| 19 agosto 2010 |
| Pirati dei Caraibi 4.0 |
Elisabeth "Napolitaner" Swann - Dovete riportarmi a terra! secondo la Costituzione...
Capitan Berluscossa - Primo: riportarvi a terra non faceva parte del negoziato né del nostro patto: non devo far nulla. E secondo: dovete essere fra onest'uomini affinché la Costituzione valga, e qui nessuno lo è. E terzo: la Costituzione è più che altro una sorta di traccia, che non un vero regolamento... Benvenuta a bordo dell'"Italia oggi", Miss...Etichette: comunicazioni di servizio, cose perdute, pirlate |
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| 12 novembre 2007 |
| Del sonno (a modo mio) |
Per molto tempo, mi sono coricata presto. A volte, non appena spenta la luce, mi si chiudevano gli occhi così subito che neppure potevo dire a me stessa: “M’addormento”. E, una mezz’ora dopo, il pensiero che dovevo ormai cercare sonno mi ridestava; volevo posare il libro, sembrandomi averlo ancora fra le mani, e spegnere la luce; dormendo avevo seguitato le mie riflessioni su quel che avevo appena letto, ma queste riflessioni avevano preso una forma un po’ speciale; mi sembrava di essere io stessa l’argomento del libro: una chiesa, un quartetto, la rivalità fra Francesco I e Carlo V. La convinzione sopravviveva per qualche attimo al mio risveglio, e non offendeva la mia ragione, ma mi pesava sugli occhi (e sull’anima) come scaglie, ed impediva loro di rendersi conto che la luce non era più accesa, e non era mattina, ma ancora c’era giorno al quale sopravvivere. Poi cominciava a diventarmi inintelligibile, come i ricordi di una esistenza anteriore dopo la metempsicosi; il contenuto del libro, o dei sogni, si staccavano da me, ero libera di pensarci o non pensarci, ma più spesso no, purtroppo; subito recuperavo la vista ed ero assai stupita di trovare un’oscurità dolce e rilassante per i miei occhi, ma nella quale la luce implacabile del giorno continuava a filtrare, senza lasciare riposo all’animo mio, al quale essa appariva come una cosa senza causa, incomprensibile e crudele, come una cosa, paradossalmente, oscura. Mi domandavo che ora potesse essere; sentivo il rombo degli aerei, che, più o meno lontano, come il grido di un uccello nella foresta, mi descriveva la distesa di case attorno a me come un deserto, dal quale il viaggiatore sogna solo di allontanarsi in fretta e per sempre; e la strada che percorre gli resterà impressa nel ricordo dall’eccitazione che gli danno dei luoghi nuovi, degli atti insoliti, i recenti discorsi, la fuga dall’assenza a se stessi e l’addio sotto un lampione estraneo, che lo seguono ancora nel silenzio della notte che verrà, a Dio piacendo, e la prossima dolcezza del sonno. E quanto è strano quando un altro, tanto diverso da te, parla di te, senza conoscerti e senza lasciarti scampo.Etichette: cose perdute |
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| 07 settembre 2007 |
| Callas forever... |
Oggi, alla Mostra di Venezia era in programmazione un documentario sulla vita di Maria Callas; ieri l’altro, per motivi assolutamente casuali, ho rivisto stralci di “Callas forever”, film del quale non mi va di parlare, se non per notare il rincorrersi di casualità e coincidenze nella vita. E’ evidente che entrambi i fatti - quello privato e quello pubblico - non hanno alcun voluto legame con la notizia della morte del tenore Luciano Pavarotti, che come Callas aveva da un po’ iniziato a fare i conti con il declino fisico che aveva incrinato la sua famosa voce, e che era spietatamente stato sancito da quella stessa critica newyorchese che lo aveva portato al trionfo per quei “do di petto” nella “Figlia del reggimento” che chiunque abbia letto un giornale o seguito la televisione ieri, ha sentito osannare sino alla noia. Solo che Callas aveva appena 53 anni, quando morì, dopo una vita non facile, credo anche per i mitici rigore e disciplina che imponeva, innanzi tutto, a se stessa, frutto, secondo il regista Kohly, di una infanzia da brutto anatroccolo, sotto tutti i punti di vista. Ma 53 anni sono davvero pochi per morire... Tant’è vero che all’epoca della sua morte qualcuno insinuò un, mai confermato da nessuna prova, suicidio. Semplicemente, Callas, che non aveva goduto sin da bambina di una buona salute, ha dovuto probabilmente soccombere proprio a quegli inflessibili rigore e disciplina che hanno fatto di lei la voce angelica che tutti ricordiamo. Non per essere banali, ma la prima volta che ascoltai “Casta diva” da Norma, camminai una spanna da terra per una mezz’oretta buona... Premetto, per onestà: non sono né una grande amante dell’opera lirica, soprattutto nella forma del melodramma; né una particolare esperta della materia. Tuttavia, ho sempre trovato la figura del cantante lirico particolarmente metaforica, emblematica di ciò che significhi vivere. Mi spiego. C’è chi ama il canto, ma nasce stonato: per lui, restano solo la cabina doccia e la rassegnazione ...cose che in genere sono accettate con sufficiente saggezza, a parte casi singoli nei quali la totale incapacità di accettare la propria mancanza di talento, non superabile neppure dallo studio e dalla dedizione più profondi, diviene un tormento così profondo e lacerante da non trovare sollievo, o forse meglio sarebbe dire - guarigione. Eppure, la voce ci deve essere: ed è un dono che ci si ritrova oppure no, ammesso pure sia un dono, dato che tutto ciò che prevede un prezzo, spesso salato, da pagare, per definizione dono non è. Anche se al momento non mi viene in mente un altro modo di definirlo. Ma poi, anche ammettiamo che la voce ci sia, una bella voce di tenore piuttosto che di baritono o di basso, è con esse che si fanno i conti: mentre le si esercita, e mentre si partecipa a concorsi e selezioni e ci si costruisce una carriera. Ché se nasci con la voce di baritono, potrai solo sognare Don José: la natura ti ha concesso, anche se sei bravo, di poter essere solo il torero Escamillo. E la vita è così: ti dona a volte un talento, ma quello che aggrada a lei, e con quello devi saper fare i conti, per non impazzire. E quando gli anni, la malattia o il dolore ti iniziano ad appannare quel dono, che hai dovuto accettare e coltivare per quel che era, è - immagino - come sentirsi strappare via i visceri. Anche se con una certa, a tratti, ridondanza fastidiosa, la Fanny Ardant di Callas Forever è secondo me proprio di questo che parla: della decadenza e della morte, e dei rimpianti che possono, nel loro avvicinarsi anche ai privilegiati dalla sorte, far nascere; e dell’immortalità dell’arte su chi la eserciti, dato che, come cerca invano di far comprendere il suo impresario, vi sono livelli di ascolto che vanno oltre l’inascoltabile... (e un po’, a questo punto, viene in mente S1mOne, di Niccol, satira non so bene se più sul divismo o sulla stupidità del pubblico, dove la finzione diviene più vera del reale, proprio per la disperata volontà di avere solo divi perfetti dei quali innamorarsi e ai quali non perdonare di essere umani, nel loro doloroso e inevitabile sfiorire, quasi potessero così salvare l’intera umanità dal proprio destino mortale.) Pavarotti aveva saputo, dopo concerti non eccelsi, ritagliarsi comunque oculatamente spazi di visibilità e presenza, che avevano reso meno direttamente palpabile il suo declino; forse, da buon modenese, con accanto una giovane moglie e molti figli, aveva anche saputo guardare alla vita con occhio meno tragico di quello di una greca, americana di prima generazione, abbandonata dagli affetti più profondi e dal suo mirabile dono, al quale aveva sacrificato cose apparentemente banali, ma che riempiono la vita dei comuni mortali, ritrovandosi da sola con un grande passato alle spalle che probabilmente coincideva con la sua stessa essenza vitale. D’altra parte, Callas appartiene a un altro mondo rispetto a Pavarotti: muore nel 1977! L’immagine, a volte più della sostanza, si prepara a consumare la sua rivincita mediatica: Maria se ne va appena in tempo, lasciando solo la purezza cristallina di una voce che definire miracolo non è certo esagerato.Etichette: cose perdute |
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| 30 agosto 2007 |
| Addio a Franco Carlini |
Leggo ora, con dispiacere, della morte prematura di Franco Carlini. Per chi ha vissuto la nascita del web e della sperimentazione sulla sua scrittura, in Italia, era uno dei doverosi nomi di riferimento. Il suo "Lo Stile del Web Parole e immagini nella comunicazione di rete", anche se meno nominato del sempiterno e bellissimo Calvino delle "Lezioni americane", immagino sia stato un viatico intelligente e stimolante, non solo per me, ma anche per molti altri colleghi. Così come Carlini scriveva - molte pagine del suo libro erano nate su di una spiaggia, su di una spiaggia io le avevo lette, e questa singolare coincidenza, all'epoca, mi colpì, come dovesse rimandare a qualche significato ulteriore, meno evidente. C'era, però, l'incoraggiamento del ritrovare, anche se in forma certamente più compiuta e professionale, molti riflessioni e pensieri che anch'io avevo fatti. Sicuramente da stanotte, la Rete ha perso uno dei suoi protagonisti e studiosi più attenti, ed è un po' più povera. Anche Jacob & the Angel, nella sua pochezza, desidera partecipare al lutto per questa perdita.Etichette: cose perdute |
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| 30 luglio 2007 |
| Addio |
Addio Ingmar e addio Michel...
Giornata triste per i cinefili, oggi!
E anche per tutti gli italiani che amano democrazia a libertà, coi funerali oggi a Milano del Partigiano Giorgio Pesce, medaglia d'oro al valore, e il ricordo dell'orrendo attentato alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980: 85 morti, 200 feriti. E imputati che si dichiarano a tutt'oggi innocenti.Etichette: cose perdute, per sempre |
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| 13 luglio 2007 |
| Mnemosine |
"La vita dei morti si trova nella memoria dei vivi" Marco Tullio Cicerone
(magari non originalissimo, ma indubbiamente vero)Etichette: cose perdute |
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| 12 luglio 2007 |
| Paradise? |
Amica mia carissima, sorella dell'anima, sono pochi giorni che è passato il terzo anniversario della tua morte. Cerco parole nuove per un dolore che non riesce ancora a sopirsi nonostante il tempo, ma non le trovo: ho innaffiato il tuo alberello verde e rigoglioso, sai, quello nel grande vaso sulla tua tomba, e ho carezzato per un attimo le sue foglie, pensando fossi tu, e ho sentito un dolore così forte, un vuoto così grande... ogni primavera tremo all’idea non germogli più, e invece, il piccolo miracolo si ripete, e tu sei un pochino meno lontana... A volte anzi ti sento proprio vicina vicina, ma questa volta invece ho provato la voglia di venire io da te, a trovarti (c’è mancato poco) - e tu sapessi quante parole non dette se ne stanno dietro i denti, ché solo a te le potevo dire! Cerco parole nuove, ma ritrovo solo le stesse di sempre, come allora, come un anno fa: tu che stavi male da mesi, sempre peggio; il tentativo di cambiare cure, lo sforzo di starti il più vicina possibile, sapendo che te ne stavi andando per sempre, che il tuo momento era arrivato. Eppure, il giorno prima di entrare in coma, hai ancora avuto la forza di stringermi e dirmi il tuo affetto. Sai, qualche mese fa ho conosciuto sulla mia pelle, quella tua orribile fame d’aria, quella grande stanchezza che ti si leggeva negli occhi, secondo dopo secondo, mentre la malattia ti consumava. Ho conosciuto per qualche attimo quella strana terra di nessuno, nella quale passeggi senza sapere bene neppure tu che fare: restare? oppure andartene? ché a volte sembra così riposante l’idea di lasciarsi andare: lo sa bene il medico del pronto soccorso che mi ha prestato le prime cure. Io continuo a ricordarti così... Già quel pomeriggio i tuoi begli occhi erano diventati acquosi, assenti, distanti: io ti parlavo, ti parlavo affastellando tutto quello che volevo tu potessi portare con te, di questi lunghi anni di amicizia, a volte lieti e a volte disperati, nei quali c’eri stata sempre. Io parlavo parlavo, ma chissà se tu mi sentivi? Eri già in coma. Verso le 11 lo sfinimento delle molti notti in bianco mi ha sopraffatta, appoggiata a un ricovero di fortuna, crollata per la stanchezza e il sonno: poi, alle tre, sveglia di colpo, quasi una voce mi avesse chiamato - ecco che te n’eri andata, silenziosa e discreta come sei sempre stata. Sola. Nessuno dovrebbe morire solo, e questa colpa me la porterò a lungo con me, anche se è stata probabilmente questione di minuti... tu avevi solo me! A chi la racconti, una sofferenza che ti strazia l’anima, alle tre del mattino? Unica saresti stata tu, come molte volte avevi fatto, ma non c’eri già più. Così mi ricordo raggomitolata, a lamentarmi, lamentarmi come un animale, dove non dessi fastidio ad altri, perché il mio non era piangere umano, era dolore che cercava voce.
Sono passati tre anni da allora, tre anni - amatissima amica, amica mia - e ancora se ti penso non riesco a non piangere. Nessun altro potrà mai essere quello che sei stata tu: grazie di esserci stata, e di avermi voluto così bene.Etichette: cose perdute, per sempre |
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| 11 luglio 2007 |
| Le velocità della vita |
Alla presentazione di Cantando dietro i paraventi (film che a me è piaciuto moltissimo) Ermanno Olmi disse:
"Ho avuto una malattia che mi ha bloccato sei mesi, mi ha lasciato paralizzato a letto. Questa esperienza dolorosissima mi ha permesso di viaggiare da fermo, di soffermarmi sui dettagli, a differenza di quando si va in auto e si vede superficialmente quanto sta intorno. Non faccio l'elogio della terza età, ma è un periodo che consente di ripossedere il passato e le cose che abbiamo amato".
La mia malattia mi ha bloccato per quasi tre anni, e sicuramente mi ha fatto sentire invecchiata, e ancora non se n'è andata del tutto... fra qualche mese controllo dei polmoni con nuova TAC con scintigrafia. Speriamo che il Maestro abbia ragione, dato che l'unico modo che io conosca per fregare il dolore, è riuscire a trovarci un qualche significato fecondo.Etichette: cose perdute |
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| 03 luglio 2007 |
| E' stato un attimo |
E' stato un attimo
C’è stato un momento in cui mi è sembrato capirci qualcosa, vederci più chiaro in mezzo alle trame che intreccia la vita, ma è stato un attimo, soltanto un attimo. C’è stato un momento in cui si è mostrato il disegno divino, perfetto equilibrio tra tutte le forze del bene e del male, ma è stato un attimo, soltanto un attimo.
E’ tutto chiaro improvvisamente: dopo un po’ non rimane niente, allora è meglio che tornino le ombre, fa troppa luce la parola sempre, fa troppa luce, fa troppa luce, fa troppa luce la parola sempre.
C’è stato un momento in cui si è intravista la meta lontana, la vera ragione del nostro passaggio su questo pianeta, ma è stato un attimo, soltanto un attimo.
E’ tutto chiaro improvvisamente: dopo un po’ non rimane niente, allora è meglio che tornino le ombre, fa troppa luce la parola sempre, fa troppa luce, fa troppa luce, fa troppa luce la parola sempre.
Fa troppa luce, fa troppa luce, fa troppa luce la parola sempre.
E’ tutto chiaro improvvisamente: dopo un po’ non rimane niente, allora è meglio che tornino le ombre, fa troppa luce la parola sempre, fa troppa luce, fa troppa luce, fa troppa luce la parola sempre
Mario Venuti
(che dire? solo - perfetta, forse...)Etichette: cose perdute |
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| 22 giugno 2007 |
| Koan |
Tutti gli uomini che furono generati, dalla creazione del mondo sino ad adesso, sono polvere alla ricerca di Dio: chi è o come è. Ma non l’hanno trovato...
Credo che ognuno di noi nasca con un suo koan da sciogliere.Etichette: cose perdute |
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| 09 giugno 2007 |
| Che te ne fai d'un titolo ? |
Non ce la fanno, i belli muoiono tra le fiamme: sonniferi, veleno per i topi, corda, qualunque cosa.. si strappano le braccia, si buttano dalla finestra, si cavano gli occhi dalle orbite, respingono l'amore, respingono l'odio, respingono, respingono. non ce la fanno i belli non resistono, sono le farfalle sono le colombe sono i passeri, non ce la fanno una lunga fiammata mentre i vecchi giocano a dama nel parco una fiammata, una bella fiammata mentre i vecchi giocano a dama nel parco al sole i belli si trovano nell'angolo di una stanza accartocciati tra ragni e siringhe, nel silenzio, e non sapremo mai perché se ne sono andati, erano tanto belli. non ce la fanno, i belli muoiono giovani e lasciano i brutti alla loro brutta vita. amabili e vivaci: vita e suicidio e morte mentre i vecchi giocano a dama sotto al sole nel parco C. BukowskiEtichette: cose perdute |
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| 02 giugno 2007 |
| Ad Atene noi facciamo così |
Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell'eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l'uno dell'altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa. E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell'Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui - ad Atene - noi - facciamo così!
Paolo Rossi da Pericle
(Un vecchio spettacolo, e delle antiche considerazioni, ma ancora così tremendamente attuali, da fare persino un po' paura...)Etichette: cose perdute |
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| 25 maggio 2007 |
| Il gatto |
"Il gatto
In un appartamento vuoto morire . Questo a un gatto non si fa. Perché cosa può fare il gatto in un appartamento vuoto? Arrampicarsi sulle pareti strofinarsi contro i mobili? Qui niente sembra cambiato eppure tutto è mutato niente sembra spostato eppure tutto è fuori posto. La sera la lampada non è più accesa si sentono passi sulle scale ma non sono quelli anche la mano che mette il pesce nel piattino non è quella di prima. Qualcosa non comincia alla sua solita ora qualcosa non accade come dovrebbe qui c'era sempre qualcuno, sempre. E poi d'un tratto è scomparso e si ostina a non esserci. In ogni armadio si è guardato si è cercato sulle mensole e infilati sotto il tappeto ma non ha portato a niente, si è infranto l'ordine della casa andando nell'ufficio e si sono sparse carte dappertutto. Cos'altro si può fare aspettare e dormire che provi solo a tornare che si faccia vedere se osa ! Deve imparare che non si fa questo a un gatto. Senza averne l'aria gli si andrà incontro un po' altezzosi come se non lo si vedesse e molto lentamente la zampa scontrosetta e soprattutto non un salto nè un miagolio. Almeno non subito" Wislawa Szymborska
Les Ombres, dalla colonna sonora di "Tutte le mattine del mondo", giacché sempre di fantasmi si parla...Etichette: cose perdute |
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| 09 maggio 2007 |
| Est |
Che ombra rannicchiata sui gradini del tempo leva il capo, si ridesta a questo vento crudele, che nell'aria di quarzo soffia vita e rovina, e la necessità cupa e celeste?
Quali ponti lanciati e verso dove sono le nostre esistenze e con piu pena quando un impeto strano opprime i vetri e rade l'erba e un nuovo inizio turba le radici?
Ah il tempo quali arcani giorni genera, che viaggi, che ancore levate. I relitti si vestono di fiori e d'ansia, le chimere distendono le ali.
Mario LuziEtichette: cose perdute |
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| 01 maggio 2007 |
| "A levante e a ponente il mondo aspetta che passi la tempesta" |
La neve somiglia al fiore di ciliegio il tempo indifferente l’una e l’altro cancella.
Showa-Tennō (Hirohito), estate 1945
Buon Primo Maggio a tutti!Etichette: cose perdute |
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| 29 aprile 2007 |
| Ieri sera... |
...ho riascoltato per caso questa vecchia canzone della PFM, a ricordare un concerto arrivato con un giorno di ritardo, purtroppo. Demetrio Stratos era morto a New York il giorno prima.
Maestro della voce
Uno come me scarpe bianche come me abitava le ringhiere a nord della città cantava come un matto di notte e di giorno viveva la sua estate anche d'inverno. Di giorno e di notte io
per campare parlo di stelle, di donne ed ho canzoni da imparare in giro per Milano sotto un cielo sempre nero occhi chiari e un'espressione da guerriero
Con le nostre facce stanche un mattino ci trova insieme a camminare parli con me ore ed ore non nascondi le paure Maestro della voce solo una canzone Maestro della voce per cantare dammi una canzone.
Uno come me scarpe bianche come me canta sempre per la gente quante volte ci ho provato quante volte ci proverò a far cantare le mie mani Maestro della voce per cantare dammi una canzone Maestro della voce per cantare dammi una canzone.
Dammi una tua canzone.
E mi è capitato di ripensare a queste cose...
(purtroppo la qualità del mezzo non permette di apprezzare la straordinaria qualità nasale del giro di basso che inizia la canzone, la bellezza della chitarra che poi entra, ed infine quella della batteria... me ne spiaccio profondamente: andrebbero ascoltate in cuffia, ad occhi chiusi e mente vuota)Etichette: cose perdute |
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| 14 aprile 2007 |
| Olmo |
Olmo
Conosco il fondo, dice. Lo conosco con la mia grossa radice: è quello di cui tu hai paura. Io non ne ho paura: ci sono stata.
E' il mare che senti in me, le sue insoddisfazioni? O la voce del nulla, che era la tua pazzia?
L'amore è un'ombra. Come lo insegui con menzogne e pianti. Ascolta: ecco i suoi zoccoli: è corso via, come un cavallo.
Per tutta la notte galopperò così, impetuosamente, finché la tua testa non sarà una pietra, il tuo cuscino una zolla, rimandando echi ed echi.
O vuoi che ti porti il suono dei veleni? Ecco, questa è la pioggia ora, questo grande azzittirsi. E questo è il suo frutto: bianco-stagno, come arsenico.
Ho patito l'atrocità dei tramonti. Bruciati fino alla radice i miei filamenti rossi ardono ritti, una mano di fili di ferro.
Ora mi rompo in pezzi che volano intorno come clave. Un vento di tale violenza non tollererà neutralità: devo urlare.
Anche la luna è spietata: vuole trascinarmi crudelmente, lei che è sterile Il suo splendore mi folgora. O forse l'ho catturata.
La lascio andare. La lascio andare diminuita e piatta, come dopo un intervento radicale. Come mi possiedono e mi colmano i tuoi brutti sogni.
Sono abitata da un grido. Di notte esce svolazzando in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.
Mi terrorizza questa cosa scura che dorme in me; tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato, la malignità.
Le nuvole passano e si disperdono Sono quelli i volti dell'amore, quelle pallide irrecuperabilità? E' per questo che agito il mio cuore?
Sono incapace di maggiore conoscenza. Che cos'è questo, questa faccia così assassina nel suo strangolio di rami?
Sibilano i suoi acidi serpentini. Pietrificano la volontà. Queste sono le colpe isolate e lente che uccidono e uccidono e uccidono.
Sylvia PlathEtichette: cose perdute |
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| 25 luglio 2006 |
| Finding Neverland |
Una piccola pausa infantile, per alleggerire lo spirito. L’altra sera ho rivisto Finding neverland. Non è che io cerchi l’Isola che non c’è, ma Peter Pan nella mia infanzia è stata una delle fiabe preferite, assieme a quelle di Andersen, tristissime, e queste scene al parco, con un Johnny Depp incredibilmente ringiovanito che si rotola con il suo grosso terranova e che si abbandonano a giocare con grazia e leggerezza, mi hanno intenerito. Uno dei ricordi più forti della mia prima infanzia è l’imbarazzo che provavo a salire su giostre e trenini, ritenendoli passatempi adatti solo a bambini, ed evidentemente non riconoscendomi rientrante nella categoria. Mia madre poi di solito aumentava indicibilmente il mio imbarazzo, pretendendo di salire con me con la scusa di “ farmi coraggio” (lei è invece sempre appartenuta alla categoria dei bambini). Con questo non voglio dire che la mia infanzia sia stata uno schifo (probabilmente tutti avrebbero qualcosa da ridire sulla loro, compresa mia figlia perché ancora oggi io non sono capace di abbandonarmi lievemente al gioco e mi irrigidisco con un gran senso di vergogna) ma i ricordi più belli sonno i gatti accarezzati, i libri letti (quando potevo, perché portavo gli occhiali e allora si pensava che leggere indebolisse la vista, così anche questo passatempo mi era spesso negato), le mie fantasticherie. Mia nonna era dura come un pezzo di pane secco, e la detestavo, e così sono rimasti i nostri rapporti sino alla sua morte, anche per come aveva ferito e mutilato mia madre, rendendola la bambina sciocca e insicura che mi aveva rovinato l’infanzia facendomi sentire la sua nurse. A onor del vero va detto che anche mia madre ha rovinato la vita a me. Impegnata a trovare un padre per se, ne ha privato me, così forse un po’ bambina perduta sono stata anch’io, a pensarci bene. Non ho mai ceduto, non sono diventata la Barbie che avrebbe voluto mia madre, o l’ingegnere duro e cazzuto che avrebbe voluto mio padre, dato che non ero un figlio maschio. Ma ho pagato i miei prezzi, come tutti, immagino. Mi considero orfana da anni e gli scambi che posso avere ancora con i miei distratti genitori sono solo in natura: non ho mai trovato la finestra della mia camera chiusa, come Peter, ma quella era l’unica finestra che mi era concessa, ed era stretta, e doloroso e faticoso passarci. So che a modo loro mi amano, e mi devo accontentare, anche se il vero aiuto del quale avrei bisogno non arriverà mai da loro, così come non è arrivato finora. Già allora, come oggi, scrivere era importante, una consolazione e una compagnia, anche se i miei mi proibirono di iscrivermi a Magistero, quando venne il momento, soprattutto mia madre che ebbe una tale serie di scenate isteriche, che io cedetti la mia penna per un bisturi che mi faceva schifo. Tuttavia studiai medicina, e dopo molto rifletterci, non rinnego quegli anni: il mio mondo era un po’ monotono e asfittico, ma credevo di poter sopravvivere, fra camici, medici, studenti di medicina, professori di medicina e specializzandi di medicina. Mi pareva di essere un po’ un panda: non è che a vivere di pastiglie Valda puoi sperare di andare lontano, mi diceva un mio amico, ma è una verità talmente limpida che a volte ti sfugge. Più che un’alma mater, la mia università mi parve una prigione, e arrivata in fondo a un cursus ponderoso mi resi conto che sarei finita per fare il medico davvero, ma io non ero un medico, non mi sentivo un medico. Ancora oggi molti amici e conoscenti bazzicano gli ospedali limitrofi alla mia università: mia madre era soddisfatta trovassi sempre qualcuno da salutare e con il quale scambiare due chiacchiere. Io no. Ci sono momenti nei quali il mondo va stretto, incredibilmente stretto, così quando finalmente uscì per la prima volta la video cassetta di Peter Pan e io lo rividi con mia figlia, scoppiai in un pianto disperato, improvvisamente consapevole di aver perduto il mio pensiero felice. Disperatamente sola, memtre il mondo vive nonostante tutto.Etichette: cose perdute, diario, extra vagantes |
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