23 ottobre 2006
Le ore - Michael Cunningham
Per non dimenticare la rivoluzione d'Ungheria:
Solidali con il movimento polacco, studenti, intellettuali, operai e in genere la popolazione di Budapest si riunì il 23 ottobre 1956 davanti al Parlamento della città, inascoltati dai membri del Comitato centrale del Partito Comunista, chiedendo democrazia, il ritorno del governo Nagy (che dopo un paio d'anni venne assassinato segretamente,)la fine della dittaura stalinista e la libertà. La notte fra il 23 e il 24 ottobre 1956, Andropov, allora ambasciatore URSS a Budapest, sollecitò l'intervento dell'Armata Rossa.
Il 24 ottobre, Budapest si risvegliò già invasa dai carri armati sovietici.
Questo evento, che si inquadra nel più ampio fenomeno della Guerra fredda in atto fra USA e URSS, fu traumatico anche per il PCI - ricordiamo le dimissioni dal partito di Giolitti e di Calvino, Sapegno, Silone e molti altri, politici ed intellettuali...
L'azione sovietica venne invece appoggiata dal futuro Presidente della Repubblica Napolitano, salvo, nel suo viaggio ufficiale a Budapest di 50 anni dopo, rendere ufficiale omaggio ai 3000 caduti, ormai sdoganati dall'imbarazzante qualifica di "fascisiti", e alla tomba di Nagy.
Una piccola nota edificante.
L'America, come Pilato, si lavò le mani del sangue di questi "giusti"..."Non guardiamo a queste nazioni (l'Ungheria e le altre del Patto di Varsavia) come a potenziali alleati militari" affermò il Segretario di Stato dell'amministrazione Eisenhower, Dulles.
Dal trentatreesimo anniversario di quella data, e cioè dal 1989, il 23 ottobre è la festa nazionale ungherese.


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Le ore - Michael Cunningham



“Non ho tempo per descrivere i miei piani.. Dovrei dire una quantità di cose su “Le ore” e la mia scoperta, su come scavo delle belle caverne dietro i miei personaggi: credo che dia esattamente quello che voglio, umanità, umorismo, profondità. L’idea è che le caverne siano collegate, e ciascuno venga alla luce nel momento presente” Virginia Woolf, diario, 30 agosto 1923

“Le ore” rincorrono il tempo.
Quel tempo soggettivo, emotivo, che si dilata e si contrae nell’anima dei suoi personaggi, così come nella nostra: il tempo dell’attesa, della riflessione, dell’inquietudine, della gioia, del dolore e della disperazione. E’ il tempo che, nella precisa scelta tecnica di Virginia Woolf, doveva contenere nell’arco di una giornata l’intera vita del suo personaggio: Clarissa, quella Signora Dalloway protagonista di uno dei suoi libri più belli. Dietro i gesti alto-borghesi, apparentemente banali e frivoli di Clarissa, che deve organizzare una festa ed inizia la sua giornata fra la figlia e la scelta dei fiori, camminando per quella Londra così amata dalla Woolf, doveva esserci, secondo la scrittrice, un modo “personale” di ritrovare il tempo e donare spessore anche al semplice gesto quotidiano, uno spessore che appunto trascendesse l’attimo, rincorresse le ore passate e quelle a venire, in una ricerca anche di tecnica scrittoria che consentisse al romanzo di renderle al lettore. Nel trattare il suo personaggio, talvolta tirannicamente, Virginia inizierà così a scavare quelle che chiama gallerie, anfratti talvolta solatii, più spesso muscosi e tinti di nostalgia, dai quali emerge il passato di Clarissa e il suo modo di percepire, nella propria vita, gli altri esseri umani che si intrecceranno nelle ore della sua giornata.
Nel suo libro, Cunningham parte da qui, inventandosi una sua personale Clarissa Vaughan newyorchese, indaffarata a preparare i festeggiamenti per il premio prestigioso ricevuto da un caro amico poeta, Richard, al quale la lega un rapporto profondo, ma non privo di ambiguità, anche sentimentali ed erotiche. E a partire dalla disperata volontà di Clarissa di opporsi alla morte di Richard, ammalato di AIDS, nche attraverso le miopi vanità del mondo, Cunningham cerca un ulteriore modo nel quale le ore possano rincorrere e vincere il tempo: intreccerà così tre piani temporali, ciascuno simboleggiato dalla giornata di tre donne - la signora Dalloway, la signora Brown e la signora Woolf - giornate a loro modo sfaccettate o immobili, legate fra loro da un destino di ricerca e di insoddisfazione esistenziale. E forse di solitudine.
Sicuramente di morte: non a caso il libro si apre con l’asciutto, straziante racconto del suicidio di Virginia, le tasche piene di pietre, terrorizzata dalla guerra, terrorizzata dalla propria malattia, terrorizzata dalla possibilità di non essere nulla, non una scrittrice ma “solo una stravagante dotata”. E’ il 1941: Virginia esce da Monk House a Richmond per trovare “pace contro uno dei piloni del ponte a Southease.”
L’ombra dell’autodistruzione sfiora anche la signora Brown, in quegli Anni Cinquanta che videro in un’America all’apparenza ordinata (ordinaria?) e perfetta, il massimo uso di psicofarmaci come cullanti e rassicuranti madri di un popolo in apparenza felice e perfetto, nella sua fasullità. Madre e sposa intrappolata nella asfittica dimensione del suo ruolo, Laura Brown, lettrice della Signora Dalloway, sceglie dapprima di annientare se stessa, e poi di cercare salvezza nella fuga, accollandosi il più grande rimorso possibile per una madre - quello di abbandonare i figli.
Il dipanarsi della storia ci farà scoprire che uno di quei figli è proprio il malato Richard.
Ma ci deve sempre essere una vittima, un agnello espiatorio, per dare dimensione alla vita, riflette Virginia con la sorella Vanessa, alla quale parla del suo nuovo romanzo, che avrebbe dovuto chiamarsi Le ore, dopo aver celebrato coi nipoti il funerale di un tordo morto trovato in giardino. Ma non è Clarissa la sposa della morte.
Nel libro di Virginia, la vittima sarà l’ex soldato Septimus Warren Smith, che s’incammina verso la follia sino a suicidarsi poco prima della festa di Clarissa.
Nel libro di Cunningham, il suo posto di vittima sacrificale sarà preso da Richard, che a una morte ineluttabile, ma lenta e indecente preferirà il suicidio, di fronte allo sguardo raggelato e disperato di una Clarissa sin qui apparentemente anodina, che forse finalmente capisce e accetta i prodromi del dolore che da ore bussano inutilmente alla porta della sua anima.

Scrissi queste righe dopo aver visto il film dell'inglese Stephen David Daldry (banale pensare che un americano non avrebbe potuto affrontare il mostro sacro della letteratura anglosassone del Novecento?). Il libro di Michael Cunningham lo avevo letto prima: raro caso nel quale il film non delude il lettore, anzi, o almeno per me fu così. Ora, ripensandoci, forse quando Virginia, che probabilmente subì in età adolescenziale molestie da parte del fratellastro maggiore, ed era gravemente ammalata di sindrome bipolare, parla con la sorella di vittima sacrificale, almeno nell'intento dello scrittore, si riferiva in realtà a se stessa. Ma non lo sapremo mai. La sua limpida, consapevole voce, la voce di chi è abituato a combattere coi draghi ogni giorno, non resse alla malattia e il 28 marzo 1941 si spense per sempre.

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postato da la Parda Flora alle 09:55  

 

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