buio mi toglie il dolore dagli occhi e scivola il sole al di là delle dune a violentare altre notti:
io nel vedere quest'uomo che muore, madre, io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l'amore".
(L'imparassimo tutti...)Etichette: cose ritrovate |
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| 16 luglio 2007 |
| Mare |
L'acqua del mare è noto si muove la puoi non guardare ma sai che non muore
cosi mi ci siedo accanto e non guardo e mentre l'ascolto stropiccio del nardo
apro un bel libro lo guardo e non leggo sarà pure bello però non lo reggo
perché parlerebbe l'uomo che muore il che mi farebbe male ma il mare
sciacqua e non parla vive e non muore dunque non leggo ascolto il rumore.
Gilberto Sacerdoti
(per dire, questo è padovano, e neanche tanto più vecchio di me, quindi il mare non ce l'ha proprio sotto casa, un po' come me, che ne sento la mancanza. E' anche la stagione giusta! Però questa idea di moto continuo, che allontana la fine, che allontana i libri letti per stordire la mente e la paura e la morte...in fondo, siamo sempre in guerra contro qualcosa, credo)Etichette: cose ritrovate |
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alle 14:00 
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| 14 giugno 2007 |
| La poesia del signor P. |
Io stesso e P. ciascuno ha un suo talento, il suo ingegno è nel cacciare, il mio in un’arte speciale.
Amo – più d’ogni fama –indugiare sul mio libro in calma riflessione; P. di me non è geloso, a lui piace la sua arte elementare.
Quando – storia senza noia- siamo insieme – unità di due – abbiamo – astuzia senza fine – di che affilare i nostri artigli.
Dopo un eroico attacco a volte un topo resta nella sue rete; una legge d’arduo significato è trattenuta invece nella mia.
Fissa il suo pieno occhio brillante alla fessura della parete; dirigo sulla sottile conoscenza i miei lucidi, provati occhi.
Si esalta con piccoli balzi vivaci appena un topo ha fra le zampe; anch’io provo gran gioia quando abbraccio un difficile amato problema.
Noi andiamo sempre così, non di fastidio l’uno per l’altro; ama ognuno la propria arte godendo d’essa, separatamente.
La pratica quotidiana lo ha reso maestro nel suo mestiere; portando luce nell’oscurità son nel mio agire padrone di me stesso.
Secondo alcuni l’autore di questi versi (annotati in un quadernetto d’appunti da un monaco studente presso il monastero di Augia Dives a Reichenau e di qui, prima del saccheggio di quel monastero da parte degli Ungari, messo in salvo nel monastero di St. Paul in Carinzia, dove si trova conservato ancora oggi) sarebbe Sedulius Scotus, l’erudito irlandese che a metà del IX secolo visse presso la corte di Carlo il Calvo sotto la protezione del vescovo di Liegi, Hartgar.
.Etichette: cose ritrovate |
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alle 21:48 
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| 04 giugno 2007 |
| I’m gonna be (500 miles) |
I’m gonna be -500 miles
When I wake up yeah I know I'm gonna be I'm gonna be the man who wakes up next to you When I go out yeah I know I'm gonna be I'm gonna be the man who goes along with you
If I get drunk yes I know I'm gonna be I'm gonna be the man who gets drunk next to you And if I haver yeah I know I'm gonna be I'm gonna be the man who's havering to you
But I would walk 500 miles And I would walk 500 more Just to be the man who walked 1000 miles To fall down at your door
When I'm working yes I know I'm gonna be I'm gonna be the man who's working hard for you And when the money comes in for the work I'll do I'll pass almost every penny on to you
When I come home yeah I know I'm gonna be I'm gonna be the man who comes back home to you And if I grow old well I know I'm gonna be I'm gonna be the man who's growing old with you
But I would walk 500 miles And I would walk 500 more Just to be the man who walked 1000 miles To fall down at your door
When I'm lonely yes I know I'm gonna be I'm gonna be the man whose lonely without you When I'm dreaming yes I know I'm gonna dream Dream about the time when I'm with you.
But I would walk 500 miles And I would walk 500 more Just to be the man who walked 1000 miles To fall down at your door
(Sono The Proclaimers , cliccando si vede il video della canzone, dall'album Sunshine on leith; roba vecchia, ma è il mio modo di festeggiare un incontro molto molto speciale... e qui vi regalo una deliziosa chicca cinefila!) ;-)Etichette: cose ritrovate |
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alle 08:56 
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| 01 giugno 2007 |
| Dell'autoconformismo |
In un blog che leggo regolarmente, stamane (quasi miracolosamente, perché Splinder era in una delle sue regolari fasi di manutenzione, e chiunque abbia scelto tale piattaforma era in pratica irraggiungibile) ho trovato una riflessione sul conformismo - auto conformismo, ovvero, direi io, sull'incapacità di uscire da schemi mentali, alla cui formazione e successiva cristallizzazione contribuisce anche la linguistica. E' (molto in soldoni) il concetto della mappa mentale neurolinguistica, intuita dal sovietico Vigotskij, che affermava che "il pensiero non si incarna nella parola, ma si conclude nella parola", e quindi sottintendendo un passaggio complicato e complesso del pensiero nel linguaggio esteriorizzato. Da qui parte poi il suo connazionale Lurja, psicologo che di problemi di neurolinguistica e di comunicazione verbale si è interessato a fondo, rappresentando una pietra miliare per chi si occupi di questi argomenti. Il concetto che egli elabora di mappa mentale, sottintende l’esistenza - non espressa e sovente non riconosciuta dal soggetto direttamente interessato - di alcuni assunti illogici ed errati nel pensiero pensato, ma non in quello espresso verbalmente o concretizzato nei fatti. Tali assunti sono ormai talmente radicati nel profondo di ciascuno di noi, da spingerci talvolta ad alterare concretamente la corretta percezione del mondo esterno, e di quanto da esso ci provenga, allo stesso tempo distorcendo anche la logicità del nostro modo di pensare noi stessi, il mondo esterno a noi, e i rapporti che intercorrono fra queste due componenti. Argomento del quale mi sono occupata più diffusamente in altre sedi.
Ma per tornare al tema del conformismo - lo ricordate il film “Harold e Maude” di Hal Ashby, un vecchissimo film del 1971, fosse altro che per la colonna di Cat Stevens? Il quel film, a un certo punto la saggia ottantenne Maude dice: “Io credo che molte sofferenze vengano da chi sa di essere diverso e tuttavia lascia che gli altri lo trattino come un uguale.”
Quasi come in una delle poesie più famose di Sandro Penna... "Beato chi è diverso, essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso essendo egli comune».
Le cito perché mi pareva meritassero entrambe qualche riflessione, che ognuno può fare da sé, nel loro apparente aspetto giocoso del calembour... e comunque mi riconosco in entrambe, spudoratamente, pur conoscendo molti patetici comuni convinti orgogliosamente di essere diversi. Sarà che, della mia parte comune, io almeno sono consapevole. Così vorrei usare, infine, una citazione da Leonard Cohen, poeta e cantautore, perché mi ci ritrovo molto e sintetizza, molto meglio di me, cose che mi piacerebbe riuscire a spiegare... la scrittura; l’aspetto quasi da artigiano di bottega del quale avevo già accennato qualche tempo fa; quell'opus, come l’avrebbe chiamata, singolarmente, anche Zenone protagonista dell’Opera al Nero, che amo molto; il daimon di Platone che ci governa, timido o selvaggio ... e che sono tutto ciò che abbiamo. "Di solito tendo alla tristezza. Per alcune canzoni ho impiegato diversi anni. Nessuna di essa è stata un parto facile, dopo tutto questo è il nostro lavoro. Tutto il resto va spesso in malora, in bancarotta totale, e così quel che rimane è il lavoro, ed è quello che faccio per tutto il tempo, lavorare, creare l'opus della mia vita. Il nostro lavoro è l'unico territorio che possiamo governare e rendere chiaro. Tutte le altre cose rimangono confuse e misteriose".
(Un giovane Cohen dalla voce ancora aspra, priva di quelle rotondità pastose e ricche che la caratterizzano ora, con una vecchia canzone, The partisan, per ricordare che giorno è domani, dal momento che se esiste la Repubblica, oltre che di chi votò, il merito è anche di tutti coloro che contribuirono a liberare l'Italia dalla dittatura fascista, e dalla guerra nella quale tale dittatura l'aveva trascinata...)Etichette: cose ritrovate |
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| 21 maggio 2007 |
| Sempre sui lettori anonimi |
Alle 31 ottobre, 2006 21:42, Anonimo ha scritto…
... Chi sei Parda Flora? cosa hai a che fare con BA? che ne sai della Parda Flora? rispondimi ed io ti risponderò a mia volta, abitavo vicino alla Parda quando era un posto che valeva la pena di frequentare, ora tutto sta diventando troppo umido a BA ...
Caro Anonimo, ho scoperto il tuo messaggio solo ieri casualmente: sbadatamente non mi ero accorta che i vecchi post avessero ancora i commenti aperti, perciò era da tanto che non ci passavo. L’unica risposta che ti posso dare, forse, sperando che tu la possa leggere, oltre a ricordare con struggente nostalgia, uno strano, grande amore di gioventù che la Parda me la fece conoscere, a modo suo, è questa canzone di Moby.
"Extreme Ways"
Extreme ways are back again Extreme places I didn't know I broke everything new again Everything that I'd owned I threw it out the windows, came along Extreme ways I know move apart The colors of my sea Perfect color me
Extreme ways that that help me Help me out at night Extreme places I had gone But never seen any light Dirty basements, dirty noise Dirty places coming through Extreme worlds alone Did you ever like it planned
I would stand in line for this There's always room in life for this
Oh baby, oh baby Then it fell apart, fell apart Oh baby, oh baby Then it fell apart, it fell apart Oh baby, oh baby Then it fell apart, it fell apart Oh baby, oh baby Like it always does, always does
Extreme songs that told me They helped me down every night I didn't have much to say I didn't get above the light I closed my eyes and closed myself And closed my world and never opened Up to anything That could get me along
I had to close down everything I had to close down my mind Too many things to cover me Too much can make me blind I've seen so much in so many places So many heartaches, so many faces So many dirty things You couldn't believe
I would stand in line for this It's always good in life for this
Oh baby, oh baby Then it fell apart, fell apart Oh baby, oh baby Then it fell apart, it fell apart Oh baby, oh baby Then it fell apart, it fell apart Oh baby, oh baby Like it always does, always doesEtichette: cose ritrovate |
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| 05 maggio 2007 |
| Mi piaceva |
"Un notte di quelle. Terribile di buio e tempesta. Berlino aveva ceduto, nel tepore delle case, ad un sonno appiccicoso, sotto le coltri invernali. Passeggiavo, vago, in Alexander Platz; tre bicchieri di vodka già bevuti e il bavero alzato. Presto avrei preso il treno per Praga. C'erano delle puttane in cerca di clienti, poliziotti in cerca di puttane, barboni in cerca di calore, uomini in cerca di soldi. Preti in cerca di anime. Un tale, tornato dal fronte, era scampato dalle mine italiane. Fortuna, diceva, solo fortuna. Fischiava il vento e la bufera urlava, presto sarebbe arrivato Carnevale. Sognavo il caldo dell'altro mondo. Mi venne incontro una rossa, mi chiese da accendere, le proposi di venir via, sull'oceano, con me, una carrozza mi aspettava. Lei volle restare. Credo che non si possa partire ubriachi in una notte di tempesta. Sognavo il caldo delle Americhe. Ma più che altro mi sentivo uno stupido in più, in Alexander Platz."Etichette: cose ritrovate |
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| 25 aprile 2007 |
| Flow my tears (Lachrimae) - Sognando il 25 aprile... |
E’ bizzarro come a volte le cose si rincorrano, nella realtà, in modo più perfetto e commovente che nella miglior finzione. Se uno dei punti più amati e conosciuti di “Se questo è un uomo” è, credo di non sbagliare, quello nel quale il chimico e futuro scrittore Primo Levi si sforza di rammemorare per il Pikolo (il francese Jean, il più giovane degli internati con lui), per passare il tempo e ammazzare un po’ la fatica, mentre tornano dalla mensa con i pesanti cinquanta chili di rancio alla cisterna alla quale stanno lavorando, e godono del privilegio di un po’ di tempo per parlare liberamente fra loro, il canto XXVI dell’Inferno dantesco, combattendo con le difficoltà di lingua e memoria, nello sforzo d’illustrare al giovane compagno di prigionia il conosciutissimo passo della narrazione che Ulisse fa del suo ultimo viaggio, quando si getta oltre le colonne d’Ercole, verso l’ignoto (visto che fatti non fummo a viver come bruti, anche se pare molti lo abbiano scordato). A me è accaduto, invece, che un vecchio partigiano raccontasse anni fa di come vi fu chi, in montagna, alla macchia, si portò un altro sommo poeta: Shakespeare. E ai compagni riuniti, per brevi attimi magici, accostando l’esilio ingiusto e violento del Duca legittimo e dei suoi fedeli nella foresta di Arden alla loro faticosa e pericolosa scelta di libertà, sacrificio e spesso di morte, recitò questo mongolo tratto dal secondo atto di As You Like It. - Come A VOI piace (come dire che l’Autore prendeva criticamente anche qualche distanza da certi atteggiamenti alla moda, ma questo è un altro discorso....)
Miei compagni e fratelli in esilio, l’abitudine a questi luoghi non ha reso la vita più dolce che nel lusso dorato? Non sono questi boschi più sicuri della corte piena d’invidie? Non sentiamo il mutar delle stagioni, come Adamo il peccato, e all’artiglio del gelo e alla ruvida sferza del vento invernale, quando soffia e m’addenta il corpo fino a farmi rattrappire per il freddo, rido e dico: “Questa non è adulazione. Questi sono consiglieri che mi persuadono concretamente di ciò ch’io sono”. L’avversità mi si mostra dolce, come il rospo che brutto e velenoso reca in capo una gemma preziosa. La nostra vita, non costretta in pubblico, sente gli alberi che parlano, i ruscelli che narrano, i discorsi delle pietre e la bontà d’ogni cosa.
(qualche analogia con il famosissimo "Fischia il vento"...e lascio all'intuito di ciascuno immaginare quale potesse essere per quegli uomini la gemma preziosa da sottrarre al capo del repellente rospo)
Per chi invece abbia scordato il racconto di Primo Levi:
“ Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente: ma non abbiamo tempo di scegliere, quest’ora già non è più un’ora. Se Jean è intelligente capirà. Capirà: oggi mi sento da tanto. … Chi è Dante. Che cosa è la Commedia: Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l’Inferno, cosa è il contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice è la Teologia. Jean è attentissimo, ed io comincio, lento e accurato: Lo maggior corno della fiamma antica Cominciò a crollarsi mormorando, Pur come quella cui vento affatica. Indi, la cima in qua e in là menando Come fosse la lingua che parlasse Mise fuori la voce, e disse: Quando...
Qui mi fermo e cerco di tradurre. Disastroso: povero Dante e povero francese! Tuttavia l’esperienza pare prometta bene: Jean ammira la bizzarra similitudine della lingua, e mi suggerisce il termine appropriato per rendere “antica”. E dopo “Quando”? Il nulla. Un buco nella memoria. “Prima che sì Enea la nominasse”. Altro buco. Viene a galla qualche frammento non utilizzabile: “…la pietà Del vecchio padre, ne ‘I debito amore Che doveva Penelope far lieta…” sarà poi esatto?
…Ma misi me per l’alto mare aperto.
Di questo sì, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché “misi me” non è “je me mis”, è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là di una barriera, noi conosciamo bene questo impulso. L’alto mare aperto: Pikolo ha viaggiato per mare e sa cosa vuoi dire, è quando l’orizzonte si chiude su se stesso, libero diritto e semplice, e non c’è ormai che odore di mare: dolci cose ferocemente lontane. Siamo arrivati al Kraftwerk, dove lavora il Kommando dei posacavi. Ci dev’essere l’ingegner Levi. Eccolo, si vede solo la testa fuori della trincea. Mi fa un cenno colla mano, è un uomo in gamba, non l’ho mai visto giù di morale, non parla mai di mangiare. ”Mare aperto”. “Mare aperto”. So che rima con “diserto”: “...quella compagna Picciola, dalla qual non fui diserto”, ma non rammento più se viene prima o dopo. E anche il viaggio, il temerario viaggio al di là delle colonne d’Ercole, che tristezza, sono costretto a raccontarlo in prosa: un sacrilegio. Non ho salvato che un verso, ma vale la pena di fermarcisi:
…Acciò che l’uom più oltre non si metta.
“Si metta”: dovevo venire in Lager per accorgermi che è la stessa espressione di prima, “e misi me”. Ma non ne faccio parte a Jean, non sono sicuro che sia un’osservazione importante. Quante altre cose ci sarebbero da dire, e il sole è già alto, mezzogiorno è vicino. Ho fretta, una fretta furibonda. Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho bisogno che tu capisca:
Considerate la vostra semenza: Fatti non foste a viver come bruti, Ma per seguir virtute e conoscenza.
Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono. Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di più: forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.
Li miei compagni fec’io si acuti - e mi sforzo, ma invano, di spiegare quante cose vuoi dire questo “acuti”. Qui ancora una lacuna, questa volta irreparabile. “...Lo lume era di sotto della luna” o qualcosa di simile; ma prima?... Nessuna idea, “keine Ahnung” come si dice qui. Che Pikolo mi scusi, ho dimenticato almeno quattro terzine.
- Ça ne fait rien, vas-y tout de meme -
…Quando mi apparve una montagna, bruna Per la distanza, e parvemi alta tanto Che mai veduta non ne avevo alcuna.
Sì, sì, “alta tanto”, non “molto alta”, proposizione consecutiva. E le montagne, quando si vedono di lontano... le montagne... oh Pikolo, Pikolo, di’ qualcosa, parla, non lasciarmi pensare alle mie montagne, che comparivano nel bruno della sera quando tornavo in treno da Milano a Torino! Basta, bisogna proseguire, queste sono cose che si pensano ma non si dicono. Pikolo attende e mi guarda. Darei la zuppa di oggi per saper saldare “non ne avevo alcuna” col finale. Mi sforzo di ricostruire per mezzo delle rime, chiudo gli occhi, mi mordo le dita: ma non serve, il resto è silenzio. Mi danzano per il capo altri versi: “...la terra lagrimosa diede vento...” no, è un’altra cosa. E’ tardi, è tardi, siamo arrivati alla cucina, bisogna concludere:
Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque, Alla quarta levar la poppa in suso E la prora ire in giù, come altrui piacque
Trattengo Pikolo, è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo “come altrui piacque”, prima che sia troppo tardi, domani lui o io possiamo essere morti, o non vederci mai più, devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del così umano e necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui...
Siamo oramai nella fila per la zuppa, in mezzo alla folla sordida e sbrindellata dei porta-zuppa degli altri Kommandos. I nuovi giunti ci si accalcano alle spalle. - Kraut und Ruben? -Kraut und Ruben. - Si annunzia ufficialmente che oggi la zuppa è di cavoli e rape: - Choux et navets -. - Kaposzta és répak.
Infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso.”
«Mi pare superfluo aggiungere che nessuno dei fatti è inventato.» Primo Levi
(quando non sopportate più il musicista elisabettiano John Dowland, basta andare in fondo a destra, e bloccare la musica.) :-)Etichette: cose ritrovate |
postato da la Parda Flora
alle 09:28 
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| 28 marzo 2007 |
| Come gli Irlandesi salvarono la civiltà |
Teste calve, dimentiche dei propri peccati,
Vecchie, sapienti, venerande teste calve
Danno alle stampe e annotano i versi
Che giovani, nei loro letti insonni
Rimarono in angoscia d’amore
Per blandire l’orecchio sordo della bellezza.
Fino al giorno del giudizio tossiranno nell’inchiostro,
Consumeranno il tappeto con le loro suole,
Venerati; non avranno amici strani,
Se mai fecero peccato non si sa:
Signore Iddio, che cosa mai direbbero
Il giorno che il loro Catullo passasse di là?
William Butler Yeats Etichette: cose ritrovate |
postato da la Parda Flora
alle 19:48 
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| 02 gennaio 2007 |
| E per non perdere lo slancio: I believe I can fly! (e vorrei portarvi tutti lassù !...) |
Con un pensiero molto speciale per N....
I used to think that I could not go on And life was nothing but an awful song But now I know the meaning of true love I'm leaning on the everlasting arms
If I can see it, then I can do it If I just believe it, there's nothing to it
- I believe I can fly I believe I can touch the sky I think about it every night and day Spread my wings and fly away I believe I can soar I see me running through that open door I believe I can fly I believe I can fly I believe I can fly
See I was on the verge of breaking down Sometimes silence can seem so loud There are miracles in life I must achieve But first I know it starts inside of me, oh
If I can see it, then I can be it If I just believe it, there's nothing to it I believe I can fly I believe I can touch the sky I think about it every night and day Spread my wings and fly away I believe I can soar I see me running through that open door I believe I can fly I believe I can fly I believe I can fly
Hey, cuz I believe in me, oh
If I can see it, then I can do it If I just believe it, there's nothign to it
I believe I can fly I believe I can touch the sky I think about it every night and day Spread my wings and fly away I believe I can soar I see me running through that open door I believe I can fly I believe I can fly I believe I can fly
Hey, if I just spread my wings I can fly I can fly I can fly, hey If I just spread my wings I can fly Fly-eye-eye
E appena mi riprendo dal "colpo della strega" (ho anche una mezza idea di chi potrebbe essere la strega ;-))) - uno dice - cominciamo l'anno in bellezza! E c'è sempre la meschina frustrata che cerca di rovinarti tutto...una abita persino nel mio palazzo...) vi metto anche il sonoro, che merita proprio...Etichette: comunicazioni di servizio, cose ritrovate, diario |
postato da la Parda Flora
alle 10:06 
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| 20 agosto 2006 |
| Mathilda |
"Léon, esattamente che lavoro fai per vivere?" "Faccio le pulizie."
(battuta anche autoreferenziale, oltre che ironica? in Nikita, Jean Reno fa "il pulitore" che fa sparire il lavoro mal riuscito di Nikita con l'acido)Etichette: cose ritrovate |
postato da la Parda Flora
alle 16:07 
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| 16 agosto 2006 |
| Doctor Faustus |
Lei non sa, Maître, quanto sia tedesca la sua ripugnanza che, se lei mi concedesse di parlare en psychologue, si compone di superbia e di pentimento di infermità, di disprezzo e di paura e direi quasi di risentimento della serietà contro il salotto del mondo. Vede, io sono ebreo, deve sapere: Fitelberg è un nome spiccatamente giudeo. Io ho in corpo l’Antico Testamento, e questo è un fatto non meno serio del germanesimo. In fondo esso crea poca disposizione per il territorio della valse brillante. E’ vero che, secondo un pregiudizio tedesco, la serietà esiste solo in Germania, mentre fuori non c’è che valse brillante; oppure da ebreo sono profondamente scettico di fronte al mondo e favorevole al germanesimo. a rischio di essere preso a pedate per la mia simpatia. Essere tedesco significa sopra tutto essere popolare: e chi vorrebbe credere alla “popolarità” di un ebreo? Non solo non gli si crederebbe, ma gli si darebbero due lattoni sulla testa se avesse l’improntitudine di farne il tentativo. Noi ebrei abbiamo tutto da temere dal carattere tedesco, qui est essentiallment anti- sémitique, motivo naturalmente sufficiente per noi di attenerci al mondo per il quale organizziamo divertimenti o spettacoli, senza per questo essere avventati o sciocchi. Noi sappiamo benissimo distinguere fra il Faust di Gounod e quello di Goethe, anche se parliamo francese... (...) Anche Massenet è affascinante, lui aussi.. Dev’esser stato particolarmente delizioso da pedagogo, quando era professore al Conservatorio. Si sa, gli aneddoti non mancano. Fin da principio spingeva i suoi allievi alla composizione indipendente senza vedere se la loro capacità tecnica era sufficiente a comporre una frase senza errori. Umano, vero? tedesco non è, ma umano sì. Un giovane andò da lui con una canzone composta di fresco: fresca e non priva d’ingegno. Tiens! disse Massenet E’ veramente carina. Di un po’, tu hai già una cara amichetta, vero? Vai a suonargliela, le piacerà di sicuro. Il resto verrà poi da sé.Non si sa veramente cosa si deva intendere per quel resto, probabilmente tutte le cose possibili in fatto di amore e di arte. Lei, Maître, ha qualche discepolo? Costoro non si troverebbero certo così bene. Ma discepoli lei non ne ha. Bruckner ne aveva. Fin dall’inizio aveva dovuto lottare con la musica e con le sue sacre difficoltà, come Giacobbe con l’angelo, e la sua stessa cosa pretendeva dai suoi studenti. Per anni e anni dovevano esercitare il sacro mestiere, studiare gli elementi dell’armonia e della composizione severa prima che fosse loro concesso di cantare una canzone, e quella pedagogia musicale non aveva neanche il più piccolo rapporto con le care amichette. Uno può avere un'anima semplice, infantile, ma la musica è la più misteriosa rivelazione di sublime conoscenza, un servizio divino, e la professione di maestro di musica è una professione sacerdotale... - Comme c’est respectable! Pas précisemente humain, mais extrèmement réspectable. E noi ebrei, che siamo un popolo sacerdotale, anche se facciamo i leziosi nei salotti parigini, non dovremmo sentirci attratti vero lo spirito germanico e lasciare che questo stimoli in noi l’ironia contro il mondo e contro l’arte dedicata alla piccola amica? Per noi la popolarità sarebbe un’impudenza da provocare un pogròm. Noi siamo internazionali, ma siamo filotedeschi, lo siamo come nessun altro al mondo, non foss’altro perché non possiamo fare a meno di notare quanto siano affini su questa terra le sorti del germanesimo e dell’ebraismo. Une analogie frappante... L’uno e l’altro sono ugualmente odiati, disprezzati invidiati, allontananti e allontanati. Si parla del secolo del nazionalismo. In realtà esistono però due soli nazionalismi: quello tedesco e quello ebraico; tutti gli altri sono giochetti in confronto a questi, allo stesso modo che il profondo spirito francese di un Anatole France è pura mondanità di fronte alla solitudine tedesca e alla prosopopea ebraica di credersi il popolo eletto... France è un nom de guerre nazionalistico. Uno scrittore tedesco non potrebbe mai chiamarsi “Deutschland”: Questo è il nome che si dà tutt’al più a una nave da guerra. Dovrebbe accontentarsi di “Deutsch”, ed eccoti che avrebbe un cognome ebreo...- oh, là là!... - Cari signori, questa è davvero la maniglia e sono già fuori della porta. Dico ancora una cosa sola: i tedeschi dovrebbero lasciare agli ebrei di essere filotedeschi. Col loro nazionalismo, con la loro superbia, col baco dell’incomparabilità, con la loro avversione a essere inquadrati ed equiparati, col loro rifiuto di farsi introdurre nel mondo e di aggregarsi alla società provocheranno la loro sventura, una sventura veramente ebraica, je le vous jure. I tedeschi dovrebbero permettere all’ebreo di farsi mediatore fra loro e la società, di fare il manager, l’impresario del germanesimo. Egli è veramente l’uomo adatto per farlo; non bisognerebbe cacciarlo fuori dalla porta poiché è internazionale e filotedesco... Mais c’est en vain. Et c’est très dommage! Ma che sto a parlare? Sono via di un pezzo. Cher Maître… je suis enchanté. J’ai manqué ma mission, ma sono entusiasta. Mes réspects, monsieur le professeur. Vous m’avez assisté trop peu, mais je ne vous en veux pas.: Mille choses à Madame Schweige-still. Adieu, adieu…
Thomas Mann
prima edizione Stoccolma, 1947Etichette: cose ritrovate |
postato da la Parda Flora
alle 16:55 
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| 14 aprile 2006 |
| Il Vangelo di Giuda |
"Fede è sustanza di cose sperate ed argomento delle non parventi; e questa pare a me la sua quiditate"
Dante, Paradiso 24, 64-66
(non è bellezza quella che non è velata)Etichette: cose ritrovate |
postato da la Parda Flora
alle 10:46 
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