09 luglio 2008
R.I.P
Quando le parole non possono che cedere il passo al silenzio...
Con immutati strazio e amore.
Per sempre.

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postato da la Parda Flora alle 07:45  

 

16 ottobre 2006
Una condannata di Anna Politkovskaja
Questa è la traduzione inglese di Miru di un articolo inedito di Anna Politkovskaja comparso ieri su The Guardian. Al solito, grazie per la sua voce controcorrente, che spesso risuona nel silenzio. Infatti, in Russia, dopo tre giorni dall'assasinio di Anja, nessuno ne parla più.

Sono un paria. Questo è il risultato principale del mio lavoro giornalistico negli anni della seconda guerra cecena e dell'aver pubblicato all'estero alcuni libri sulla vita in Russia e sulla guerra cecena. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle riunioni alle quali siano presenti personalità del Cremlino, perché non pensino che gli organizzatori covano simpatie nei miei confronti. Nonostante questo, tutti i più alti rappresentanti del governo mi parlano, se interpellati, quando scrivo i miei articoli o faccio delle inchieste, ma solo segretamente, dove non possono essere visti: all'aperto, in qualche piazza, in case sicure alle quali arriviamo prendendo strade diverse, come spie. Agli alti dirigenti piace parlare con me. Sono felici di darmi delle informazioni. Mi incontrano e mi raccontano quello che succede ai vertici. Ma solo in segreto.

A questo non ci si abitua, ma si impara a conviverci. È esattamente così che ho dovuto lavorare durante la seconda guerra cecena. Mi nascondevo dall'esercito federale russo, ma ero sempre in grado di entrare in contatto clandestinamente con le singole persone attraverso intermediari di fiducia, così che i miei informatori non corressero il rischio di essere denunciati ai generali.
Quando il progetto di cecenizzazione di Putin ebbe successo (facendo sì che i ceceni "buoni" leali al governo uccidessero quelli "cattivi" che vi si opponevano), ricorsi allo stesso sotterfugio per parlare con gli ufficiali ceceni "buoni", che naturalmente conoscevo da molto tempo e che prima di diventare "buoni" mi avevano accolto nelle loro case nei mesi più difficili della guerra. Adesso possiamo incontrarci solo clandestinamente perché sono un paria, un nemico. Anzi, un nemico incorreggibile che non si presta a essere rieducato.

Non sto scherzando. Tempo fa Vladislav Surkov, vice presidente dell'amministrazione presidenziale, ha spiegato che esistono dei nemici che possono essere ricondotti alla ragione e nemici incorreggibili con i quali ragionare è impossibile e che devono essere semplicemente "epurati" dall'arena politica.

E così stanno cercando di togliere di mezzo me e altri come me.

Il 5 agosto del 2006 mi trovavo in mezzo a una folla di donne nella piccola piazza di Kurčaloj, un polveroso villaggio ceceno. Indossavo sulla testa una sciarpa ripiegata e annodata come fanno molte donne della mia età in Cecenia, senza coprire completamente il capo ma anche senza lasciarlo scoperto. Era essenziale che mantenessi l'anonimato, altrimenti chissà cosa sarebbe successo.
Su un lato della piazza, sulla tubazione del gas che attraversa tutto il villaggio di Kurčaloj, erano stesi dei pantaloni di tuta maschili, imbrattati di sangue. Allora era già stata portata via la testa mozzata dell'uomo, che non vidi.

Nella notte tra il 27 e il 28 di luglio alla periferia di Kurčaloj due combattenti ceceni erano caduti in un'imboscata tesa loro dalle unità di Ramzan Kadyrov, leader amico del Cremlino. Uno, Adam Badaev, era stato catturato, mentre l'altro, Hoj-Ahmed Dušaev, di Kurčaloj, era stato ucciso. Verso l'alba una ventina di macchine Žiguli, piene di uomini armati, entrarono nel villaggio e andarono alla stazione di polizia. Avevano con sé la testa di Dušaev. Due di loro la appesero. Sotto stesero i pantaloni insanguinati che ora stavo vedendo.

Gli uomini armati passarono due ore a fotografare la testa con i cellulari.

La testa rimase lì per 24 ore, poi i miliziani la portarono via ma lasciarono i pantaloni dove stavano. Gli agenti dell'ufficio del procuratore generale cominciarono a ispezionare la scena dello scontro e la gente del posto sentì uno degli ufficiali chiedere a un sottoposto: "Hanno finito di ricucire la testa?".

Il corpo di Dušaev, con la testa ricucita al suo posto, fu portato sul luogo dell'imboscata e gli agenti del procuratore generale cominciarono a esaminare la scena del crimine seguendo le normali procedure investigative.


Scrissi di questo sul mio giornale, astenendomi dal commentare e limitandomi a mettere un po' di puntini sulle "i" a proposito di quello che era successo. Arrivai in Cecenia quando uscì l'articolo sul giornale. Le donne nella folla cercarono di nascondermi perché erano sicure che gli uomini di Kadyrov mi avrebbero uccisa sul posto se avessero saputo che mi trovavo lì.
Mi ricordarono che Kadyrov aveva pubblicamente giurato di uccidermi.Durante una riunione del suo governo aveva detto che ne aveva abbastanza, e che la Politkovskaja era condannata. Me l'avevano riferito membri di quello stesso governo.

Perché? Perché non scrivevo quello che voleva Kadyrov? "Chiunque non sia dei nostri è un nemico". Così ha detto Surkov, e Surkov è il principale sostenitore di Ramzan Kadyrov nella cerchia di Putin.

"Ramzan mi ha detto, 'È così stupida da non conoscere il valore del denaro. Le ho offerto dei soldi ma non li ha presi'", mi raccontò quello stesso giorno un vecchio conoscente, un alto ufficiale delle forze speciali della milizia. Lo avevo incontrato in segreto. Essendo "uno dei nostri", diversamente da me, avrebbe avuto dei problemi se ci avessero visti insieme. Quando venne l'ora di andarmene era già sera, e insistette perché mi fermassi in quel luogo sicuro. Temeva che potessero uccidermi.
"Non devi uscire", mi disse. "Ramzan è infuriato con te".

Decisi di andarmene comunque. Quella notte mi aspettavano a Groznij per un altro colloquio segreto. Propose di farmici accompagnare con un'auto della milizia, ma mi sembrò ancora più rischioso. A quel punto sarei diventata un bersaglio per i combattenti.

"Sono almeno armati, là dove stai andando?", domandò ansiosamente. Durante tutta la guerra mi ero sempre trovata tra due fuochi. Quando qualcuno minaccia di ucciderti sei protetto dai suoi nemici, ma domani il pericolo verrà da qualcun altro.

Perché corro tutti questi rischi? Solo per spiegare che la gente in Cecenia ha paura per me, e lo trovo molto commovente. Hanno paura per me più di quanto ne abbia io, ed è così che sopravvivo.

Perché Ramzan ha giurato di uccidermi? Una volta lo intervistai e mandai in stampa l'intervista esattamente come l'aveva rilasciata, con la sua tipica stupidità da idiota, con la sua ignoranza e le sue inclinazioni diaboliche. Ramzan era convinto che l'avrei riscritta completamente, presentandolo come un uomo intelligente e onesto. Dopotutto così si comporta oggi la maggioranza dei giornalisti, quelli che "stanno dalla nostra parte".

È abbastanza perché qualcuno giuri di ucciderti? La risposta è semplice quanto la morale personalmente incoraggiata da Putin. "Siamo spietati con i nemici del Reich". "Chi non è con noi è contro di noi". "Coloro che sono contro di noi devono essere annientati".


"Perché te la prendi tanto per quella testa mozzata?", mi chiede Vasilij Pančenkov quando ritorno a Mosca. Dirige l'ufficio stampa delle truppe del Ministero degli Interni, ma è una brava persona. "Non hai niente di meglio di cui preoccuparti?". Gli sto chiedendo di commentare i fatti di Kurčaloj per il nostro giornale. "Scordatelo. Fingi che non sia mai successo. Te lo dico per il tuo bene!".

Ma come posso dimenticarlo, se è successo?

Disprezzo la linea del Cremlino elaborata da Surkov, che divide le persone tra coloro che stano "dalla nostra parte", "non dalla nostra parte" o perfino "dall'altra parte". Se un giornalista è "dalla nostra parte", riceverà premi e rispetto, forse anche un invito a candidarsi alla Duma. Se un giornalista "non è dalla nostra parte", invece, sarà considerato un sostenitore delle democrazie europee, dei valori europei e diventerà automaticamente un paria. È il destino di tutti quelli che si oppongono alla nostra "democrazia sovrana", alla nostra "tradizionale democrazia russa". (Cosa mai sia, non lo sa nessuno, eppure giurano di esserle fedeli: "Siamo per la democrazia sovrana!")

Non sono un animale politico. Non ho mai aderito a un partito e lo considererei uno sbaglio per un giornalista, almeno in Russia. Non ho mai sentito il bisogno di candidarmi alla Duma, anche se in passato sono stata invitata a farlo.

Dunque quale crimine mi ha meritato questa etichetta di "non una dei nostri"? Mi sono limitata a riferire quello che ho visto, niente di più. Ho scritto e, meno frequentemente, ho parlato. Sono perfino riluttante a commentare, perché mi ricorda le opinioni impostemi durante la mia infanzia e la mia giovinezza sovietiche. Mi sembra che i nostri lettori siano capaci di interpretare da soli quello che leggono.
Ecco perché il mio genere è il reportage, con limitati interventi personali. Non sono un magistrato ma qualcuno che descrive la vita che ci circonda per coloro che non riescono a vederla con i loro occhi, perché quello che viene mostrato alla televisione e di cui scrive la schiacciante maggioranza dei giornali è ammorbidito e indebolito dall'ideologia. Le persone sanno molto poco di quello che succede in altre parti del loro paese, a volte perfino nella loro regione.

Il Cremlino reagisce cercando di bloccarmi l'accesso alle informazioni: i suoi ideologi suppongono che sia il modo migliore per rendere inoffensivo quello che scrivo. Però è impossibile fermare qualcuno fanaticamente dedito alla professione di raccontare il mondo che ci circonda. La mia vita può essere difficile, più spesso umiliante. A 47 anni non sono, dopotutto, così giovane da accettare di imbattermi costantemente nei rifiuti e di farmi sbattere in faccia la mia condizione di paria. Però posso conviverci.

Non voglio dilungarmi sulle altre gioie della strada che ho scelto: l'avvelenamento, gli arresti, le lettere e le e-mail minatorie, le minacce di morte al telefono, il fatto che mi convochino ogni settimana nell'ufficio del procuratore generale per firmare dichiarazioni praticamente su tutti gli articoli che scrivo (la prima domanda è sempre: "Come ha ottenuto questa informazione?"). Ovviamente non mi piacciono gli articoli costantemente derisori che appaiono su altri giornali e su siti internet che mi hanno a lungo presentata come la pazza di Mosca. Trovo disgustoso vivere così; mi piacerebbe ricevere un po' più di comprensione.

La cosa più importante, però, è continuare il mio lavoro, descrivere la vita che vedo, ricevere tutti i giorni in redazione persone che non hanno un altro luogo in cui portare i loro guai perché il Cremlino trova le loro storie inopportune, e così il solo luogo che può dar loro voce è il nostro giornale, la Novaja Gazeta.

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14 ottobre 2006
L'ultimo articolo di Anna Politkovskaja
Ti dichiariamo terrorista


di Anna Politkovskaja

Nota della redazione:
A tutti noi è stato chiesto: l'omicidio di Anna Politkovskaja è collegato alla preparazione dell'articolo sulle torture che aveva annunciato a Radio Svoboda giovedì 5 ottobre? Oggi pubblichiamo due frammenti del materiale che la nostra giornalista non è riuscita a terminare. Il primo è un testo con le testimonianze dirette dell'impiego di torture, confermate dai dati medici. Il secondo doveva essere la base di un altro articolo, che non è stato scritto. Sul disco della Politkovskaja (preghiamo la persona che le aveva fornito questi video di farsi vivo), ci sono torture compiute su persone delle quali non conosciamo l'identità. Le riprese sono state effettuate dagli stessi torturatori, presumibilmente in una struttura carceraria cecena
.


Oggi davanti a me ci sono decine di raccoglitori. Contengono le copie del materiale relativo ai casi di persone che sono state condannate per "terrorismo" o che si trovano ancora sotto inchiesta. Perché uso la parola "terrorismo" tra virgolette? Perché la grandissima maggioranza di questa gente è stata "designata come terrorista". E questa pratica della "designazione" non solo ha impedito una vera lotta al terrorismo, ma ha contribuito a produrre un numero sempre maggiore di persone assetate di vendetta, e dunque potenziali terroristi. Quando le procure e i tribunali non lavorano per la legge e per la punizione dei colpevoli ma in base a considerazioni politiche e cercando di compiacere il Cremlino con una vera e propria contabilità antiterroristica, i casi criminali vengono sfornati a getto continuo.

L'organizzazione militare-governativa che si occupa delle cosiddette "confessioni sincere" fornisce dati eccellenti a proposito della lotta contro il terrorismo nel Caucaso settentrionale. Ecco cosa mi hanno scritto le madri dei giovani ceceni condannati: "... in sostanza, queste colonie di correzione sono diventate dei campi di concentramento per i detenuti ceceni. Sono sottoposti a discriminazioni sul suolo nazionale. I loro guardiani non li lasciano uscire dalle camere di isolamento. La maggioranza, quasi tutti, sono stati condannati per reati 'fabbricati', senza prove. Rinchiusi in condizioni precarie, umiliati nella propria dignità, sviluppano un odio verso tutto. Questo è un esercito di persone che ritornerà da noi con il destino devastato, con idee devastate...".

Onestamente, ho paura di quell'odio. Ne ho paura perché uscirà dagli argini, prima o poi. E ne risentiranno tutti, tranne quelli che li hanno fatti torturare. L'attribuzione dello status di terrorista è il campo in cui si affrontano testa a testa due approcci ideologici a ciò che sta accadendo nella zona delle operazioni antiterroristiche nel Caucaso settentrionale: lottare legalmente contro l'illegalità? Oppure schiacciarli con la nostra, di illegalità?
Questi due atteggiamenti sono destinati a scontrarsi e a fare scintille, nel presente come nel futuro. L'"attribuzione dello status di terrorista" farà aumentare il numero di coloro che a questo non intendono rassegnarsi.

Recentemente l'Ucraina ha accettato di estradare in Russia un certo Beslan Gadaev, ceceno, arrestato all'inizio di agosto dopo un controllo di documenti in Crimea, dove viveva come immigrato forzato. Ecco un estratto da una sua lettera del 29 agosto: "... Dopo avermi estradato dall'Ucraina a Groznij mi hanno condotto in un ufficio e mi hanno chiesto subito se avessi ucciso delle persone della famiglia Salikov, Anzor e un suo amico, un camionista russo. Io ho giurato che non avevo ucciso nessuno e che non avevo mai versato il sangue di nessuno, né russo né ceceno. Loro invece continuavano a dire con sicurezza: 'No, tu hai ucciso'. Io ho ripreso a negare. Dopo aver detto per la seconda volta che non avevo ucciso nessuno hanno cominciato a picchiarmi. All'inizio mi hanno colpito due volte con il pugno nella zona dell'occhio destro.

Non appena mi sono ripreso da questi colpi mi hanno immobilizzato e ammanettato, e tra le gambe mi hanno messo un tubo, così che non potessi muovere le mani, benché fossero già ammanettate.
Poi mi hanno preso, o meglio hanno preso le due estremità del tubo al quale ero legato, e mi hanno appeso a un'altezza di circa un metro tra due armadi dell'ufficio. Subito dopo avermi appeso mi hanno legato del filo di ferro ai mignoli delle mani. Un paio di secondi dopo hanno cominciato a darmi delle scariche elettriche e contemporaneamente a picchiarmi con mazze di gomma, più forte che potevano. Incapace di sopportare il dolore ho cominciato a urlare e a implorare Dio perché mettesse fine a tutto questo. Come reazione, per non sentire e per non ascoltare quello che gridavo, mi hanno messo sulla testa un sacchetto nero.

Non ricordo quanto sia andato avanti tutto ciò, ma ho cominciato a perdere conoscenza per il dolore. Vedendo che stavo perdendo conoscenza mi hanno tolto il sacchetto dalla testa e mi hanno chiesto se avevo intenzione di parlare. Ho risposto di sì, anche se non sapevo cosa dire. Ho risposto così solo per farli smettere. Mi hanno tirato giù, hanno tolto il tubo e mi hanno gettato sul pavimento. Mi hanno detto: 'Parla'. Io ho replicato che non avevo niente da dire. In tutta risposta loro hanno cominciato a picchiarmi sempre nella zona dell'occhio destro con il tubo di ferro al quale mi avevano immobilizzato. A causa di questi colpi sono caduto di lato e ho quasi perso conoscenza, mentre continuavano a picchiarmi dove capitava... Poi mi hanno nuovamente appeso e hanno ripetuto tutto daccapo. Non ricordo per quanto tempo siano andati avanti, di tanto in tanto mi gettavano addosso dell'acqua.

Il giorno dopo mi hanno lavato e mi hanno spalmato qualcosa sulla faccia e sul corpo. Intorno all'ora di cena è arrivato un uomo in borghese che mi ha detto che erano arrivati i giornalisti e che dovevo ammettere i tre omicidi e le rapine, aggiungendo che avrebbero ricominciato tutto daccapo se non avessi confessato, minacciando anche umiliazioni di carattere sessuale. Allora ho accettato. Dopo l'incontro con i giornalisti, sempre minacciandomi, mi hanno costretto a firmare una dichiarazione, fornita da loro, in cui affermavo che tutte le percosse che avevo ricevuto erano la conseguenza di un mio tentativo di fuga..."

L'avvocato Zaur Zakriev, incaricato della difesa di Gadaev, ha spiegato al Centro per i Diritti Umani "Memorial" che nella sede della stazione di polizia del distretto Groznenskij il suo assistito era stato oggetto di violenze fisiche e psicologiche. Come risulta dalla dichiarazione dell'avvocato, il suo cliente ha effettivamente ammesso di aver compiuto nel 2004 un attacco contro le forze dell'ordine. Tuttavia all'ufficio distrettuale hanno deciso di ottenere da lui anche la confessione di una serie di crimini che non aveva commesso, avvenuti nel villaggio di Starie Atagi nel distretto Groznenskij della Repubblica Cecena.

Secondo l'avvocato, dalle brutali violenze fisiche subite dal suo assistito sono derivati danni visibili. Nell'infermeria del carcere SIZO-1 di Groznij, dove attualmente si trova Beslan Gadaev [è incolpato in base all'articolo 209 del codice penale della Repubblica Russa ("banditismo")], è stato compilato un referto in cui figurano lesioni causate da percosse, cicatrici, abrasioni, contusioni, costole rotte e anche danni agli organi interni.
L'avvocato Zakriev ha denunciato queste feroci violazioni dei diritti umani alla Procura della Repubblica Cecena.

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Qui il testo di Anna Politkovskaja si interrompe.

Il sito della Novaja Gazeta rimanda anche a una cartella di foto, i fermi immagine di un video in suo possesso. Secondo la descrizione del giornale, nel video alcuni uomini che probabilmente lavorano in una delle strutture di detenzione cecene catturano e torturano due uomini di giovane età. Uno dei due siede a bordo di un'automobile, e sanguina (è visibile il coltello nella zona del collo della vittima). L'altro sembra essere stato spinto fuori dalla macchina sull'asfalto.
I loro torturatori non sono visibili, si sente parlare in ceceno, con insulti che si alternano a bestemmie.

Fonte: Novaja Gazeta
Grazie alla puntuale traduzione di Miru, come sempre generosa.


Due considerazioni personali:
La prima. La tortura descritta, piuttosto comune, gergalmente chiamata l'aeroplano, nella quale alle bastonate si può sostituire l'acqua in quanto conduttore, la ho vista, e da allora guardo tutte le batterie elettriche con sospetto. Non auguro a nessuno, come invece è capitato a me, per valutare danni muscolari dopo un trauma importante, di dover fare una elettromiografia, perché i ricordi che si sovrappongono sono allucinanti. (si infilano aghi nei gruppi muscolari e tramite scarica elettrica se ne valuta la funzionalità - a me è toccato il braccio e sulla mano, ovviamnente sensibile, fa un male cane, e su grossi gruppi muscolari del braccio, ci voleva l'infermiera aggiuntiva per tenermi giù, perché saltavo letteralmmente sul lettino ad ogni scarica).
La seconda é: tutto il mondo è paese. Forse che le considerazioni della Politkovskaja sul terrorismo non possono essere applicate, pari pari, all'Africa, all'America del Sud, al Medio oriente e alle loro dittature?
Tanto più pericolosi quindi i suoi articoli, perché costringono a vedere la spazzatura che tutti noi, paesi civili, preferiremmo nascondere sotto il tappeto buono.

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postato da la Parda Flora alle 06:38  

 

11 ottobre 2006
Ipotesi sull'assassinio di Anna Politkovskaja
La uccidono nell'ascensore del palazzo n. 8/12 della Lesnaja Ulica, uno stabile di nove piani nel centro di Mosca vicino alla stazione ferroviaria Bielorussia. Un anno e mezzo fa aveva comprato un trilocale al settimo piano, dove viveva da sola con il suo cane.
Sabato, intorno alle 16, ritorna con le borse della spesa dal supermercato Ramstore. Parcheggia l'auto davanti alla farmacia che si trova al pianoterra dello stabile in cui vive, compone il codice di ingresso ed entra nell'atrio.
Il suo corpo viene trovato da Nina, 14 anni, ospite a casa dell'amica Sonja che vive allo stesso piano di Anna. Nina preme il pulsante dell'ascensore, le porte si aprono e la ragazzina vede un corpo femminile immobile. Si spaventa e corre a piedi fino al settimo piano.
A quel punto un altro vicino chiama l'ascensore e la cabina sale all'ottavo piano.
- Non ho riconosciuto subito Anna, - dice Tat'jana Elizarova, pensionata - La testa era piegata sul petto leggermente di lato e i capelli coprivano metà del viso. Sulla testa ho visto del sangue, ma non molto. E c'era una macchia di sangue anche sulla gamba... Avrei voluto sentirle il polso, ma avevo paura. Ho chiamato mia figlia.
- Accanto a lei ho visto una piccola pistola con il silenziatore, - continua la figlia - Ho telefonato al "2", ma non rispondevano. Allora ho chiamato il dipartimento di polizia del nostro quartiere. Sono arrivati in fretta.

I poliziotti capiscono subito che non si è trattato di una rapina (i documenti e i soldi sono al loro posto). L'assassino era già in attesa della Politkovskaja quando è tornata dal supermercato. L'ha lasciata entrare nell'ascensore e poi le ha sparato 4 volte. L'hanno colpita almeno due proiettili, uno di questi alla testa. Un proiettile ha preso la parete dell'ascensore. Dopo aver sparato l'assassino ha gettato a terra la Makarov ed è scappato.

Secondo gli investigatori l'omicida non era un professionista e non escludono che sia già morto. Primo, sul posto sono state trovate le sue impronte digitali. Secondo, non si è nascosto dalle videocamere di sicurezza, che l'hanno inquadrato. È però difficile distinguerne il viso.

La presenza di estranei nel vecchio palazzo di Mosca non è passata inosservata.
- Sono tornata dall'istituto intorno alle 16, - dice Ekaterina, dell'appartamento accanto, - io cerco sempre di guardarmi attorno. E ho visto una donna di 20-25 anni dall'aspetto slavo che stava accanto all'ingresso dello stabile e teneva aperto il portone con un piede. Il nostro portone ha il codice, e allora ho pensato che quella donna non vivesse nel nostro palazzo. È rimasta lì una decina di minuti, guardandosi attorno, e poi le si sono avvicinati due uomini, neanche loro inquilini del palazzo. Li ha lasciati passare e poi li ha seguiti all'interno. Ho descritto tutto alla polizia, loro mi hanno fatto vedere le immagini registrate dalla videocamera. Ho riconosciuto l'abbigliamento e le sagome ma le registrazioni erano di cattiva
qualità, credo che sarà impossibile fare un identikit per riconoscerli con sicurezza.

A questo punto i quotidiani russi si concentrano su tre ipotesi possibili. Ne parlano sia Kommersant sia Izvestija. Izvestija fa un discorso più interessante e articolato. Ecco le tre ipotesi:

- La Cecenia. Di questa si è scritto e parlato molto. Però è forse la versione meno probabile. Sarebbe stato molto più facile ucciderla in Cecenia, dove andava spesso. Inoltre per Ramzan Kadyrov la morte della giornalista potrebbe essere un danno molto maggiore dei suoi scritti: i sospetti cadono infatti proprio su di lui, accusato di averla fatta eliminare.

- L'omicidio a scopo di destabilizzazione. Subito dopo la morte di Anna Politkovskaja l'Izvestija ha trovato su Internet uno studio anonimo scritto nel 2005. Vi si legge che tra le misure con cui l'ex presidente della Yukos Leonid Nevzlin (attualmente in Israele) progetta di destabilizzare la situazione in Russia era previsto anche un attentato contro la Politkovskaja. Visto che si trovava in aperto conflitto con le autorità, la sua morte avrebbe compromesso il potere costituito.
La versione che ipotizza una partecipazione all'omicidio di Nevzlin o di un altro "esule" come Boris Berezovskij può sembrare assurda e delirante. Tuttavia non è da escludere che tra coloro che hanno lasciato il paese ci sia qualcuno che vuole mostrare al mondo che la Russia è un paese nel quale è possibile morire per le proprie idee. Lo status di chi ha lasciato il paese - la condizione di coloro che "soffrono" per gli ideali democratici e la libertà - si rafforzerebbe.
Berezovskij, a proposito, a suo tempo non reagì in alcun modo alle accuse di aver attentato alla vita di Ivan Rybkin (il candidato alla presidenza Rybkin scomparve per tre giorni; risultò in seguito che era stato a Kiev, ma non fu in grado di spiegare il motivo di quella scomparsa. Secondo alcuni in quel modo si è salvato dalla morte).

- Gli ambienti militari. Anna Politkovskaja potrebbe essere stata uccisa da persone che avevano bene in mente ciò di cui la Russia ha bisogno e quelli di cui bisogna sbarazzarsi. Per esempio persone come il Colonnello Kvačkov, ufficiali con esperienza di combattimento che sanno come organizzare e mettere in pratica l'eliminazione fisica di una persona. Il motivo è comprensibile: la giornalista faceva opposizione attiva, i suoi lavori venivano spesso citati dalla stampa straniera, la sua posizione poteva sembrare "antirussa" a una parte della popolazione. L'Izvestija è a conoscenza dell'insoddisfazione degli ambienti militari nei confronti di alcuni giornalisti e politici. I più attivi tra questi militari spesso si riuniscono in piccoli circoli e discutono dello sviluppo del paese. Amano paragonarsi ai decabristi. È possibile che queste "società segrete" abbiano deciso di passare dalla teoria ai fatti.
All'Izvestija sono riusciti a trovare in rete una "lista di fucilazione", un manifesto con le fotografie di persone non gradite agli estremisti. L'ultima della lista è Anna Politkovskaja. "È importante liquidare", sta scritto sotto la foto.

Grazie a Miru e Tlaxcala
e un pensiero al triste e spaventato Van Gogh, che ora è rimasto solo:
scriveva Anna
"Non appartengo al gruppo di persone che amano i cani alla follia, e che sono tanto numerose quanto coloro che li detestano. Quelli che amano i cani alla follia si distinguono dalle altre persone per una particolarità: amano i cani più degli uomini. Io invece no, amo le persone più dei cani.

Ma non mi hanno insegnato a buttar via le cose. Soprattutto se si tratta di un essere vivente, che non sarebbe in grado di sopravvivere a un altro rifiuto, e che se non fosse per me morirebbe. Dipende completamente da me, fino all'ultimo pelo delle sue lunghe setose orecchie".

E credo dica di lei tutto quel che c'è sa sapere.

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07 ottobre 2006
Notizie dall'altro mondo
"Il 10 luglio è semplicemente un'altra data sul calendario russo. Capita però che sia l'ultimo giorno utile per apportare cambiamenti a questo libro.
Ieri, in tarda serata, Paul Chlebnikov, redattore capo dell'edizione russa di Forbes Magazine, è stato assassinato a Mosca. L'hanno falciato mentre lasciava la sede della rivista. Chlebnikov era famoso per aver scritto degli oligarchi, della struttura del 'capitalismo malavitoso' russo e delle ingenti somme di denaro sulle quali certi nostri cittadini sono riusciti a mettere le mani. Sempre ieri sera, Viktor Čerepkov è stato fatto saltare in aria a Vladivostok. Era un membro del nostro parlamento, la Duma, e famoso per essersi fatto portavoce dei più deboli e dei più poveri di questa terra. Čerepkov era candidato come sindaco di Vladivostok, sua città natale, la più importante dell'estremo oriente russo. Aveva superato con successo il secondo turno e sembrava avere buone possibilità di essere eletto. Mentre usciva dalla sede del suo comitato elettorale è stato fatto saltare in aria da una mina antiuomo attivata a distanza.
Sì, in Russia è arrivata la stabilità. È una stabilità mostruosa, sotto la quale nessuno cerca giustizia in tribunali che ostentano il proprio servilismo e la propria partigianeria. Nessuna persona sana di mente può cercare protezione nelle istituzioni incaricate di difendere la legge e l'ordine, perché sono completamente corrotte. La legge del taglione è all'ordine del giorno, nella mentalità delle persone e nelle loro azioni. Occhio per occhio, dente per dente."
7 ottobre, 16 e 20, ora di Mosca :Anna Politkovskaja, giornalista, 48 anni, assassinata questo pomeriggio (il corpo accanto all'ascensore, quattro proiettili, una pistola Makarov).
Il brano è tratto dal suo libro Putin's Russia, Harvill Press, 2004.

Come al solito, grazie alla generosità di Miru e di Tlaxcala

Anna Politkovskaja/Post in aggiornamento
"Anna non aveva niente in comune con gli intrighi politici o con qualsivoglia 'interesse finanziario'. Era assolutamente impossibile farla tacere o corromperla. Considerava la ricerca della verità e della giustizia un proprio dovere giornalistico e umano, e in questo era inflessibile. Ha cercato la giustizia e la verità anche nei tragici eventi ceceni, dall'inizio della guerra cecena fino a oggi, ed era consapevole di quanto ciò fosse pericoloso. Oggi non sappiamo chi l'ha uccisa, né perché. Possiamo solo avanzare due versioni. O è stata una vendetta di Ramzan Kadyrov, delle cui attività ha scritto e ha parlato molto. Oppure sono stati coloro che volevano far cadere dei sospetti proprio sull'attuale primo ministro ceceno, il quale, avendo superato i trent'anni d'età [l'età minima per candidarsi alla carica, n.d.T.], può ora aspirare alla presidenza".

Dalla prima pagina della Novaja Gazeta.
(Se penso a Fede, a Feltri...lasciamo stare, non è neppure giusto pagare con la vita la propria professionalità)

Questo invece è il pezzo che appare sulla prima pagina dello speciale di 7 pagine della Novaja Gazeta che sarà in edicola domani:
"Era bella. Negli anni lo era diventata anche di più. Sapete perché? Dio ci dà un volto, ma poi siamo noi a costruirlo, a seconda di come viviamo.
Si dice anche che nella maturità nel viso cominci a trasparire l'anima. La sua anima era bellissima.
Era molto femminile. Sapeva ridere in modo incantevole per uno scherzo riuscito e piangere per un'ingiustizia. Qualsiasi ingiustizia - qualsiasi cosa riguardasse - era per lei un nemico personale. E l'affrontava lottando fino all'ultimo.
Era anche incredibilmente coraggiosa. Di gran lunga più coraggiosa di molti uomini che si muovono su mezzi blindati, circondati da guardie del corpo.
L'hanno minacciata, hanno cercato di spaventarla, l'hanno sottoposta a pedinamenti e a perquisizioni. In Cecenia i 'nostri' soldati l'hanno arrestata e hanno minacciato di fucilarla.
L'hanno avvelenata, quando ha preso l'aereo per Beslan, e si era ripresa a stento. E anche se in seguito non è più stata bene, ha continuato a indignarsi e a lottare come e più di prima.
Molti, perfino gli amici della Novaja Gazeta, a volte dicevano: 'Beh, la vostra Politkovskaja... questa poi...'. Macché. Scriveva sempre la verità. Piuttosto, questa verità era spesso così tremenda che molti facevano fatica ad accettarla. E di qui la reazione di difesa che portava a esclamare 'questa poi...'. Talvolta capitava anche a noi della redazione.
Probabilmente la cosa più difficile per la gente normale è cercare di non voltare le spalle a ciò che atterrisce. Ma se si guarda il male dritto negli occhi il male non è in grado di sostenere quello sguardo. Anja guardava il male dritto negli occhi. Forse per questo era uscita vincitrice da situazioni molto difficili. E forse sempre per questo era riuscita a rimanere viva laddove coloro che distolgono lo sguardo non sarebbero sopravvissuti.
Per noi è ancora viva. Non ci rassegneremo mai alla morte della nostra Anja. E chiunque abbia preso sotto la propria responsabilità questo feroce omicidio - nel centro di Mosca, in pieno giorno - saremo noi stessi a cercare gli assassini. Possiamo anche immaginare dove si trovano...
Come vanno le cose in Russia con l'indipendenza dei mezzi di informazione di massa? Se ne parla in America e in Europa. Ma intanto alla Novaja Gazeta negli ultimi anni hanno ucciso tre
importanti giornalisti.
Igor Dominikov. I suoi assassini, grazie al buon lavoro di bravi giudici e del giornale stesso, sono comparsi in tribunale.
Jurij Ščekočichin. Le autorità hanno rifiutato perfino ai suoi genitori il legittimo diritto di conoscere i risultati delle indagini... Ma noi continuiamo le nostre ricerche. Gli assassini saranno puniti.
Adesso, la nostra Anja Politkovskaja. Non hanno ucciso solo una giornalista, una persona che lottava per difendere la verità e una cittadina, ma anche una donna e una madre bellissima.
Finché ci sarà la Novaja Gazeta, i suoi assassini non dormiranno sonni tranquilli".

A me quest'articolo molto "caldo" ha ricordato un'altra storia, raccontata nel 1969 da Costa-Gavras. Era "Z,l'orgia del potere", ispirata all'assassinio del deputato socialista Gregorios Lambrakis e alla nascita del regime dei colonnelli in Grecia. Forse non è il più bel film del mondo, anche se venne premiato a Cannes, ma a me, ancora ragazzina, quel grido - vive - resta ancora nelle orecchie. Ora quel regime è caduto, con le libere elezioni del novembre 1974 e io sto qui a ricordarne uno degli orrori. La storia è anche questo, per fortuna, a volte.

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postato da la Parda Flora alle 12:24  

 

20 settembre 2006
Fallace...
Niente coccodrilli, qui. Come collega corrispondente di guerra Perez-Reverte, che fece questo mestiere per vent'anni, la descrive fra le righe come una insopportabile stracciapalle prima della classe, scarsamente popolare un po' fra tutti i colleghi. E i libri di Perez-Reverte, ancorché macchinosi, a me piacciono più dei suoi, e credo anche facciano meno danni.
Anche a me la Fallaci stava antipatica. Era così dalla notte dei tempi, soprattutto da quando si voleva scrittrice: lettera a un bambino mai nato mi ha dato il voltastomaco, ma imperterrita le ho dato una seconda chance e ho provato con il libro su Panagulis - quando non ce la si fa, non ce la si fa, bisogna saperlo capire... e ho rinunciato.
Da molto mi infliggo altre penitenze meno noiose, ammesso che ne abbia bisogno.
Il punto è che mi stava antipatica a pelle, proprio come persona, non credo sarei stata capace di sopportarla nemmeno come vicina di casa.
Misteri dell'alchimia umana.
Sull'ultimo periodo taccio per bontà d'animo, ma credo che abbia sparso tanto di quell'odio becero, che non è possibile che non gliene venga chiesto conto, anche se non ho ancora deciso se da parte del Dio dell'occidente o da parte di Allah o magari di entrambi...
Rubo al blog di Luisa Carrada un sublime scambio di battute con una grande DONNA che, invece, mi piaceva tanto. E una certa differenza di spessore mi pare evidente, alla faccia della spontaneità...

"Uhm! Boh! Mah! 'Sta roba da intellettuali! Oria': non faccia l'intellettuale, sia intelligente, ma che pensa di me?"

"Io penso... io penso che lei sia un grand'uomo, signora Magnani"

e partendo dal Blog di Luisa Carrada, potrete iniziare un viaggio su di una rassegna stampa, dedicata alla sgradevole fiorentina, un po' coccodrillesca, un po' no, ma comunque interessante. Il primo articolo su di lei, buffo caso, è di uno dei pochi storici di destra italiani, e le da torto marcio riguardo alle sue opinioni sull'Islam.
Amo il mondo perché non finisce mai di stupire...
>:)

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postato da la Parda Flora alle 09:00  

 

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