14 gennaio 2008
Another brick in the wall...(Un attimo di riflessione)
Mentre la campagna elettorale americana impazza (si fa per dire)
perché non proviamo a riflettere che forse Al Qaeda è tanto comoda, ma non è necessarimente come il prezzemolo?
E' solo una ipotesi di lavoro, ma - io dico - perchè no?

Al-Qaeda in soccorso all'amministrazione Bush
di M. K. Bhadrakumar

Le Cassandre americane prevedono quasi unanimemente che il Pakistan non sopravviverà. In verità, è difficile essere ottimisti. Rimettere ordine in questi tempi difficili va ben oltre le capacità dell'attuale amministrazione statunitense.
L'unico elemento positivo sembra essere il fatto che tra un anno alla Casa Bianca arriverà un'altra squadra e sarà possibile ripartire da zero. Sono disposti ad ammetterlo perfino gli esperti più entusiasti della comunità di sicurezza degli Stati Uniti. Un commentatore di Stratfor, un think-tank vicinissimo alle agenzie di sicurezza, dice: "In questo finale di partita tutto quello che gli americani vogliono è lo status quo in Pakistan. È il massimo che possono ottenere. E da come sta girando la fortuna degli Stati Uniti potrebbero non ottenere neanche quello".

Non è esattamente una questione di "fortuna". In parole povere, nell'inverno del 2001 a Passo Khyber l'amministrazione Bush ha fatto il passo più lungo della gamba. Oggi non ha alcun piano B. Al massimo la Casa Bianca può sperare che il capo dell'esercito pakistano, il Generale Ashfaq Kiani, "possa diventare il nuovo uomo di Washington in Pakistan" (per citare Stratfor). Vale a dire: diamo la colpa dell'assassinio di Benazir Bhutto ad al-Qaeda, andiamo avanti come prima e aspettiamo che passino 12 mesi.

Ma soldati in gamba come Kiani non possono essere tanto stupidi, no? Il clima a Washington è ora dominato da tre tipi di Cassandra. Innanzitutto ci sono gli ADB - "Amici di Benazir". La gente dei media, dei think-tank e del governo stregata da Bhutto (grazie al suo irresistibile fascino personale o alla scaltra opera della sua squadra di pubbliche relazioni) non può concepire un Pakistan senza di lei.

Poi ci sono le legioni americane di esperti in Asia Meridionale, che appartengono a un'epoca precedente e non hanno accettato che l'amministrazione con il suo programma neo-conservatore abbia ignorato i loro consigli sulla linea politica da adottare con il Pakistan dopo il 2001. Si sentono vendicati dal fatto che la linea politica adottata si sia rivelata un tale fallimento.
E poi c'è la tribù degli esperti di terrorismo, che negli ultimi anni si sono moltiplicati e che sono specializzati nella politica del terrore, tanto che alcuni di loro sembrano credere che il nemico fantasma abbia proporzioni cosmiche.

Gli Stati Uniti rimescolano le carte dell'Iran
Ma non ci sono solo le Cassandre. L'ombra dell'assassinio di Bhutto sulla sicurezza regionale ha varie sfumature. Ecco come si fanno già sentire in Iran. Molto rapidamente, quasi dal giorno alla notte, il Pakistan ha preso il posto dell'Iran sullo schermo radar dell'amministrazione Bush. Israele può non gradire quello che sta succedendo, ma il vice presidente Dick Cheney e i suoi non hanno la minima possibilità di resuscitare lo spauracchio dell'Iran in quel che resta del mandato dell'amministrazione.

L'amministrazione Bush non può ignorare che la crisi che cova in Pakistan e in Afghanistan potrebbe rivelarsi molto più grave di tutti i programmi nucleari iraniani e dell'appoggio dell'Iran ad Hamas in Palestina, a Hezbollah in Libano, alla milizia sciita irachena in Iraq, per non parlare della sfida politica rappresentata dalla crescente influenza iraniana nella regione.

Per la prima volta da quando ha esposto la teoria dell'"asse del male", esattamente sei anni fa, - mettendo insieme Iraq, Iran e Corea del Nord - l'amministrazione Bush è costretta a guardare all'Iran mantenendo il senso delle proporzioni. Le politiche dure mirate a destabilizzare il regime iraniano appaiono del tutto irresponsabili nelle mutate circostanze. Un'opzione militare è fuori questione. Cambio di regime a Teheran? Ridicolo.

Ma la "questione iraniana" come tale può non svanire dal Medio Oriente, anche se la retorica - statunitense e iraniana - è sensibilmente calata nelle ultime settimane. Parte del problema è costituito dal fatto che il prossimo marzo in Iran si terranno delle elezioni parlamentari aspramente contestate. Ciononostante, le relazioni Iran-USA sono destinate a mutare corso. L'offerta del segretario di stato Condoleezza Rice di incontrare la sua controparte iraniana Manuchehr Mottaki "in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, ovunque" lo dimostra. A Teheran c'è un cauto ottimismo sulla quarta serie di incontri tra i due paesi sulla cooperazione per la stabilizzazione dell'Iraq.

Una settimana fa Rice ha detto: "Non abbiamo amici permanenti... abbiamo una politica pronta a metter fine allo scontro o al conflitto con qualsiasi paese disposto a venirci incontro in quei termini". Mottaki ha risposto prontamente: "Si può preparare il terreno". Ha valutato positivamente "l'atteggiamento più logico e rispettoso" di Washington nei confronti di Teheran, reso possibile - ha insistito - dal fatto che "[le autorità statunitensi] sono giunte a comprendere meglio il ruolo cruciale dell'Iran nella regione e la sua determinazione a ottenere il riconoscimento dei propri legittimi diritti [di arricchire uranio]."

Gli iraniani sono pragmatici, e dopo l'assassinio di Bhutto devono aver ormai stimato che gli sviluppi in Pakistan non lasciano all'amministrazione Bush altra scelta se non quella di cercare sinceramente di normalizzare le relazioni con Teheran.

Essere o non essere...
L'Iran può ancora una volta dimostrarsi utile, come accadde nel 2001, per le necessità logistiche della "guerra al terrore" di Washington in Afghanistan. Si può supporre che l'Iran potrebbe costituire una rotta sostitutiva se si ostruissero le linee di rifornimento alle forze NATO in Afghanistan via Pakistan. La NATO e gli Stati Uniti non potrebbero avere un alleato più realistico dell'Iran per stabilizzare l'Afghanistan. La collaborazione dell'Iran tornerà utile per ostacolare la marcia dei Taliban in direzione nord, verso la regione di Amu Darya, e nella stabilizzazione dell'Afghanistan occidentale, dove le forze NATO si troveranno minacciate.

L'alternativa per Washington sarebbe di strisciare a Mosca per chiedere corridoi aerei e terrestri verso l'Afghanistan. Sembra che la NATO abbia tastato il terreno al vertice dei ministri degli esteri di Russia e NATO a Bruxelles, il 7 dicembre scorso. Dopo l'incontro, il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato: "Abbiamo discusso la situazione in Afghanistan. Gli interessi vitali in materia di sicurezza della Russia e dei paesi della NATO qui coincidono, sia per la minaccia della droga, sia per la persistente minaccia del terrorismo. Vanno combattute unendo le forze".

Lavrov ha aggiunto: "Stiamo [la Russia e la NATO] anche considerando altre opzioni di collaborazione, particolarmente nel supporto logistico all'International Security Assistance Force e nell'equipaggiamento dell'Esercito Nazionale Afgano. Credo che sotto questo aspetto ci sia un buono spazio di manovra in cui trovare forme accettabili di interazione".

In un lungo saggio sulla politica estera russa pubblicato una settimana dopo dalla rivista Ekspert, Lavrov ha dato l'impressione di tornare alle discussioni di Bruxelles facendo un'interessante rivelazione: "Stiamo [a Mosca] anche assistendo a barlumi di spostamenti qualitativi negli Stati Uniti e in Europa nell'analisi della fase attuale degli sviluppi mondiali, anche se per ora solo al livello della comunità degli specialisti. È al contempo ovvio che i nostri partner pensano che il processo di elaborazione sia cominciato. Una delle conclusioni è il riconoscimento del carattere fondamentalmente non ostile della politica estera russa".

Con l'assassinio di Bhutto Washington deve ora affrettare il "processo di elaborazione". Va presa una decisione importante. Sia l'Iran, sia la Russia sarebbero partner ragionevoli nella "guerra al terrore" in Afghanistan. Ma nessuno dei due risponderebbe a un impegno selettivo di Washington. L'amministrazione Bush avrà bisogno dello shakespeariano Shylock per soppesare il vantaggio relativo di ingaggiare l'Iran o Mosca. È qui che il prossimo viaggio di Bush in Israele, nei territori palestinesi e tra gli alleati del Golfo Persico potrebbe tornare utile.

Una cosa è già chiara. La questione nucleare iraniana non se uscirà di scena. Ultimamente può avere avuto una svolta positiva, ma, come ha notato il cinese People's Daily, questo è lungi dall'essere un epilogo. Gli Stati Uniti "dovranno far fermentare nuovi piani ed elaborare nuove strategie in merito alla questione nucleare iraniana sia durante che dopo l'amministrazione Bush... L'Iran potrebbe trarre vantaggio dalla disparità tra le potenze mondiali: potrebbe cercare di ottenere un clima internazionale e una posizione strategica più favorevoli. In conclusione, le parti interessate nella questione iraniana stanno attualmente considerando i propri interessi in rapporto alle condizioni attuali in preparazione di una nuova tornata di confronti strategici".

Punto interrogativo sulla strategia globale degli Stati Uniti
Ma Mosca pone delle difficoltà ancor più fondamentali. Nella fase preparatoria dell'incontro di Bruxelles, in esaurienti commenti riportati dai media, un portavoce del ministero degli esteri russo a Mosca ha sottolineato a dicembre che i rapporti di Mosca con l'alleanza atlantica erano caratterizzati "sia da successi che da complicazioni". Ha detto che il lavoro che li attendeva non sarebbe stato facile.

Tra le aree problematiche, ha elencato le "implicazioni legali internazionali" della trasformazione della NATO come organizzazione politica globale fuori dal controllo delle Nazioni Unite; le strutture militari della NATO che "si avvicinano ai nostri confini"; gli ulteriori piani di allargamento della NATO; le divergenze sul Trattato CFE sulle Forze Armate Convenzionali in Europa; e "lo sviluppo di un terzo sistema di difesa anti-missile globale degli Stati Uniti in Europa e il suo coordinamento con la ricerca e lo sviluppo in materia di difesa anti-missile nell'ambito della NATO".

In altre parole, nello scenario post-Bhutto, è necessario che Washington riveda i propri piani in vista del prossimo summit della NATO a Bucarest, in aprile. La terza fase dei piani di allargamento della NATO era tra i principali punti di discussione a Bucarest. Adesso il Pakistan e l'Afghanistan li faranno inevitabilmente passare in secondo piano.

Washington andrà avanti con i vecchi piani perché la NATO appoggi l'ingresso di Ucraina e Georgia? Nell'attuale situazione di crisi in Afghanistan e in Pakistan, può l'amministrazione Bush permettersi di contrariare il Cremlino? Come ha ammonito un portavoce russo: "Noi [Mosca] siamo convinti che il processo di allargamento della NATO non abbia alcuna attinenza con la modernizzazione dell'alleanza stessa o con la necessità di garantire la sicurezza dell'Europa. Anzi, è un grave fattore di provocazione, che porterà ad altre divisioni e abbasserà il livello di fiducia reciproca".

Il Cremlino si è espresso chiaramente, non sarà soddisfatto neanche se gli Stati Uniti e l'Europa non insisteranno sull'indipendenza del Kosovo, o procederanno al dispiegamento della NATO nella repubblica separatista ponendosi fuori dal contesto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Lavrov ha sottolineato che "La cosa principale è tentare di lavorare insieme su una base di reciproco rispetto, e di rispetto per le altrui analisi delle minacce oggi a noi comuni". Ha enfatizzato il fatto che al summit di Bucarest, se la NATO dovesse andare avanti con la sua politica di allargamento parallelamente alla trasformazione dell'alleanza "[a Mosca] siamo convinti che ciò non contribuirebbe a rafforzare la nostra sicurezza comune o a combattere le comuni minacce". Il monito implicito è che la collaborazione nella "guerra al terrore" potrebbe avere come condizione la rinuncia da parte di Washington alla politica di contenimento nei confronti della Russia.

È ovvio che sia Mosca che Teheran ora giudicano che la crisi in Afghanistan e in Pakistan influisca direttamente sulle strategie globali statunitensi. Se la NATO fallisse in Afghanistan, sul futuro dell'alleanza sorgerebbe un grande punto interrogativo. Come osservava un rapporto compilato in ottobre dal Congressional Research Service degli Stati Uniti, la missione della NATO in Afghanistan è "un test della volontà politica e delle capacità militari dell'alleanza". Ma non è tutto. Quello che i think-tank americani oscurano è che a essere in dubbio è la capacità stessa degli Stati Uniti di mantenere il proprio ruolo di leader dell'alleanza atlantica nell'era post-Guerra Fredda.

Sia Mosca che Teheran hanno da guadagnare da un mondo multipolare in cui la loro influenza regionale possa avere un ruolo maggiore. Se Washington fallisce nella sua strategia post-Guerra Fredda, che consiste nel potenziare la NATO improvvisando ed esagerando l'importanza di un nemico (come al-Qaeda), la strada verso il multipolarismo si appianerà in misura consistente. È significativo che Teheran e Mosca si rifiutino di caratterizzare l'assassinio di Bhutto come opera di al-Qaeda.

La reazione di Pechino è stata ugualmente cauta. Un portavoce del ministero degli esteri cinese ha inizialmente condannato l'assassinio di Bhutto come "atto di terrorismo". Ma il vice ministro degli esteri He Yafei, che il giorno successivo ha fatto visita all'ambasciata del Pakistan per firmare il libro delle condoglianze, non ha neanche nominato il terrorismo, limitandosi a esprimere la speranza che il popolo pakistano "riuscisse a superare l'attuale difficoltà quanto prima, salvaguardando la stabilità sociale e lo sviluppo del paese".

I commentatori cinesi hanno osservato che "la situazione in Afghanistan si è dimostrata molto più complessa del previsto" e che per la NATO era diventato difficile "coprire la posizione imbarazzante delle truppe nel paese". Lo scorso anno un articolo del People's Daily osservava che la sconfitta in Afghanistan, unita al deterioramento dei rapporti della NATO con la Russia e al fallimento dei tentativi compiuti a Bruxelles per assicurarsi un punto d'appoggio nell'Asia Centrale, ha impedito all'alleanza di realizzare il proprio obiettivo in base al quale il 2007 sarebbe dovuto essere l'anno della "trasformazione".

Secondo l'articolo, "l'influsso degli Stati Uniti nella NATO è diminuito e il ruolo transatlantico degli Stati Uniti sta diventando incerto. Si era sperato che il cambiamento di vertici in Germania, Francia e Gran Bretagna potesse iniettare nuova vitalità nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa. Ma è ancora difficile capire se la nuova 'troika' possa portare alla situazione ottimisticamente prevista da Washington".

I tre paesi - Russia, Cina e Iran - condividono apertamente l'interesse a verificare che la Shanghai Cooperation Organization e la Collective Security Treaty Organization abbiano un ruolo significativo nella stabilizzazione della situazione afghana. Nessuno dei tre paesi ha gradito il monopolio degli Stati Uniti (o della NATO) sulla soluzione del conflitto in una regione così importante per la loro sicurezza, anche se appoggiano la "guerra al terrore" in Afghanistan in quanto tale.

Chiaramente con l'assassinio di Bhutto e con il Pakistan sull'orlo dell'abisso, l'amministrazione Bush si trova di fronte alla possibilità che la strategia globale attorno alla "guerra al terrore" e all'"islamofascismo" vada a monte. Una facile via d'uscita consisterebbe nel convincere il Generale Kiani a diventare il "nuovo uomo di Washington in Pakistan", così che la caccia ad al-Qaeda possa continuare.


M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001).


Articolo originale pubblicato il 4 gennaio 2008
traduzione originale qui
con molte grazie all'autrice per la generosa condivisione.

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postato da la Parda Flora alle 16:27  

 

05 dicembre 2007
Come Stanislav Evgrafovich Petrov salvò il mondo (una storia vera)
Il 26 settembre del 1983 era una giornata come tante al bunker Serpukhov 15 e Stanislav Evgrafovich Petrov, colonnello dell’Armata rossa, classe 1939, era l’ufficiale di guardia.
La tensione internazionale era particolarmente acuta, in quel periodo. Venti giorni prima i russi avevano abbattuto per errore un aereo passeggeri coreano, uccidendo 269 passeggeri, tra i quali diversi americani.
La polizia politica sovietica aveva diramato un’allerta riguardante possibili reazioni, anche militari, da parte statunitense.
Il lavoro del colonnello Petrov consisteva nell’effettuare periodici controlli sulle rilevazioni satellitari e nel notificare ai suoi superiori un eventuale attacco nucleare contro l’Urss.
In caso di attacco la strategia sovietica era quella di lanciare immediatamente un attacco nucleare su vasta scala contro gli Stati Uniti.
Tra la mezzanotte e l’una, (mentre negli Stati Uniti era ancora il 25 settembre) il computer segnalò che gli americani avevano lanciato un missile contro l’Unione sovietica.
Cosa fare?
Su Petrov gravava un immenso peso.
Considerando, con notevole freddezza, che, difficilmente un attacco Usa si sarebbe valso di un solo missile, l’ufficiale classificò il segnale del computer come un falso allarme.
Circa trenta secondi dopo, il computer segnalò che altri quattro missili erano stati lanciati dagli americani.
Petrov era più che convinto (o forse semplicemente lo sperava) che si potesse trattare di un falso positivo del computer, ma, dal suo bunker, non aveva la possibilità di verificare in alcun modo cosa stesse succedendo.
Davanti a lui il pulsante con la scritta “attacco”, che attendeva solo di essere premuto per segnalare a che di dovere di dare l’inizio alla Guerra Termonucleare Globale.
Qualora l’attacco fosse stato effettivamente in corso, il suo Paese sarebbe stato oggetto di un disastroso attacco nucleare, subito senza alcuna controffensiva.
E Petrov ne sarebbe stato responsabile.
Se invece si fosse trattato di un errore del computer, allertando i suoi superiori, Petrov avrebbe potuto innescare un massiccio contrattacco atomico da parte sovietica.
Il tutto avrebbe generato una serie di ulteriori attacchi, e sicuramente sarebbe costato la vita a milioni, forse decine o centinaia di milioni, di persone.
L’inizio della Terza Guerra Mondiale dipendeva dalla lui.
Petrov decise che si trattava di un secondo falso allarme.
E in effetti nessun missile nucleare era in viaggio verso l’Unione sovietica.
Una catastrofe bellica senza precedenti era stata evitata grazie al buon senso di un uomo.
Petrov avrebbe dovuto essere di riposo, quella sera. Se ci fosse stato un altro uomo al suo posto, questi avrebbe potuto maturare una decisione diversa, cambiando irreparabilmente il corso della storia.
Stanislav Petrov aveva evitato l’apocalisse atomica, ma aveva disubbidito agli ordini.
Non fu punito né premiato, ma la sua carriera non progredì oltre.
Oggi Stanislav Petrov è un pensionato che vive in condizioni di semipovertà a Fryazino, un paesino russo presso Mosca. L'uomo che ha salvato il mondo dall'olocausto nucleare è stato prontamente dimenticato, nella fretta quotidiana.
Crededeteci o no: questa è la pura verità!

Grazie, al solito, all'amico di sempre Lèon... al quale devo la vita, non solo in senso metaforico, e non solo quella...

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postato da la Parda Flora alle 15:08  

 

06 giugno 2007
Il bollente menù di Putin
Preso atto che la situazione interna della Russia è, non solo intricatissima, ma anche piuttosto ignorata dai comuni mezzi d'informazione, a parte le sparate...a freddo, sulla Guerra Fresca, nuovo terribile neologismo del "giornalese", aggiungo, senza nessun tipo di valutazione, ma solo come fonte ulteriore di dati, un altro articolo, sempre grazie alla traduzione e gentilezza dell'amica Mirumir di Tlaxcala, sul cui sito per italiofoni potrete trovare anche altri materiali, altrimenti inaccessibili per la maggior parte degli italiani, che non sempre hanno rapporti indolori con le lingue comunitarie, soprattuto quelle dell'Est Europa.
Ognuno si faccia le opinioni che meglio crede, ma almeno, avendo qualche dato, se le può fare su qualcosa di più solido dell'aere...

Il bollente menù di Putin
I giornalisti dei paesi del G8 a cena con il presidente russo

di
Andrej Kolesnikov

Originale: Kommerssant, quotidiano moscovita liberale fondato nel 1992 [nota della Parda]

Venerdì [scorso]il presidente russo Vladimir Putin ha concesso un'intervista ai giornalisti dei paesi del G8. L'inviato speciale del Kommersant, Andrej Kolesnikov, che era uno dei partecipanti, racconta la drammatica storia della nuotata di Putin nelle acque pericolose dei media internazionali. Adesso ci manca solo la drammatica storia della decisione di Putin di estendere il suo mandato a sette anni.

Il presidente ha ospitato l'incontro con la stampa, organizzato secondo il principio "un giornalista per ogni paese" nella sua residenza di Novo-Ogarevo, nei pressi di Mosca. Il più noto tra i giornalisti era il direttore di Der Spiegel Stefan Aust, che è stato al centro del momento saliente dell'intervista e anche del maggiore problema che si è presentato. Gli altri partecipanti erano Franco Venturini del Corriere della Sera, Bronwen Maddox del British Times, l'inviato del giapponese Nihon Keizai Shimbun Yatsusiko Ota, Pierre Rousselin di Le Figaro, Doug Saunders dell'edizione europea del Canadian Globe and Mail e Gregory White della redazione moscovita del Wall Street Journal.

Abbiamo atteso il presidente per circa due ore, per lo più passate a concordare la data di pubblicazione dell'intervista. Idealmente l'intervista avrebbe dovuto essere pubblicata da tutte le testate contemporaneamente, un'impresa che è apparsa subito quasi impossibile dato che Der Spiegel, per esempio, esce il lunedì e che gli altri giornali avrebbero voluto dare almeno un'anticipazione il sabato.

I membri del servizio stampa del presidente Putin hanno faticato a convincere gli altri partecipanti ad aspettare lo Spiegel. Quando finalmente tutti i giornalisti presenti nella stanza hanno giurato solennemente che l'intervista non sarebbe apparsa prima di lunedì mattina, il signor Aust è stato trattato con una certa ostilità dai colleghi.

Il più indignato per l'accordo era il signor Venturini del Corriere della Sera. In quel momento mi è parso che il tipo non fosse del tutto affidabile. Ha guardato il tedesco come se volesse incenerirlo. Cosa che in un certo senso, come poi si è visto, ha fatto.

Quella sera Vladimir Putin non aveva, per così dire, un aspetto riposato. Quando i giornalisti si sono messi in fila per salutarlo uno per uno, prima di sedersi al tavolo, mi è sembrato perfino un po' turbato, cosa insolita all'inizio di un'intervista. Poi mi sono ricordato che era appena tornato da una visita a Naina Josifovna El'cin, dato che il 1° giugno segnava la fine dei quaranta giorni di lutto per la morte del primo presidente russo.

I giornalisti hanno appoggiato i registratori sul tavolo. La conversazione è cominciata nell'ufficio del signor Putin, al primo piano dell'ala destinata agli ospiti della residenza presidenziale. Tuttavia, molto prima che l'incontro cominciasse avevo intravisto il famoso ristoratore moscovita Arkadij Novikov e avevo capito che la serata non sarebbe trascorsa senza una buona cena fortificante.

Il signor Putin ha tenuto un breve discorso introduttivo, ha risposto a tre domande (i giornalisti avevano concordato anche chi di loro avesse dovuto cominciare), e poi ci ha invitati tutti al piano di sopra a mangiare.

Mentre i miei colleghi salivano le scale mi sono accorto che erano già molto contenti. Anzi, mi è sembrato perfino che tre di loro sarebbero stati soddisfatti se l'intervista fosse finita lì. Erano quelli che avevano posto le prime tre domande. Salendo siamo passati accanto ai colleghi che erano venuti a dare il loro appoggio morale ai partecipanti all'intervista. Erano seduti al secondo piano, davanti a un monitor che trasmetteva in diretta dall'ufficio del presidente. I giornalisti hanno salutato con gesto dolente i colleghi, come se si trattasse di amici e familiari di condannati ai lavori forzati in Siberia. Ho pensato allora che forse alcuni dei partecipanti all'intervista non escludevano una simile eventualità.

Sul tavolo c'erano solo i menù. Leggendo il mio ho appreso che avremmo consumato "tartara di branzino con caviale nero, gazpacho con granchio, filetto di rombo e risotto con asparagi, petto d'anatra con fave e uva spina e zuppa di fragoline". Ho trovato quest'ultimo piatto particolarmente interessante. Sono stati poi proposti alla nostra attenzione un Tignanello Chianti del 2003 e un Terre Alte Friuli del 2004. All'improvviso non avevamo più alcuna fretta.

La conversazione è continuata, anche se non direi che il signor Putin ne fosse enormemente entusiasta. I giornalisti dovevano porre le domande in senso orario, ma alcuni di loro - evitando accuratamente di incontrare lo sguardo degli altri - hanno colto l'occasione per porre due e anche tre domande alla volta. Il presidente ha soddisfatto metodicamente la loro curiosità, ma nelle sue parole non ho trovato né un occasionale guizzo d'ingegno né un minimo d'entusiasmo. Ho capito che aveva da tempo preparato le risposte a ciascuna di queste domande e che probabilmente si annoiava. Nella successiva ora e mezza si è animato solo un paio di volte.

Però a un certo punto il direttore dello Spiegel ha chiesto al presidente russo se si considera davvero un autentico democratico, come lo ha definito l'ex-cancelliere tedesco Gerhard Schroeder. Questa domanda gli era già stata posta giorni fa al vertice UE-Russia a Samara, e ho pensato che il presidente si sarebbe spento del tutto. Invece abbiamo ricevuto la risposta dell'anno: "Dopo la morte del Mahatma Gandhi, non è rimasto nessuno con cui parlare".

[ e qui, Putin si merita una sosta meditativa per esprimere tutta la mia ammirazione: definire diabolica questa battuta è il minimo.Per me che, come Guccini, per la battuta mi farei spellare, non posso che fare tanto di cappello al signor Putin, che come dice Mirumir, non cammina, ma si reca sul podio a ricever la medaglia d'oro! e tentare, ovviamente, appena posso, di fregagliela riciclandola, perché merita, accidenti se lo merita!
:-D
...nota della Parda!]

Prima di allora il signor Putin, rispondendo, non aveva mai sorriso. Ma pronunciando queste parole ha spalancato gli occhi in modo insolito, cosa che poi ha permesso ai colleghi di parlare entusiasticamente di come avesse affrontato seriamente quella domanda e di quale considerazione abbia di se stesso. Inoltre quello che era stato detto è parso, senza esagerare, di un'ironia diabolica, proprio perché fino a quel momento il presidente non aveva sorriso neanche una volta.

Poi ha risposto alla mia domanda sul divieto d'esportazione di materiali biologici (il Kommersant ne sta scrivendo da diversi giorni). Il signor Putin ha concordato solo sul fatto che il processo non è sufficientemente regolamentato dal punto di vista legale, ed è apparso perplesso a proposito dell'utilità di mandare all'estero campioni di sangue e tessuti per farli analizzare. È stato perfino necessario promettere di fornire delle statistiche, cosa che faremo (tentar non nuoce).

In seguito, dopo l'intervista, ho saputo che il signor Putin era interessato a quell'informazione molto più di quanto avesse lasciato trasparire. Apparentemente le regole per l'uscita dei materiali biologici dal paese verranno elaborate per sua raccomandazione in pochi giorni e non in settimane o mesi come accade spesso per tali questioni.

Nel frattempo però l'intervista era andata avanti per più di due ore, e a un certo punto il signor Putin ha esclamato: "Ma che ore sono? Le 11.30?! Mi state torturando! Bisogna concludere!" Come rendendosi conto di quello che aveva detto, ha aggiunto rapidamente: "O piuttosto sono io che sto torturando voi. Comunque bisogna concludere".

"È d'accordo sul fatto che l'Iran debba possedere armi nucleari?" ha domandato un giornalista.

"Sono completamente d'accordo," ha detto frettolosamente il presidente, dedicandosi alla sua zuppa di fragoline, uno strano ma saporito miscuglio di acqua, fragoline fresche e qualcos'altro che faceva sì che Vladimir Putin trangugiasse avidamente il tutto. Anzi, mentre il presidente rispondeva svogliatamente a una domanda sul destino travagliato dell'Aeroflot, un cameriere ha chiesto se poteva portare via i resti della zuppa, ricevendo il divieto categorico del signor Putin: "La gelatina la lasci qui."

L'entusiasmo del signor Putin per le fragoline era ben più grande di quello suscitato dal fuoco di fila delle domande dei giornalisti, che alla fine si sono dimenticati di ogni regola e hanno cominciato a interrompersi a vicenda, con il giornalista italiano che reggeva sopra la testa con entrambe le mani un foglio di carta con su scritto in inglese "Anch'io ho una domanda!"

Verso la fine dell'intervista il presidente ha annunciato che sarebbe stato "accettabile" estendere il mandato del presidente da quattro a cinque anni, e forse addirittura a sette. Ne ha perfino spiegato il perché, e ha cominciato a lasciarsi andare e a rilassarsi mentre la conversazione volgeva al termine.

Forse era perché si era aspettato altre domande oltre a quella di protocollo sul destino di Andrej Lugovoj, come pure le domande rituali sull'omicidio di Anna Politkovskaja, sulla Cecenia e Beslan. Domande che non sono mai arrivate. I giornalisti erano interessati ad altro. Il collega giapponese si è lamentato che il bando dell'esportazione della polpa di granchio significa che i giapponesi non potranno disporre di polpa di granchio sufficiente per il sushi, anche se il presidente ha dichiarato di preferire di gran lunga il tonno.

Alla fine il signor Putin ha esercitato la propria autorità per portare al termine la conversazione, poco dopo la mezzanotte. Il signor Aust di Der Spiegel è corso dai suoi colleghi al secondo piano, intenti a dettare furiosamente per l'edizione di lunedì le risposte del presidente al loro direttore.

All'uscita tutti hanno nuovamente concordato sull'embargo fino a lunedì mattina, e tutti hanno nuovamente guardato male il signor Aust.

Il giorno successivo, il sito internet di Der Spiegel preannunciava l'intervista, di fatto pubblicando estesamente le risposte del signor Putin alle questioni più calde e violando così l'accordo. Alla mossa tedesca hanno subito reagito i giornalisti del Corriere della Sera, che domenica hanno deciso di offrire la versione completa della conversazione. Alla fine, solo il coraggioso servizio stampa del presidente russo è riuscito a rispettare l'embargo quasi fino a lunedì.



(e vi continuate a beccare "I’m gonna be (500 miles)", perché mi piace, e pare non solo a me...)
;-)

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postato da la Parda Flora alle 17:44  

 

05 giugno 2007
Porre fine alla Guerra Fredda
Una opinione in più, sulla...Guerra Fresca prossima ventura? Mi pareva interessante sentire più voci sulle ultime vicende che hanno spinto alle recenti dichiarazioni di Putin, con gran riparlare generale della ormai deceduta Guerra Fredda.

Porre fine alla Guerra Fredda
Perché è giusta la decisione di Putin sul Trattato sulle armi convenzionali in Europa


di Vladimir Frolov
7 maggio 2007

Nel suo discorso all'Assemblea Federale sullo stato della nazione il presidente Vladimir Putin ha annunciato una moratoria del Trattato sulle armi convenzionali in Europa (CFE).
Questa decisione ha provocato un'altra ondata di critiche da parte dei politici e dei commentatori occidentali, nonché un'ufficiale espressione di "preoccupazione" da parte del Segretario Generale della NATO e dei governi alleati.

Tali critiche sono fuori luogo. Putin ha detto finalmente quello che tutti pensavano del Trattato sulle armi convenzionali in Europa ma erano troppo politicamente corretti per farlo. Il Trattato ha ormai superato i limiti della propria utilità. Non è che un reliquia della Guerra Fredda. Non è più necessario a garantire la sicurezza all'Europa. Oggi una guerra in Europa tra Russia e NATO è inimmaginabile. Se il trattato cessasse semplicemente di esistere, il mondo se ne accorgerebbe a malapena. Ma in quanto reliquia della Guerra Fredda continua a nuocere alle relazioni della Russia con l'Occidente.

Il trattato perpetua artificialmente le divisioni della Guerra Fredda in Europa e contrappone la Russia all'intera alleanza atlantica in un momento in cui la Russia e la NATO non sono più nemiche. Impone requisiti molto rigidi che limitano la capacità della Russia di reagire rapidamente ai suoi reali problemi di sicurezza; soprattutto, dalla firma della sua versione modificata, nel 1999, non è stato messo in pratica dalle nazioni occidentali, mentre la Russia ha unilateralmente tenuto fede ai propri obblighi.

Il Trattato sulle armi convenzionali in Europa fu firmato da 16 paesi membri della NATO e sei paesi del Patto di Varsavia. Il Trattato imponeva strette limitazioni quantitative all'equipaggiamento militare pesante consentito alle parti firmatarie, secondo una divisione in quattro zone. A ciascuna zona venivano concessi non più di 20.000 carri armati, 30.000 veicoli da combattimento, 20.000 pezzi d'artiglieria, 6800 aerei da combattimento e 2000 elicotteri da combattimento. Il Trattato non riguardava le forze statunitensi nel Nord America né quelle Russe nel lontano Oriente.

Inoltre, limitazioni ancora più severe venivano imposte al dispiegamento di truppe russe nei due nuovi fianchi: il Distretto Militare di Leningrado e il Distretto Militare del Caucaso Meridionale. In pratica, significava che laRussia non poteva spostare le sue forze armate sul proprio territorio senza darne notifica e ricevere il consenso della NATO. Durante la guerra in Cecenia, la Russia non poteva spostare rinforzi nella zona di guerra a causa di queste limitazioni del Trattato.
La fine della Guerra Fredda e la dissoluzione del Patto di Varsavia privò immediatamente di significato le limitazioni del Trattato sugli armamenti. Il Trattato è entrato in vigore nel 1992 e la NATO nel frattempo si è allargata a 26 stati, con l'ingresso di molti paesi dell'ex-Patto di Varsavia. Sia la Russia che la NATO hanno rapidamente diminuito i loro armamenti scendendo ben al di sotto dei limiti del Trattato. Chi ha bisogno di 20.000 carri armati in Europa, oggi?

Per adattare il Trattato alla nuova realtà, nel 1999 le parti hanno firmato una nuova versione, il Trattato CFE adattato, che imponeva nuovi limiti per l'armamento pesante ai singoli stati, non ai blocchi militari e aumentava sensibilmente i livelli di impiego concessi alla Russia nelle zone dei fianchi.
Ma dei 30 stati che hanno firmato la nuova versione del Trattato solo la Russia, la Bielorussia, l'Ucraina e il Kazakistan l'hanno ratificato. I membri della NATO si sono rifiutati di ratificarlo prima che la Russia mettesse in pratica i cosiddetti accordi di Istanbul, in base ai quali la Russia avrebbe dovuto ritirare le proprie forze dalla Georgia e dalla Moldova. La Russia ha ritirato tutte le sue forze dalla Georgia, mentre in Moldavia mantiene una piccola forza di peacekeeping e una guarnigione di guardia a un grosso deposito di munizioni rimasto in Moldova dopo il ritiro delle forze sovietiche dall'Europa.

In breve, la NATO ha usato gli Accordi di Istanbul, che non hanno niente a che vedere con il Trattato CFE, come pretesto per evitare di ratificare e mettere in pratica il Trattato Adattato. Inoltre, quattro nuovi membri della NATO - Slovenia, Lettonia, Estonia e Lituania - si sono rifiutati di unirsi al nuovo Trattato nonostante la NATO si fosse pubblicamente impegnata in questo senso.
Il Trattato non è mai stato operativo ed è servito solo come uno strumento per limitare la libertà della Russia di occuparsi della propria sicurezza senza imporre simili restrizioni alla NATO.

Questa è una situazione che nessuno stato sovrano potrebbe tollerare, ed è esattamente quello che Putin ha affermato. La decisione di imporre una moratoria del Trattato non ha tanto a che fare con la sicurezza europea quanto con l'esigenza della Russia di ottenere un trattamento equo e con la difesa della sua sovranità. La Russia non intende subire un trattamento ingiusto e sottostare a condizioni che le altre nazioni non vogliono ratificare.

Gli Stati Uniti nel 2001 si sono ritirati unilateralmente dal Trattato anti missili balistici (ABM). L'amministrazione ha definito il Trattato ABM una reliquia della Guerra Fredda a ha dichiarato che non era più necessario perché la Russia e gli Stati Uniti non erano più nemici. Ora Washington progetta il posizionamento di intercettori ABM in Polonia e di un radar ABM nella Repubblica Ceca e dice che la Russia non ha niente da temere da questa iniziativa.

Bene. Ma se non siamo più nemici, allora perché lo scandalo a proposito del Trattato sulle armi convenzionali in Europa? La Russia non si è ritirata, ha solo detto che non lo avrebbe messo in pratica finché le altre nazioni firmatarie non lo avessero ratificato. Azione corretta: in affari, le compagnie private non sono tenute a tener fede agli obblighi del contratto se gli altri contraenti fanno mostra di ignorarli.

Con questa decisione sul Trattato CFE, Vladimir Putin ha mandato un semplice messaggio all'Occidente: la Russia non considera l'Occidente un nemico militare, la Russia è un paese normale che chiede un trattamento equo, la Russia esige il dovuto rispetto per il ruolo che ha svolto nel porre fine alla Guerra Fredda.

La Russia non ha perso la Guerra Fredda, come alcuni in Occidente vorrebbero credere. Ha contribuito a porvi fine, e il Trattato CFE faceva parte di quel processo. Ma la Guerra Fredda è finita da molto ed è ora di andare avanti. Se questo significa liberarsi di reliquie del passato come il Trattato CFE, sia pure.

Vladimir Frolov è direttore del Laboratorio Nazionale per la Politica Estera, un think tank con sede a Mosca.Link: http://guardian.psj.ru/text/200705071655.htm

Originariamente pubblicato su Russia Profile.

Tradotto dall'inglese da Mirumir, un membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

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postato da la Parda Flora alle 20:34  

 

27 dicembre 2006
C'è qualcosa che mi sfugge.
Perché tutti i giornali di oggi sostengono che Ford, che successe a Nixon dopo lo scandalo Watergate, fu l'unico presidente non eletto degli Stati Uniti?
A me consta che, durante la seconda guerra mondiale, il presidente Roosvelt, che vinse le elezioni con Truman come vice presidente nel 1944, morì il 12 aprile 1945, facendo di Harry Truman in carica da solo 82 giorni, il nuovo presidente degli Stati Uniti. Quindi non eletto.
C'è qualcosa che non capisco io (tipo, sono non eletti i presidenti coinvolti in un procedimento di impeachment) o sono i giornalisti che scrivono in maniera poco chiara, esauriente ed abborracciata? O ancora, la nostra memoria è già così corta da avere cancellato il secondo conflitto mondiale?

In realtà, una spiegazione c'è: il primo vicepresidente di Nixon, che come il suo presidente si dimise prima che il decorso legale dell'impeachment avesse corso completo, tanto che è discusso il reale impeachment legale di Nixon, era Spiro Agnew, che quindi fu vicepresidente solo un mese.
Alle sue dimissioni venne eletto quale vicepresidente di Nixon, al suo posto, Ford.

Ed ecco perché tutti i giornali oggi titolano: è morto l'unico presidente USA non eletto...

Ma dire due paroline due, chiare, di spiegazione, così che anche i comuni mortali non esperti di procedure legali ed elettorali statunitensi capiscano, no, eh?

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postato da la Parda Flora alle 16:04  

 

04 dicembre 2006
Uno di meno
Mi telefona Léon, per annunciarmi in anteprima la morte di Pinochet...altro che angioplastica e terapia intensiva!
Come scordare la foto di lui che abbraccia il Polacco?
Chissà di cosa stanno chiacchierando, là dove saranno ora entrambi, di fronte al giudice estremo, sperando esista? Sotto gli occhi implacabili della testimonianza di monsignor Oscar Romero, abbandonato a crepare sulle scale della sua chiesa...

Immagino le ombre dei desaparesidos, caduti come grappoli di frutti marci in alto mare dagli elicotteri, nascosti dentro fetide fosse comuni brucianti di calce, che allungano le mani mozzate, i corpi torturati da percosse, acqua ed elettricità, che si allungano su di lui, il demoniaco dittatore sostenuto dagli Stati Uniti; le disperate ed eroiche madri della Plaza de Mayo, i pensieri (e forse qualche rimorso, ma è sperare troppo) dell'amministrazione Cia dell'epoca...
Mhhh, che brutto mondo, ma alla fine la livellatrice arriva anche per i dittatori e i loro complici.
Triste solo doversi appellare, in ultima istanza, solo alla giustizia ultraterrena. Altre mani grondano di quello stesso sangue innocente, ma moriranno tranquille senza che giustizia sia fatta. E sempre più la pazienza sarà la virtù dei forti, perché da quella porta passeranno tutti, prima o poi...

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postato da la Parda Flora alle 09:40  

 

23 ottobre 2006
Le ore - Michael Cunningham
Per non dimenticare la rivoluzione d'Ungheria:
Solidali con il movimento polacco, studenti, intellettuali, operai e in genere la popolazione di Budapest si riunì il 23 ottobre 1956 davanti al Parlamento della città, inascoltati dai membri del Comitato centrale del Partito Comunista, chiedendo democrazia, il ritorno del governo Nagy (che dopo un paio d'anni venne assassinato segretamente,)la fine della dittaura stalinista e la libertà. La notte fra il 23 e il 24 ottobre 1956, Andropov, allora ambasciatore URSS a Budapest, sollecitò l'intervento dell'Armata Rossa.
Il 24 ottobre, Budapest si risvegliò già invasa dai carri armati sovietici.
Questo evento, che si inquadra nel più ampio fenomeno della Guerra fredda in atto fra USA e URSS, fu traumatico anche per il PCI - ricordiamo le dimissioni dal partito di Giolitti e di Calvino, Sapegno, Silone e molti altri, politici ed intellettuali...
L'azione sovietica venne invece appoggiata dal futuro Presidente della Repubblica Napolitano, salvo, nel suo viaggio ufficiale a Budapest di 50 anni dopo, rendere ufficiale omaggio ai 3000 caduti, ormai sdoganati dall'imbarazzante qualifica di "fascisiti", e alla tomba di Nagy.
Una piccola nota edificante.
L'America, come Pilato, si lavò le mani del sangue di questi "giusti"..."Non guardiamo a queste nazioni (l'Ungheria e le altre del Patto di Varsavia) come a potenziali alleati militari" affermò il Segretario di Stato dell'amministrazione Eisenhower, Dulles.
Dal trentatreesimo anniversario di quella data, e cioè dal 1989, il 23 ottobre è la festa nazionale ungherese.


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Le ore - Michael Cunningham



“Non ho tempo per descrivere i miei piani.. Dovrei dire una quantità di cose su “Le ore” e la mia scoperta, su come scavo delle belle caverne dietro i miei personaggi: credo che dia esattamente quello che voglio, umanità, umorismo, profondità. L’idea è che le caverne siano collegate, e ciascuno venga alla luce nel momento presente” Virginia Woolf, diario, 30 agosto 1923

“Le ore” rincorrono il tempo.
Quel tempo soggettivo, emotivo, che si dilata e si contrae nell’anima dei suoi personaggi, così come nella nostra: il tempo dell’attesa, della riflessione, dell’inquietudine, della gioia, del dolore e della disperazione. E’ il tempo che, nella precisa scelta tecnica di Virginia Woolf, doveva contenere nell’arco di una giornata l’intera vita del suo personaggio: Clarissa, quella Signora Dalloway protagonista di uno dei suoi libri più belli. Dietro i gesti alto-borghesi, apparentemente banali e frivoli di Clarissa, che deve organizzare una festa ed inizia la sua giornata fra la figlia e la scelta dei fiori, camminando per quella Londra così amata dalla Woolf, doveva esserci, secondo la scrittrice, un modo “personale” di ritrovare il tempo e donare spessore anche al semplice gesto quotidiano, uno spessore che appunto trascendesse l’attimo, rincorresse le ore passate e quelle a venire, in una ricerca anche di tecnica scrittoria che consentisse al romanzo di renderle al lettore. Nel trattare il suo personaggio, talvolta tirannicamente, Virginia inizierà così a scavare quelle che chiama gallerie, anfratti talvolta solatii, più spesso muscosi e tinti di nostalgia, dai quali emerge il passato di Clarissa e il suo modo di percepire, nella propria vita, gli altri esseri umani che si intrecceranno nelle ore della sua giornata.
Nel suo libro, Cunningham parte da qui, inventandosi una sua personale Clarissa Vaughan newyorchese, indaffarata a preparare i festeggiamenti per il premio prestigioso ricevuto da un caro amico poeta, Richard, al quale la lega un rapporto profondo, ma non privo di ambiguità, anche sentimentali ed erotiche. E a partire dalla disperata volontà di Clarissa di opporsi alla morte di Richard, ammalato di AIDS, nche attraverso le miopi vanità del mondo, Cunningham cerca un ulteriore modo nel quale le ore possano rincorrere e vincere il tempo: intreccerà così tre piani temporali, ciascuno simboleggiato dalla giornata di tre donne - la signora Dalloway, la signora Brown e la signora Woolf - giornate a loro modo sfaccettate o immobili, legate fra loro da un destino di ricerca e di insoddisfazione esistenziale. E forse di solitudine.
Sicuramente di morte: non a caso il libro si apre con l’asciutto, straziante racconto del suicidio di Virginia, le tasche piene di pietre, terrorizzata dalla guerra, terrorizzata dalla propria malattia, terrorizzata dalla possibilità di non essere nulla, non una scrittrice ma “solo una stravagante dotata”. E’ il 1941: Virginia esce da Monk House a Richmond per trovare “pace contro uno dei piloni del ponte a Southease.”
L’ombra dell’autodistruzione sfiora anche la signora Brown, in quegli Anni Cinquanta che videro in un’America all’apparenza ordinata (ordinaria?) e perfetta, il massimo uso di psicofarmaci come cullanti e rassicuranti madri di un popolo in apparenza felice e perfetto, nella sua fasullità. Madre e sposa intrappolata nella asfittica dimensione del suo ruolo, Laura Brown, lettrice della Signora Dalloway, sceglie dapprima di annientare se stessa, e poi di cercare salvezza nella fuga, accollandosi il più grande rimorso possibile per una madre - quello di abbandonare i figli.
Il dipanarsi della storia ci farà scoprire che uno di quei figli è proprio il malato Richard.
Ma ci deve sempre essere una vittima, un agnello espiatorio, per dare dimensione alla vita, riflette Virginia con la sorella Vanessa, alla quale parla del suo nuovo romanzo, che avrebbe dovuto chiamarsi Le ore, dopo aver celebrato coi nipoti il funerale di un tordo morto trovato in giardino. Ma non è Clarissa la sposa della morte.
Nel libro di Virginia, la vittima sarà l’ex soldato Septimus Warren Smith, che s’incammina verso la follia sino a suicidarsi poco prima della festa di Clarissa.
Nel libro di Cunningham, il suo posto di vittima sacrificale sarà preso da Richard, che a una morte ineluttabile, ma lenta e indecente preferirà il suicidio, di fronte allo sguardo raggelato e disperato di una Clarissa sin qui apparentemente anodina, che forse finalmente capisce e accetta i prodromi del dolore che da ore bussano inutilmente alla porta della sua anima.

Scrissi queste righe dopo aver visto il film dell'inglese Stephen David Daldry (banale pensare che un americano non avrebbe potuto affrontare il mostro sacro della letteratura anglosassone del Novecento?). Il libro di Michael Cunningham lo avevo letto prima: raro caso nel quale il film non delude il lettore, anzi, o almeno per me fu così. Ora, ripensandoci, forse quando Virginia, che probabilmente subì in età adolescenziale molestie da parte del fratellastro maggiore, ed era gravemente ammalata di sindrome bipolare, parla con la sorella di vittima sacrificale, almeno nell'intento dello scrittore, si riferiva in realtà a se stessa. Ma non lo sapremo mai. La sua limpida, consapevole voce, la voce di chi è abituato a combattere coi draghi ogni giorno, non resse alla malattia e il 28 marzo 1941 si spense per sempre.

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postato da la Parda Flora alle 09:55  

 

22 ottobre 2006
Metti un Putin a cena
Io non dico niente, però secondo me è da prima della seconda guerra mondiale che alla Finlandia gli girano le balle.
Ma come dice il saggio cinese: siedi sulla riva del fiume e pazienta...

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postato da la Parda Flora alle 20:17  

 

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